Esteri

Iran, 40 anni fa la nascita della Repubblica Islamica. Cosa è cambiato da allora

Dall'assalto all'ambasciata Usa a Teheran ad oggi la storia di un paese e dei suoi rapporti con Usa e con il resto del mondo

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Stefano Graziosi

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Sono passati quarant’anni. Era il 4 novembre del 1979, quando alcune centinaia di studenti iraniani assaltarono l’ambasciata statunitense a Teheran, prendendo in ostaggio cinquantadue diplomatici e funzionari americani. Erano i mesi concitati della rivoluzione khomeinista, che aveva preso avvio all’inizio di quello stesso anno, costringendo lo Scià, Reza Pahlavi, alla fuga. La crisi degli ostaggi rappresentò un’autentica doccia gelata per la Casa Bianca, all’epoca guidata da Jimmy Carter.

L’allora presidente americano si era infatti convinto che, dato il suo anticomunismo, l’ayatollah Khomeini potesse essere pronto ad una convergenza con il fronte statunitense. Una speranza che l’assalto all’ambasciata mandò in frantumi, determinando un’umiliazione fortissima per lo stesso Carter: un’umiliazione che gli si rivelò fatale alle presidenziali del 1980, in cui venne sconfitto dal repubblicano, Ronald Reagan. Più in generale, la perdita dell’Iran, rappresentò un duro colpo geopolitico per Washington, la cui politica mediorientale – nel corso degli anni di Nixon – si era principalmente appoggiata su Riad e Teheran.

Quarant’anni dopo, nel corso di una commemorazione pubblica, alcuni manifestanti iraniani si sono riuniti davanti all’ex ambasciata statunitense (trasformata oggi in parte in un museo), gridando “abbasso gli Stati Uniti” e “abbasso Israele”. Nelle stesse ore, la Repubblica Islamica ha reso note nuove violazioni dell’accordo sul nucleare, siglato nel 2015 ai tempi di Barack Obama. “Nel corso degli ultimi sessanta giorni di ultimatum ai partner Ue” dell'accordo sul nucleare, “l'Iran ha aumentato di circa dieci volte, portandola a cinquemila grammi, la sua produzione quotidiana di uranio”, ha dichiarato Ali Akbar Salehi, capo dell'Organizzazione iraniana per l'energia atomica. La tempistica di quest’annuncio non è ovviamente stata casuale e rappresenta un nuovo guanto di sfida nei confronti di quegli Stati Uniti che, pochi giorni prima dell’assalto all’ambasciata, lo stesso Khomeini aveva notoriamente definito “il grande Satana”. Che ci fosse una situazione tesa, non è del resto un mistero, visto che – negli ultimi giorni – era intervenuto duramente anche l’ayatollah Ali Khamenei. “È sbagliato pensare che avere un dialogo con gli Usa possa eliminare i problemi del Paese”, gli Stati Uniti “da anni insistono per avere negoziati, ma l'Iran li respinge: ciò significa che nel mondo c'è un governo che non si piega alla dittatura americana”, ha affermato di recente la guida suprema dell’Iran.

Queste turbolenze costituiscono un problema non di poco conto per la Casa Bianca. La strategia che infatti Donald Trump sta cercando di portare avanti con Teheran risulta piuttosto articolata. Se nel 2018 aveva infatti deciso di ritirarsi dall’accordo sul nucleare, l’attuale presidente americano ha sinora cercato di evitare un intervento bellico diretto degli Stati Uniti contro la Repubblica Islamica. Trump ha sempre reso noto di voler attuare la linea della “massima pressione” economica e militare su Teheran, evitando tuttavia di restare coinvolto in una nuova “guerra senza fine” nello scacchiere mediorientale. Proprio questa strategia ha determinato i principali attriti tra Trump e il suo ormai ex consigliere per la sicurezza nazionale, John Bolton, che – non a caso – è stato silurato lo scorso settembre. In questo contesto, è chiaro che i toni duri e le violazioni nucleari da parte di Teheran indeboliscano in questo momento la posizione del presidente americano, favorendo – di contro – la forza politica dei falchi di Washington, che non disdegnano affatto l’opzione militare. Quell’opzione militare che – ribatte Trump – risulterebbe elettoralmente impopolare, obbligando nuovamente gli Stati Uniti a pesanti oneri economici e umani. In tutto questo, non bisogna poi dimenticare che, a febbraio, si terranno le elezioni parlamentari in Iran: un fattore che potrebbe essere alla base dei nuovi scossoni in seno alle relazioni tra Washington e Teheran.

La Repubblica Islamica, dal canto suo, si trova oggi in una situazione ambivalente. Se dal punto di vista economico le sanzioni statunitensi esercitano un peso non indifferente, sul piano geopolitico Teheran vanta alcuni interessanti risultati. Il rafforzamento che la Russia sta infatti conseguendo sul fronte mediorientale ha favorito l’Iran, che di Mosca risulta notoriamente uno dei principali alleati nell’area. Sotto questo aspetto, Teheran ha quindi indirettamente beneficiato del parziale disimpegno statunitense da territori come la Siria. Tutto questo, sebbene qualche elemento problematico non manchi. La strategia diplomatica che Vladimir Putin sta infatti cercando di portare avanti in Medio Oriente implica un delicatissimo equilibrismo tra fazioni e Stati contrapposti. Un equilibrismo che coinvolge anche un acerrimo nemico dell’Iran, come l’Arabia Saudita. Inoltre, le dure proteste antigovernative che si stanno verificando in Libano e Iraq rappresentano, in buona sostanza, un cruccio per le alte sfere di Teheran. Le dimissioni a fine ottobre del premier libanese, Saad Hariri, non sono state ben accolte dalla filoiraniana Hezbollah che governava in coalizione con lui. Ma non è tutto. Sembrerebbe infatti che, lo scorso 30 ottobre, il generale iraniano Qassem Soleimani, capo della Forza Qods dei Guardiani della rivoluzione islamica, si sia recato a Baghdad per chiedere alle milizie dell’Unità della mobilitazione popolare di spalleggiare il primo ministro iracheno, Adel Abdul Mahdi, nel corso delle proteste volte ad ottenere le sue dimissioni. Del resto, non bisogna dimenticare che l’Iraq sia diventato un terreno di scontro indiretto tra Iran e Arabia Saudita: due potenze, che si stanno contendendo da tempo l’influenza economica e geopolitica su questo territorio. Baghdad, dal canto suo, ha cercato – soprattutto nel corso dell’ultimo anno – di oscillare costantemente tra i due rivali. La Repubblica Islamica guarda d’altronde a queste proteste con particolare ostilità e preoccupazione per due motivi. In primo luogo, perché – come accennato – rischiano di creare una crepa nel suo sistema di influenze regionali. In secondo luogo, i vertici iraniani temono che disordini simili possano prima o poi scoppiare anche dentro i propri confini, secondo dinamiche già conosciute con l’Onda Verde del 2009.

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