Esteri

Iran-Usa, le minacce per arrivare alla mano tesa

Cosa c'è dietro la linea dura del Presidente Usa Donald Trump in una zona ad altissima tensione

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Stefano Graziosi

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La questione Iran tende a farsi sempre più rovente. Pochi giorni fa, alcune navi armate di Teheran avrebbero tentato di sequestrare la petroliera britannica British Heritage ma sarebbero state fermate dalla fregata della Marina inglese che le faceva da scorta. Le Guardie della Rivoluzione hanno respinto le accuse, per quanto non si debba dimenticare che Teheran avesse minacciato ritorsioni contro la Gran Bretagna, dopo che quest’ultima – su input di Washington – aveva bloccato una petroliera della Repubblica Islamica nelle acque di Gibilterra a inizio luglio. Che la situazione continuasse a surriscaldarsi era del resto chiaro anche dal fatto che, in quegli stessi giorni, Teheran avesse ripreso il processo di arricchimento dell’uranio, sforando su questo fronte il limite previsto dall’accordo sul nucleare, siglato nel 2015 ai tempi di Barack Obama.

La Repubblica Islamica ha giustificato la mossa come una reazione alla stretta economica impostale da Washington, pur continuando a ribadire di non nutrire intenzioni bellicose. Per ritorsione, giovedì scorso Donald Trump ha annunciato un aumento delle sanzioni anti-iraniane. Il tutto è avvenuto in un crescendo di tensioni nelle acque del Golfo Persico, tra sabotaggi di petroliere e accuse incrociate. Insomma, sembrerebbe proprio che tra Stati Uniti e Iran si stia procedendo a passi veloci verso un conflitto. Eppure la situazione potrebbe rivelarsi molto più complessa e articolata di come appaia a prima vista. Perché, su questa delicatissima questione, si assiste a divergenze trasversali ai principali schieramenti in lizza.

Innanzitutto, si registra una certa differenza di vedute all’interno della stessa Casa Bianca. Una differenza di vedute che non nasce certo oggi. Quando Trump decise di ritirarsi dall’accordo sul nucleare con l’Iran nel maggio del 2018, erano almeno tre le linee che si fronteggiavano in seno all’amministrazione americana. L’allora segretario alla Difesa, James Mattis, era contrario a quel passo indietro, non tanto per simpatie iraniane, quanto – in realtà – perché temeva che quell’atto potesse determinare un rafforzamento della storica alleanza tra Teheran e Mosca. Sul fronte opposto, si stagliavano invece Trump e il consigliere per la sicurezza nazionale, John Bolton. Entrambi erano infatti favorevoli a stracciare l’accordo del 2015, perseguendo tuttavia obiettivi ben diversi. Una divergenza di intenti che ha ripreso a manifestarsi nelle ultime settimane.

Bolton ha sempre invocato un approccio particolarmente aggressivo nei confronti della Repubblica Islamica: la sua idea è che Washington dovrebbe utilizzare la massima pressione economica e militare per portare il regime khomeinista al collasso. Si tratta di una soluzione profondamente energica, che trova svariati sponsor: da alcuni falchi in seno al Congresso americano al principe ereditario iraniano Reza Ciro Pahlavi, passando per l’Arabia Saudita. In particolare, Riad auspica da tempo un maggior coinvolgimento militare degli Stati Uniti in Medio Oriente per arginare più efficacemente l’influenza geopolitica iraniana nella regione. La petromonarchia teme del resto che Teheran possa prima o poi dotarsi dell’arma nucleare.

Trump, dal canto suo, si è mosso sinora su una linea ben differente. Il presidente americano si è sempre mostrato restio a restare coinvolto negli scenari mediorientali. Non dimentichiamo, d’altronde, che – nel corso della campagna elettorale del 2016 – si sia spesso detto contrario a un certo interventismo indiscriminato statunitense, criticando per questo aspramente la politica estera dei Clinton e dei Bush. In questo senso, Trump pronunciò parole molto dure verso l’invasione irachena del 2003. È quindi partendo da tali premesse che si comprendono alcune delle scelte geopolitiche adottate dall’attuale amministrazione americana in Medio Oriente. Trump sa bene che le guerre in giro per il mondo risultano ormai sempre più impopolari tra gli elettori statunitensi. Ed è in questo senso, per esempio, che il presidente auspica da sempre un ritiro delle truppe americane dallo scacchiere siriano: una mossa tuttavia ostacolata dalle alte sfere dell’esercito, che paventano un ulteriore rafforzamento della Russia nella regione. Ora, questo approccio del presidente è chiaramente emerso nel giugno scorso, quando i pasdaran hanno abbattuto un drone statunitense. Il magnate si era mostrato pronto a replicare con un atto bellico, salvo poi ripensarci all’ultimo momento, dicendo di non considerarlo proporzionato all’offesa ricevuta. Trump ne ha fatto un problema di costi umani (affermando che centocinquanta morti sarebbero stati troppo per l’abbattimento di un semplice drone) ma – più in generale – l’inquilino della Casa Bianca ha voluto ribadire la sua opposizione alle “guerre senza fine”, in cui gli Stati Uniti si sono ritrovati impelagati negli ultimi decenni. Secondo i beninformati, questa decisione avrebbe scatenato una serie di profondi attriti dalle parti dello Studio Ovale, con il segretario di Stato Mike Pompeo che avrebbe addirittura dovuto difficoltosamente fungere da paciere tra lo stesso Trump e Bolton.

Ma non è soltanto la politica interna a determinare la linea del presidente sulla questione. Alla base di questo atteggiamento, troviamo infatti anche dinamiche di carattere geopolitico. Innanzitutto, un conflitto armato con Teheran rischierebbe di stroncare il processo di distensione tra Washington e Mosca: un processo di distensione che, almeno per il momento, Trump appare intenzionato a salvaguardare (come testimoniato dal suo recente incontro con Vladimir Putin al G20 di Osaka). In secondo luogo, non bisogna trascurare che, pochi giorni fa, il magnate newyorchese abbia ricevuto alla Casa Bianca l’emiro del Qatar: un Paese che intrattiene legami non poco stretti con la Repubblica Islamica e che – proprio per questo – due anni fa è entrato in una crisi diplomatica con l’Arabia Saudita. In tal senso, un simile avvicinamento a Doha in questo momento evidenzia la volontà da parte di Trump di arginare la linea dura di Riad contro Teheran.

In terzo luogo, troviamo anche la questione cinese. Nonostante un parziale rasserenamento, la guerra dei dazi tra Washington e Pechino prosegue. Senza poi trascurare che, oltra alle tensioni di natura commerciale, tra i due giganti stia avvenendo anche una competizione di carattere geopolitico, tecnologico e militare. Entrare in guerra con Teheran, significherebbe – in questo contesto – conferire alla Repubblica Popolare la possibilità di colmare al più presto il proprio gap con gli Stati Uniti. Il tutto, secondo una dinamica in buona sostanza già avvenuta nel corso della guerra in Iraq ai tempi di George W. Bush. D’altronde, nonostante le sanzioni americane, Pechino sta continuando a importare petrolio iraniano. Una violazione, rispetto a cui – per il momento – il Dipartimento di Stato americano non sembra avere una linea su come reagire. Infine, i recenti attriti tra Londra e Teheran sembrerebbe stiano iniziando a determinare una convergenza sulla questione iraniana tra Stati Uniti e Gran Bretagna. Non dimentichiamo che quest’ultima figurasse tra i vari partner dell’accordo del 2015 (insieme a Germania, Francia, Cina, Russia e gli stessi Stati Uniti) e che – inizialmente – Londra non fosse troppo incline a seguire la linea della Casa Bianca in materia.

Ciononostante divisioni non si registrano soltanto in seno al fronte statunitense. Anche in Iran la situazione appare tutt’altro che tranquilla. La linea maggiormente moderata incarnata da Hassan Rohani, è osteggiata dai pasdaran che invocano di contro un approccio molto più duro nei confronti dell’Occidente. In questo senso, è abbastanza chiaro come l’abbattimento del drone americano da loro rivendicato risulti principalmente uno strumento di lotta politica interna, per mettere il presidente iraniano sotto pressione. Ed è lo stesso ayatollah Ali Khamenei (recentemente colpito da sanzioni americane) ad apparire sempre più freddo verso Rohani, contribuendo così a rendere instabile il suo potere.

In tutto questo, la strategia portata avanti da Trump risulta abbastanza chiara. Il presidente americano sta cercando di utilizzare la massima pressione economica e militare per spingere lo stesso Rohani a sedersi al tavolo delle trattative con l’obiettivo di attuare una rinegoziazione del trattato sul nucleare. Si tratta del resto di una posizione non così inattesa. Già nel corso delle primarie repubblicane del 2016, Trump affermava che l’intesa con Teheran fosse stata negoziata male e troppo frettolosamente dall’allora segretario di Stato americano, John Kerry. Tuttavia, contrariamente ad altri candidati repubblicani di allora, il magnate newyorchese non sosteneva la necessità di stracciare definitivamente ogni possibilità di accordo con la Repubblica Islamica.

Esclusa per ora l’ipotesi di un cambio di regime, Trump sta alternando le minacce alla mano tesa, cercando in questo modo di mettere Rohani alle strette e costringerlo a trattare. Il presidente iraniano, dal canto suo, deve barcamenarsi in una situazione non certo facile: stretto, sempre di più, tra le sanzioni americane e l’agguerrita opposizione dei suoi avversari interni. Il duello psicologico tra Washington e Teheran prosegue. E lo scenario complessivo resta al momento in evoluzione.

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