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Esteri

Mohammed Dahlan: "La terza Intifada è inevitabile"

L'ex ministro degli Interni dell'ANP crede che il nuovo cuore della "resistenza" palestinese sia a Gerusalemme est

Dopo gli attentati a Gerusalemme del 22 ottobre e del 5 novembre, in molti credono che tra Israele e Palestina stia per iniziare (o sia già cominciata) una nuova Intifada, che farebbe riesplodere le tensioni destabilizzando l'intera regione. Nell'ultima settimana si sono verificati scontri a Gerusalemme est, in seguito alla decisione del governo israeliano di chiudere per sicurezza (e poi riaprire) la Spianata delle Moschee. Panorama.it ha intervistato Mohammed Dahlan, già pupillo di Arafat e attualmente membro del Consiglio legislativo dell'Autorità palestinese (ANP), di cui è stato ministro degli Interni e capo della Sicurezza. Voci lo danno in pole position nella successione ad Abu Mazen come presidente dei palestinesi. 


 

Mohammed Dahlan, crede che stia per iniziare o sia già cominciata una terza Intifada?

Nessuno può evitare che inizi la terza Intifada, soprattutto se il processo politico per la pace è in stallo, come adesso, e soprattutto vista l'insistenza del governo israeliano nel continuare a perseguire una politica che distrugge il concetto stesso di pace e di coesistenza. E distrugge anche il futuro delle prossime generazioni, sia palestinesi che israeliane. 

L'ipotesi di tornare indietro nel tempo, ai confini del 1967, è ancora sul tavolo?

Credo che la possibilità di creare uno Stato palestinese indipendente sui confini del 1967 con capitale Gerusalemme est attraverso negoziati diretti tra Israele e Palestina sia ormai un'opzione troppo debole, per non dire impossibile in questo momento. Questo anche a causa della vergognosa incapacità della comunità internazionale di imporsi con gli israeliani e al conseguente rifiuto da parte del popolo palestinese di arrendersi alla realtà imposta da Israele. Per questo, l'unica scelta che resta ai palestinesi è quella di inventarsi una nuova resistenza.

Pensa a una terza Intifada?

Una nuova Intifada o anche qualcosa di più.

Prima le pietre, poi i kamikaze. Cosa ci dobbiamo aspettare dalla terza Intifada?

E' molto difficile prevedere le caratteristiche della terza Intifada, perché stiamo parlando di un movimento popolare, e la gente sceglie e sviluppa gli strumenti per affrontare il nemico cercando di ottenere tutto quello che c'è da ottenere. Abbiamo anche assistito a molte manifestazioni con i fuochi d'artificio...

Ma abbiamo anche assistito ai kamikaze che si sono fatti esplodere sugli autobus e nei caffè di Gerusalemme...

I kamikaze sono arrivati come strascico della seconda Intifada, il 28 settembre del 2000. Non si può dire dove porterà la terza Intifada, né come si svilupperà. Certo, io potrei anche avere una lettura diversa...

Qual è la sua lettura?

L'attuale movimento popolare è guidato e sviluppato da una nuova generazione, una generazione di giovani palestinesi che hanno Gerusalemme come centro e obiettivo. E tutti noi sappiamo quanto sia importante Gerusalemme quando si tratta di caricare gli animi delle persone, di tutte le fedi e le etnie che vivono lì. 

Proviamo a fare qualche previsione. Cosa dobbiamo aspettarci con un Abu Mazen che sembra sempre più debole?

Non voglio parlare di Abu Mazen, perché è noto che noi due siamo in conflitto e vorrei restare all'interno di un discorso puramente politico. E' chiaro, però, che Abu Mazen non ha ancora scoperto su quale terreno stare. E' impensabile che un presidente palestinese non riesca a distinguere tra l'occupante e l'occupato. Credo, però, che Abu Mazen abbia una nuova, piccola occasione per aggiustare la direzione della sua bussola politica. Questo significa essere capaci di subire le conseguenze di prendere una posizione diversa da tutte le altre posizioni prese in precedenza. Perché essere un leader non vuol dire solo godere di privilegi, ma anche pagare un prezzo per la realizzazione della causa nazionale. Qualche volta questo prezzo è molto pesante, proprio come è successo 10 anni fa al nostro defunto leader, Abu Ammar Arafat. 

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