Marta Buonadonna

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Ospitava circa 20 milioni di pezzi molti dei quali risalenti all'era imperiale brasiliana e avrebbe celebrato i suoi 200 anni di storia proprio quest'anno. Dopo il devastante incendio che ha avviluppato nelle fiamme centinaia delle sue stanze la notte del 2 settembre, al Museo nazionale di Rio de Janeiro è cominciata la conta dei danni arrecati dal fuoco. Non tanto all'edificio, buona parte del quale, come rivela la foto fatta dal drone il giorno dopo, è andata distrutta. Quanto ai tesori che il museo ospitava.

Le fiamme sono iniziate quando le porte erano già state chiuse al pubblico e all'interno c'erano solo quattro guardie, nessuna delle quali, secondo le informazioni fornite dal Museo stesso, sarebbe rimasta ferita, perché sono tutti riusciti a uscire e mettersi in salvo in tempo. 

Un disastro dovuto all'incuria

Pur essendo il più grande museo di storia naturale dell'America latina, il Museu Nacional non aveva mai subito un serio restauro nei suoi 200 anni di vita. Che l'edificio fosse acciaccato si sapeva, che mancasse di un impianto antincendio funzionante pure. Proprio per questo fin dagli anni '90 era cominciata la pianificazione per trasferire l'intera raccolta di reperti verso un sito differente.

Invece di ricevere più fondi per portare a termine il trasloco, però, le sovvenzioni al museo avevano subito forti tagli proprio negli anni più recenti. Tanto da spingere i curatori a organizzare una raccolta fondi privata per finanziare il restauro della base danneggiata dalle termiti di uno dei suoi più grandi dinosauri.

Una perdita immane per la ricerca

Molti degli oggetti conservati nelle sale andate distrutte erano esemplari unici, come fossili umani e di dinosauri, mummie e utensili di antiche civiltà. Essendo parte dell'Università Federale di Rio de Janeiro (UFRJ), l'istituzione ospitava la produzione accademica di dozzine di ricercatori provenienti da tutto il paese, nei settori della botanica, della zoologia, della linguistica, dell'archeologia, dell'antropologia sociale e della geologia. Molte delle loro ricerche ora rischiano di arenarsi avendo perso la materia prima da studiare.

Molte delle ricerche, infatti, dipendevano dalla consultazione della collezione del museo andata ampiamente distrutta nell'incendio. Oltre ai fossili, come quello di un piccolo coccodrillo preistorico appartenente a una specie ancora da identificare, le registrazioni di lingue parlate da popolazioni indigene estinte nel paese e intere collezioni di animali brasiliani sono probabilmente andate perdute. E con loro, quindi, parte della produzione scientifica del paese.

Per Marina Silva, ex ministra dell'Ambiente e candidata alle elezioni presidenziali di ottobre, l'incendio è stato come "una lobotomia della memoria brasiliana". Mércio Gomes, antropologo ed ex presidente della Fundação Nacional do Índio (FUNAI), ha paragonato la perdita al rogo della biblioteca di Alessandria nel 48 a.C.. "Noi brasiliani abbiamo solo 500 anni di storia. Il nostro Museo Nazionale aveva 200 anni, ma è tutto ciò che avevamo e ciò che è perduto per sempre", ha scritto su Facebook.

Per avere un'idea del disastro che questo incendio rappresenta, basta pensare che, a detta dei paleontologi brasiliani, almeno un terzo delle quasi 30 specie di dinosauri scoperti in Brasile, era nel museo. Ancora non si ha un'idea precisa di cosa possa essere sopravvissuto all'incendio. Pare però che possa essere andato distrutto fino al 90% della collezione conservata nel museo. A salvarsi è stato certamente il meteorite Bendegó, una roccia da cinque tonnellate ritrovata nel 1784. Gira su Twitter una foto che lo vede ergersi intatto sul suo piedistallo in mezzo alla devastazione totale.


Poco distante da dove si trova il meteorite, ovvero non lontano dalla sala di ingresso del museo, era esposto lo scheletro di Luzia, che con i suoi 12.000 anni era il più vecchio ritrovato sul continente americano e uno dei più antichi resti umani che siano mai stati trovati. I resti di questa donna paleo-indiana del paleolitico superiore erano stati scoperti nel 1975 in una cava nella zona di Belo Horizonte. Non si trattava di uno scheletro intero, ma di vari frammenti molto ben conservati tra cui il cranio, il bacino, e alcune ossa di braccia e gambe.

Insetti, libri, affreschi, manufatti

Per fortuna la biblioteca contenente 500mila volumi, tra cui molti risalenti al periodo di dominazione portoghese, si trova in un edificio separato da quello andato a fuoco, perciò i preziosi libri si sono salvati insieme all'erbario e ad alcuni esemplari di vertebrati. Si tratta però solo del 10% della collezione. Un destino molto diverso è toccato alla sterminata collezione di insetti conservata nelle sale del Museu Nacional. Il pavimento su cui poggiava la collezione di entomologia è crollato in seguito all'incendio, quindi 5 milioni di farfalle e altri insetti sono con tutta probabilità persi per sempre.

Ma nella sterminata collezione del museo di Rio, che includeva più del doppio degli esemplari conservati al British Museum, c'era anche un pezzo di Italia. Alcuni affreschi del tempio di Iside di Pompei erano conservati nelle sue sale: sopravvissuti all'eruzione del Vesuvio, sono finiti in cenere nell'incendio di domenica. Così come unsarcofago egiziano dipinto, vecchio di 2.700 anni, e i resti mummificati di un uomo ritrovati in Cile, risalenti almeno a 3.500 anni fa.

Dinosauri addio

La parte bruciata dell'edificio ospitava, come abbiamo detto, una ragguardevole collezione di scheletri di vari dinosauri, come il Maxakalisaurus e il Santanaraptor, oltre a una insostituibile collezione di scheletri di pterosauri, rettili volanti coevi dei dinosauri, tra cui alcuni tra gli esemplari meglio conservati del pianeta.

A rendere la catastrofe ancora più grave c'è il fatto che molti degli esemplari che si teme siano andati perduti per sempre erano degli olotipi, ovvero esemplari sui quali si basa la descrizione della specie che rappresentano. Alcuni sono stati disegnati e descritti nella letteratura scientifica, ma si tratta spesso di informazioni frammentarie, per questo gli scienziati sono soliti tornare a studiare gli olotipi, preferendo vederli con i propri occhi. Per molte specie questo ora non sarà più possibile.

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