Esteri

Iran-Usa, tra guerra, elezioni ed interessi economici

Gli attacchi agli impianti petroliferi dell'Arabia Saudita hanno riacceso la tensione. Ecco i dubbi e le mosse di Trump

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Stefano Graziosi

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Gli attacchi contro gli impianti petroliferi in Arabia Saudita della Aramco sabato scorso hanno riacceso le tensioni tra Washington e Teheran. Nonostante l’atto sia stato rivendicato dai ribelli yemeniti filoiraniani Huthi, gli Stati Uniti ritengono che la responsabilità sia da attribuirsi all'Iran: in particolare, l’intelligence americana sostiene che l’attacco sia partito direttamente dalla Repubblica Islamica. Parole dure sono state pronunciate, negli ultimi giorni, dal segretario di Stato americano, Mike Pompeo, e dal segretario all’Energia, Rick Perry. Sulla stessa linea si è collocata l’Arabia Saudita, mentre Donald Trump – domenica scorsa – sembrava addirittura non escludere del tutto la possibilità di un intervento militare. Una posizione, che il presidente statunitense ha poi smorzato, dichiarando di voler evitare uno scontro diretto con Teheran: quella Teheran che, da parte sua, ha respinto tutte le accuse. Insomma, le turbolenze tra Stati Uniti e Iran sono riprese, raggiungendo picchi di tensione simili a quelli dello scorso giugno, quando – in risposta all’abbattimento di un drone americano rivendicato dai pasdaran – la Casa Bianca era in procinto di sferrare una potente rappresaglia. Rappresaglia poi bloccata da Trump pochi minuti prima avesse inizio.

La questione iraniana torna quindi a dividere le istituzioni americane. Da una parte, il presidente americano continua a mostrare una certa prudenza. Una linea tutto sommato morbida, che – anziché procedere con l’abbattimento del regime degli ayatollah – auspicherebbe al contrario una rinegoziazione del trattato sul nucleare del 2015. D’altronde, nel corso della campagna elettorale del 2016, Trump aveva promesso di voler porre un freno alle “guerre senza fine”, in cui gli Stati Uniti erano rimasti impelagati negli ultimi anni. Proprio in questo senso, il magnate si era espresso a favore del ritiro delle truppe americane dal territorio afghano. E, sempre in questo senso, parrebbe che in privato si rammarichi talvolta degli attacchi da lui ordinati contro la Siria nel 2017 e nel 2018: attacchi che, secondo lui, avrebbero solo peggiorato la situazione. In un tale contesto, Trump sa bene che l’elettorato statunitense non sia troppo ben disposto verso gli interventi bellici e, con le presidenziali del 2020 quasi alle porte, l’inquilino della Casa Bianca non può permettersi l’impopolarità di una guerra. È principalmente in quest’ottica che va del resto letto il recente siluramento del consigliere per la sicurezza nazionale, John Bolton: un falco anti-iraniano che auspicava un regime change in a Teheran. Una linea durissima, che il presidente considerava elettoralmente deleteria. Non è del resto un mistero che, nelle ultimissime settimane, Trump avesse cercato di tendere una mano al presidente iraniano, Hassan Rohani (anche attraverso la mediazione della Francia).

Le forze favorevoli a un approccio muscolare verso Teheran restano comunque più agguerrite che mai. A Washington, i falchi sono numerosi al Congresso e nella stessa amministrazione americana. Si tratta di ambienti che non hanno granché apprezzato il licenziamento di Bolton e che vedono adesso un punto di riferimento principalmente in Pompeo. Fautrice della postura aggressiva è anche l’Arabia Saudita che chiede da tempo un maggiore coinvolgimento statunitense in Medio Oriente come deterrente contro la Repubblica Islamica. Del resto, anche a Teheran c’è chi soffia sul fuoco del conflitto: i pasdaran, da sempre ostili a Rohani, hanno tutta l’intenzione di portare l’Iran sull’orlo dello scontro, per acquisire consenso elettorale.

Questa situazione in bilico rende difficile escludere del tutto la possibilità di un conflitto. E il punto sarebbe allora capire che tipo di azione deciderebbero di intraprendere gli Stati Uniti. È fortemente plausibile che Washington possa scegliere di effettuare bombardamenti aerei contro l’Iran, colpendo navi, velivoli militari, impianti missilistici e nucleari. Senza poi trascurare la possibilità di attacchi cibernetici e l’impiego della marina. Non dimentichiamo, del resto, che – sotto questo aspetto – esista un precedente significativo: l’operazione Praying Mantis, ordinata da Ronald Reagan nel 1988. Si trattò di un pesante attacco aereo e navale statunitense contro piattaforme petrolifere e imbarcazioni da guerra iraniane, in risposta al fatto che – nel tumultuoso contesto del conflitto contro l’Iraq – Teheran avesse depositato delle mine nelle acque del Golfo Persico. L’operazione segnò un duro colpo per la Repubblica Islamica, accelerando tra l’altro la fine della guerra tra il regime khomeinista e Saddam Hussein.

Non è quindi escluso che, nell’eventualità di una risposta bellica, la Casa Bianca possa ricorrere a un’operazione di questo tipo. Con una tale mossa, Trump potrebbe difatti conseguire due obiettivi: assicurare una ritorsione, in caso di inaccettabile provocazione da parte di Teheran, e – soprattutto – evitare un’invasione via terra: un’invasione che, lo abbiamo visto, il presidente americano vorrebbe scongiurare a tutti i costi. Tutto questo, anche se diversi conflitti del passato hanno mostrato come i bombardamenti da soli non bastino a piegare un avversario: si pensi soltanto che – durante la guerra del Vietnam – l’operazione Rolling Thunder, voluta da Lyndon Johnson, non riuscì ad abbattere la resistenza dei nordvietnamiti. Nel momento in cui avesse comunque luogo un’escalation militare, fare previsioni risulterebbe abbastanza difficile. In un simile caso, non è affatto escludibile che i falchi all’interno dell’amministrazione possano riuscire a prendere il controllo della situazione, spingendo il presidente lontano dai suoi disegni originari (un po’ come accadde a George W. Bush nel corso del suo primo mandato).

Per quanto non troppo probabile, un’invasione via terra dell’Iran non può quindi essere del tutto esclusa. Si tratta, del resto, di una eventualità non poco rischiosa: la Repubblica Islamica detiene una popolazione quasi tre volte maggiore a quella dell’Iraq ai tempi dell’invasione del 2003 (ottantatré milioni contro trenta milioni), disponendo di un territorio molto più vasto e dalla geografia particolarmente ostile. In un simile contesto, gli Stati Uniti, per gestire un’efficace strategia di controinsurrezione, necessiterebbero di circa un milione e mezzo di soldati da impiegare sul campo (quando in Iraq non arrivarono neppure a duecentomila). Senza poi trascurare che anche penetrare nel territorio iraniano non risulterebbe affatto facile. Washington potrebbe teoricamente contare su un membro della Nato come la Turchia. Ma si tratta di un’opzione difficilmente praticabile, visto l’avvicinamento di Erdogan all’Iran.

La Repubblica Islamica, dal canto suo, risponderebbe seguendo i criteri della guerra ibrida, mescolando attacchi cibernetici, sabotaggi, propaganda politica e – soprattutto – atti terroristici contro gli Stati Uniti e i loro principali alleati locali. Sotto quest’ultimo aspetto, Teheran può difatti contare su una rete di organizzazioni paramilitari, dislocate in varie aree: dalla Siria all’Iraq, passando per il Libano. In questo senso, Nolan Peterson ha scritto sul The National Interest che l’Iran starebbe adottando la teoria militare sovietica della deep battle, un approccio in cui le operazioni di combattimento in prima linea sono supportate da altre azioni volte a diffondere caos e confusione all'interno del territorio nemico. Senza poi trascurare che, in caso di conflitto, l’Iran potrebbe puntare sulle relazioni che lo legano alla Russia e alla Cina.

La situazione rimane quindi in bilico e potrebbe degenerare da un momento all’altro. Gli equilibri politici a Washington e Teheran risultano particolarmente precari sulla questione: gli interessi contrastanti sono numerosi e, per il momento, il futuro resta incerto.

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