Iraq nel caos, a Baghdad è guerra di potere tra sciiti

Mentre le truppe dell'Isis marciano verso Erbil tagliando la gola a yazidi e cristiani, nella capitale il presidente nomina un nuovo premier, ma al-Maliki non ci sta - Foto  - Chi sono gli Yazidi  - L'analisi militare  - Cosa farà Obama

Kurdistan. Peshmerga distribuiscono acqua e cibo ai bambini della comunità Yazidi – Credits: AHMAD AL-RUBAYE/AFP/Getty Images)

Anna Mazzone

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La lotta per il potere a Baghdad è appena cominciata, mentre le truppe dei terroristi dell'Isis continuano la loro marcia di avvicinamento ad Erbil, la capitale del Kurdistan iraqeno, e lungo la loro strada fanno strage di yazidi e cristiani

Mentre le bombe americane sono tornate a cadere sull'Iraq, e il califfo al-Baghdadi si spinge all'attacco dei pozzi di petrolio nel Nord del Paese, a Baghdad i vertici istituzionali si spaccano, indebolendo la reazione contro le truppe sunnite dell'Isis.

"E così adesso il premier al Maliki ha perso il sostegno dei sunniti iraqeni, dei curdi, degli sciiti, di Sistani, degli Usa, del Regno Unito, dell'Europa e persino dell'Iran", twitta Hayder al-Khoei , analista della Chatam House ed esperto di Iraq. Sotto il cielo di Baghdad il caos regna sovrano. E la situazione non si ricomporrà nei prossimi giorni, perché al-Maliki sembra essere determinato ad andare alla resa dei conti finale.

L'emergenza in Iraq si combatte su più fronti. Quello esterno, che vede la comunità internazionale ricompattarsi contro la rinnovata minaccia terrorista, e quello interno, dove il presidente iraqeno Fouad Masoum (di etnia curda) ha nominato un nuovo primo ministro sciita al posto di Nour al-Maliki (sciita anche lui).

Haider al-Ibadi, vice presidente del Parlamento iraqeno, fa parte dello stesso partito di al-Maliki, Daawa, ma appartiene a una corrente opposta a quella dell'ex premier, che ha già annunciato che farà ricorso per ostacolare l'investitura del suo successore.

Gli sciiti, invece di fare fronte comune contro il terrore, si spaccano e accantonano un premier che non è mai piaciuto a molti (a cominciare dai curdi) e che è stato scaricato anche dagli americani, che pure avevano sostenuto la sua nomina. Ed è delle ultime ore la notizia che anche l'Iran, che gioca un ruolo-chiave nelle vicende iraqene, sostiene l'avvicendamento ai piani alti di Baghdad. L'ayatollah sciita Alì al-Sistani, la più importante guida spirituale dell'Iraq dalle origini iraniane, ha più volte lanciato dei fendenti contro al-Maliki, sostenendo che fosse necessario un "cambiamento" e addossando la responsabilità di quello che sta accadendo in Iraq all'incapacità politica di al-Maliki.

Che, però, sostiene di essere vittima di una grave violazione costituzionale e di un complotto. "Quello che è successo è una violazione costituzionale e una cospirazione che crea un precedente pericoloso", ha detto un consigliere dell'ex premier ad Al Jazeera , aggiungendo che "In quello che è successo i curdi, gli americani e gli iraniani ci hanno messo lo zampino".

Insomma, mentre Baghdad ha deciso di rinnovare i suoi vertici con il sostegno di Washington, Bruxelles, Teheran e delle Nazioni Unite, e con buona pace dei curdi, che ora chiedono al nuovo premier di rivedere gli accordi sulle quote di petrolio estratto nel Kurdistan a svantaggio dei curdi (secondo Erbil) e a vantaggio degli "arabi" di al-Maliki, l'ex premier ha ancora un ruolo importante da giocare nel panorama politico iraqeno. E non c'è dubbio che questo ruolo lo farà pesare.

"Politicamente non è finito - dice Hayder al-Khoei - Controlla ancora le forze di sicurezza e influenza un vasto network che fa capo all'apparato dell'intelligence del Paese". Insomma, se al-Maliki volesse causare problemi al nuovo governo, avrebbe tutti i mezzi per farlo.

E poi c'è l'Iran, che ha fatto sapere in modo cristallino di considerare una priorità l'unità del blocco sciita, una sorta di sottile linea rossa da non superare. Ma la linea rossa è stata già superata. Gli sciiti iraqeni si sono spaccati e adesso Teheran è chiamata a fare la prossima mossa. 

Sotto i cieli dell'Iraq si combatte su più fronti. Terroristi contro cristiani e yazidi, etnie contro etnie, correnti religiose contro correnti religiose. E di questo non possono che approfittarne i soldati del Califfo, che continuano a puntare all'oro nero del Kurdistan e sono disposti a tagliare la gola a chiunque si frapponga tra loro e i pozzi di petrolio.  L'inferno iraqeno è destinato a durare ancora a lungo. 

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