Esteri

Al via l'indagine per impeachment contro Donald Trump

La Camera ha votato il via libera. Per la terza volta nella storia degli Usa un presidente sotto inchiesta per il caso Ucraina

trump-arrivo-las-vegas

Stefano Graziosi

-

Stati Uniti. La Camera dei Rappresentanti ha approvato oggi le procedure dell’indagine per impeachment contro Donald Trump. La misura, che stabilisce le regole per le audizioni a porte aperte e per l’interrogatorio dei testimoni, ha ottenuto 232 voti favorevoli. I repubblicani si sono schierati compattamente contro il provvedimento, ricevendo l’appoggio di due deputati democratici. Nello specifico, la votazione non avvia il processo di impeachment vero e proprio ma conferisce i crismi della formalità all’indagine che la Speaker Nancy Pelosi aveva di fatto avviato alla fine di settembre. Una mossa che i repubblicani avevano giudicato arbitraria, proprio perché non era stata preceduta da un voto formale della Camera: voto che, per inciso, si era tenuto nel 1974 (nell’avvio dell’indagine per impeachment contro Richard Nixon) e nel 1998 (quando ad essere messo sotto inchiesta era invece stato Bill Clinton).

Nelle scorse settimane, i repubblicani hanno anche lamentato una certa opacità nella gestione dell’indagine, visto che le audizioni si sono finora tenute a porte chiuse e il partito d’opposizione non è stato granché coinvolto nella conduzione dell’inchiesta. Tra l’altro – accusano i repubblicani – i democratici avrebbero fatto appositamente trapelare informazioni incomplete e manipolate alla stampa, per spingere l’opinione pubblica americana verso sentimenti ostili nei confronti di Trump. Anche per questo, negli scorsi giorni, il senatore repubblicano, Lindsey Graham, aveva annunciato di voler presentare una risoluzione di condanna per l’indagine avviata dalla Camera. Dal canto suo, Nancy Pelosi si è sempre difesa, sostenendo che un voto formale non fosse necessario da un punto di vista tecnico. Alla fine, la Speaker ha tuttavia ceduto, soprattutto a causa delle crescenti accuse di politicizzazione dell’indagine da parte dell’elefantino. Una scelta, quella della Pelosi, che non si è rivelata poi troppo indolore per l’asinello: come riportato dalla testata The Hill, negli ultimi giorni, il Partito Democratico ha registrato non pochi malumori interni per questo voto. Un voto che ha di fatto costretto molti deputati democratici a prendere posizione netta su un dossier – quello di un eventuale processo di messa in stato d’accusa – che risulta politicamente scivoloso. Non sono pochi infatti coloro che temono che un impeachment possa rivelarsi un boomerang: esattamente come accadde nel 1999 ai repubblicani con Clinton.

Nel dettaglio, le regole votate oggi stabiliscono che si terranno audizioni pubbliche, saranno diffuse le trascrizioni delle testimonianze già avvenute a porte chiuse e che verrà redatto un rapporto. Quest’ultimo sarà poi consegnato alla commissione giudiziaria della Camera, la quale avrà il compito di redigere i capi di imputazione che dovranno essere votati infine per avviare il processo vero e proprio. L’obiettivo dei democratici risulterebbe quello di arrivare a un voto definitivo entro la fine di novembre, visto che loro intenzione sarebbe quella di concludere un eventuale processo entro l’inizio delle primarie, fissato a febbraio. I repubblicani non si sono comunque mostrati soddisfatti della risoluzione e sono andati all’attacco. Lo stesso Graham ha dichiarato su Twitter: “Il voto della Camera ha legittimato un processo che impedisce al presidente il diritto a un avvocato nella commissione Intelligence e rende la minoranza repubblicana asservita alla volontà di Adam Schiff nella commissione Intelligence quando si tratta di interrogare testimoni”. Il senatore ha quindi parlato di giorno “triste” per l’America. Il punto maggiormente controverso della risoluzione appena approvata riguarda infatti il grande potere che resta nelle mani dei leader democratici, i quali – almeno sulla carta – possono bloccare eventuali ordini di comparizione emessi dai repubblicani. Un elemento, questo, che – secondo gli esponenti dell’elefantino – non garantirebbe reale equità nell’ambito dell’indagine in corso. Nonostante qualche malumore espresso dai repubblicani storicamente ostili a Trump (come il senatore dello Utah, Mitt Romney) l’elefantino sembra, almeno per ora, intenzionato a fare quadrato intorno al presidente. Senza dimenticare che – come riportato da The Hill –  recenti rilevazioni sondaggistiche condotte in alcuni Stati chiave abbiano registrato una maggioranza critica verso l’ipotesi di un impeachment contro Trump. In particolare, la maggior parte degli elettori in Michigan, Carolina del Nord, Pennsylvania, Wisconsin, Arizona e Florida sarebbe contraria alla rimozione del presidente dall'incarico.

Mentre lo scontro infuria al Congresso, la questione del voto è entrata anche nella corsa per la campagna elettorale. Se Trump ha bollato su Twitter il provvedimento come “la più grande caccia alle streghe della storia americana”, molti degli attuali candidati alla nomination democratica hanno espresso il proprio sostegno alla risoluzione. Il sindaco di South Bend, Pete Buttigieg, si è detto favorevole all’eventualità di un processo di impeachment. Su una posizione simile si è collocata la senatrice californiana, Kamala Harris, secondo cui “nessuno è al di sopra della legge: anche il presidente degli Stati Uniti”. Il senatore del New Jersey, Cory Booker, si è invece detto “orgoglioso” del lavoro svolto dai deputati democratici.

Bisognerà adesso vedere come si evolverà l’indagine. Negli ultimi giorni, alcune testimonianze sembrerebbero aver messo in difficoltà il presidente americano, visto che l’ambasciatore statunitense in Ucraina, William Taylor, ha sostenuto in audizione che Trump avrebbe nei fatti minacciato di trattenere consistenti aiuti militari all’Ucraina, qualora il presidente Volodymyr Zelensky non avesse acconsentito ad indagare sull’attuale candidato alla nomination democratica, Joe Biden. Il deputato repubblicano, John Ratcliffe, ha smentito questa testimonianza, sostenendo che i vertici ucraini non risultassero a conoscenza del fatto che gli aiuti fossero stati congelati. Una tesi, quest’ultima, che è stata a sua volta criticata dal New York Times. Tutto questo, mentre il colonnello Alexander Vindman ha dichiarato che vi sarebbero delle omissioni nella trascrizione della telefonata intercorsa tra Trump e Zelensky lo scorso luglio.

Sospeso su questo groviglio resta comunque un dato politico non indifferente. Se, come sembra, i democratici procederanno contro Trump con l’accusa di abuso di potere per le pressioni su Zelensky, il grande rischio è che a farne le spese possa essere anche il medesimo Joe Biden. Secondo quanto da lui stesso pubblicamente raccontato l’anno scorso, da vicepresidente in carica minacciò – nel marzo del 2016 – l’allora presidente ucraino, Petro Poroshenko, di bloccare un miliardo di dollari in aiuti economici americani a Kiev, qualora non fosse stato licenziato il procuratore generale, Viktor Shokin. Quello stesso Shokin che stava indagando per corruzione sulla società ucraina di gas naturale Burisma Holdings, nel cui consiglio d’amministrazione sedeva il figlio di Biden, Hunter. È da sottolineare che quest’ultimo avesse ottenuto quell’incarico nel maggio del 2014: nello stesso periodo in cui, cioè, suo padre veniva nominato da Barack Obama come figura di collegamento tra Kiev e Washington, all’indomani dell’annessione russa della Crimea. Visto il fortissimo peso politico rivestito quindi da Joe Biden in Ucraina, il fatto che suo figlio acquisisse quel ruolo in quel momento fu criticato anche da molta stampa statunitense. Ed è per questo che le pressioni dell’ex vicepresidente contro Shokin hanno poi attirato su di lui pesanti sospetti di conflitto di interessi. Perché è indubbiamente vero che quel procuratore fosse una figura discussa e che molti all’epoca ne chiedessero il siluramento. Ma è altrettanto vero che, in quel momento, stesse indagando sull’azienda in cui lavorava Hunter Biden. Il fatto non è stato per ora indolore per la campagna elettorale dell’ex vicepresidente: pur dandolo ancora al primo posto, i sondaggi delle ultime settimane sono apparsi abbastanza deludenti. Senza poi dimenticare che, sulla questione ucraina, abbia rimediato qualche frecciata da alcuni suoi rivali nella corsa per la nomination (a partire dalla senatrice del Minnesota, Amy Klobuchar).

© Riproduzione Riservata

Commenti