Esteri

Impeachment per Trump: parte l'iter per il processo

Giorno per giorno il percorso che potrebbe portare a processo il Presidente degli Stati Uniti

Donald-Trump-impeachment

Stefano Graziosi

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11 dicembre

I democratici hanno annunciato i due capi di imputazione per l'impeachment contro Trump: abuso di potere e ostruzione del Congresso. Sembrava fossero intenzionati ad inserire anche l'accusa di intralcio alla giustizia ma, su questo, non è stato raggiunto un accordo in seno all'asinello. Giovedì prossimo, la commissione giudiziaria della Camera approverà formalmente i due capi d'imputazione, in vista del voto in plenaria che darà il via al processo vero e proprio entro la prossima settimana. Nel caso dovesse essere posto in stato d'accusa, Trump sarebbe il terzo presidente a subire questo procedimento, dopo Andrew Johnson (nel 1868) e Bill Clinton (nel 1998): due inquilini della Casa Bianca entrambi assolti in  Senato.


5 dicembre

L’impeachment è realtà? Oggi la Speaker della Camera, Nancy Pelosi, ha dato il via alla redazione dei capi di imputazione contro Donald Trump, in vista di un processo di impeachment. "I fatti sono incontestabili. Il Presidente ha abusato del suo potere a proprio vantaggio, politico e personale, a spese della sicurezza nazionale", ha dichiarato. L’obiettivo dei democratici è arrivare alla votazione dei capi d’imputazione prima di Natale, per avviare formalmente il processo di messa in stato d’accusa. Durissima la reazione della Casa Bianca, con Trump che ha tuonato: "Questo non significa altro il fatto che in futuro l'impeachment verrà usato di routine per attaccare i futuri presidenti. Non è ciò che i Padri Fondatori avevano in mente. La cosa buona è che i repubblicani non sono mai stati così uniti come ora. Noi vinceremo". In caso (probabile) di avvio del procedimento, bisognerà considerare due fattori. In primo luogo, il grado di compattezza nel voto di entrambi i partiti. In secondo luogo, sarà interessante vedere quanto i repubblicani faranno durare il processo al Senato. Il 3 febbraio inizieranno infatti le primarie democratiche e – a concorrere per la nomination dell’asinello – ci sono svariati senatori (Bernie Sanders, Elizabeth Warren, Amy Klobuchar, Cory Booker e Michael Bennet), che potrebbero essere costretti a interrompere temporaneamente la propria campagna elettorale.

La commissione Intelligence della Camera dei Rappresentanti aveva approvato giorni fa un rapporto di trecento pagine, secondo cui Donald Trump si sarebbe nei fatti macchiato di abuso di potere e intralcio all’indagine del Congresso. La documentazione verrà adesso inviata alla commissione giudiziaria della Camera, che condurrà proprie audizioni e – soprattutto – utilizzerà il rapporto per redigere formalmente i capi d’imputazione: capi di imputazione che dovranno essere poi votati in plenaria per avviare, in caso, il processo di messa in stato d’accusa vero e proprio. L’obiettivo sarebbe quello di votare per l’impeachment entro Natale: la leadership del Partito Democratico teme infatti che, qualora la questione finisse col dilungarsi troppo, possa mediaticamente oscurare le primarie, il cui avvio è fissato per il 3 febbraio, con il caucus dell’Iowa. I tempi sono quindi stretti: si pensi solo che il processo di impeachment contro Bill Clinton prese il via 19 dicembre del 1998, per concludersi il 12 febbraio dell’anno successivo. Anche per questo, pare che – originariamente – i democratici puntassero stavolta ad avviare il processo prima di dicembre. Ufficialmente tuttavia non sembrerebbe esserci una tabella di marcia prestabilita. Ieri sera, la Speaker della Camera, Nancy Pelosi, ha detto che deciderà in che modo agire, sulla base delle imminenti audizioni che condurrà la commissione giudiziaria.

Come accennato, il rapporto è diviso in due parti: una dedicata all’accusa di abuso di potere e un’altra a quella d’intralcio all’indagine parlamentare. L’asinello sostiene che la telefonata del 25 luglio tra Trump e il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky – quando il primo chiese al secondo di aprire un’inchiesta su Joe Biden – costituisca solo l’inizio “degli sforzi del presidente Trump per piegare la politica estera degli Stati Uniti al suo tornaconto personale”. L’accusa, come è noto, è che il leader americano abbia subordinato il rilascio di quasi quattrocento milioni di dollari in aiuti a Kiev, in cambio dell’apertura dell’indagine su Biden. I democratici parlano quindi di una campagna orchestrata dalla Casa Bianca, che avrebbe coinvolto anche figure di alto livello, come il vicepresidente Mike Pence e il segretario di Stato Mike Pompeo. “Il presidente si è impegnato in questo comportamento a beneficio della propria rielezione presidenziale, per danneggiare le prospettive elettorali di un rivale politico e per influenzare le prossime elezioni presidenziali della nostra nazione a suo vantaggio”, si legge nel rapporto. La seconda accusa, quella di intralcio alla giustizia, prende invece le mosse dal fatto che la Casa Bianca – durante questi due mesi di indagine per impeachment – abbia spesso proibito ai propri funzionari o ex funzionari di essere interrogati dalla commissione Intelligence della Camera. “L'indagine”, dichiara il rapporto, “ha rivelato la natura e la portata della cattiva condotta del presidente, nonostante una campagna di ostruzione senza precedenti da parte del presidente e della sua amministrazione per impedire alle commissioni di ottenere prove documentali e testimonianze.” Alla base del rapporto, ci sono le audizioni condotte alla Camera in questi due mesi, oltre ad alcune registrazioni telefoniche, ottenute tramite mandato da AT&T.

In attesa di conoscere gli ulteriori sviluppi dell’indagine per impeachment, il rapporto sembra comunque presentare qualche problema. In primo luogo, non bisogna dimenticare un fattore importante: ad oggi, la “pistola fumante” che inchioderebbe Trump non è ancora stata trovata. Colui che, almeno per il momento, si è rivelato il testimone chiave, l’ambasciatore statunitense presso l’Unione Europea Gordon Sondland, ha negato di aver ricevuto ordini diretti dal presidente e ha anche citato una conversazione telefonica con lui avuta a settembre, in cui l’inquilino della Casa Bianca gli avrebbe detto di non volere alcun “do ut des” da Zelensky. Lo stesso Sondland ha dichiarato di aver “supposto” che esistesse una connessione tra gli aiuti economici americani e l’avvio di un’indagine su Biden da parte dell’Ucraina. Un conto è quindi la probabilità che Trump possa aver ricattato Kiev, un conto è una dimostrazione evidente e al di là di ogni ragionevole dubbio: una dimostrazione da cui, vista l’eventualità di un processo per impeachment, non si dovrebbe prescindere.

Tuttavia, al di là della questione della “pistola fumante”, dal rapporto emergono anche elementi strani. Anziché soffermarsi sull’indagine, molte delle sue pagine sembrano mettere in discussione la politica estera, condotta da Trump. Vi si leggono affermazioni come le seguenti: “Gli Stati Uniti hanno interesse a fornire assistenza di sicurezza all'Ucraina per sostenere il paese nella sua battaglia di lunga data contro l'aggressione russa e sostenerlo come un paese indipendente e democratico che può scoraggiare l'influenza del Cremlino sia in Ucraina che in altri paesi europei.” In un passaggio, tra l’altro, si critica Trump per essersi confrontato sul dossier ucraino con il presidente russo, Vladimir Putin, e con il premier ungherese, Viktor Orban. Insomma, si sta indagando su un presunto abuso di potere da parte di Trump o si sta questionando sulle sue scelte di politica estera? Scelte che, per quanto poco condivisibili possano in caso risultare, non dovrebbero essere sindacabili, vista l’autonomia di cui gode – secondo la Costituzione – il potere esecutivo in questa materia. Se tali scelte si vogliono bloccare, il Congresso può agire attraverso l’approvazione di leggi e risoluzioni: non attraverso lo strumento dell’impeachment. L’ipotesi è che quindi – esattamente come ai tempi del caso Russiagate – a finire nel mirino di questa inchiesta sia il tentativo di distensione che la Casa Bianca sta cercando di portare avanti nei confronti di Mosca.

Un altro aspetto controverso riguarda poi la posizione che il rapporto assume sulla vicenda dei Biden. Ricordiamo infatti che, nel marzo del 2016, Joe Biden, all’epoca vicepresidente in carica e nominato da Obama come figura di raccordo tra Kiev e Washington, minacciò l’allora presidente ucraino, Petro Poroshenko, di tagliare un miliardo di dollari in aiuti all’Ucraina, qualora non fosse stato silurato Viktor Shokin: il procuratore generale che stava ai tempi indagando per corruzione su Burisma Holdings, società energetica ucraina nel cui consiglio d’amministrazione sedeva – dal maggio del 2014 – il figlio di Joe Biden, Hunter. Il rapporto dei democratici tende a liquidare la vicenda, sostenendo che: “Alla fine del 2015, gli ucraini si stavano agitando per la rimozione di Shokin e, a marzo 2016, il parlamento ucraino ha votato per licenziare il procuratore generale. Testimoni multipli hanno affermato che il licenziamento di Shokin nel 2016 ha reso più - non meno - probabile che le autorità ucraine possano indagare su eventuali accuse o illeciti a Burisma o altre presunte società corrotte. Tuttavia, il presidente Trump e i suoi sostenitori hanno cercato di perpetuare la falsa narrazione, secondo cui il signor Shokin non avrebbe dovuto essere rimosso dalla sua carica e che il vicepresidente Biden aveva agito in modo corrotto nello svolgimento della politica degli Stati Uniti.” Beninteso, è senz’altro vero che Shokin fosse una figura controversa e che molti ne chiedessero la destituzione. Resta tuttavia il fatto che, nel momento in cui Biden ne pretese il siluramento, stesse indagando su un’azienda in cui suo figlio rivestiva un ruolo apicale. E questo è un dato di fatto. Se poi vogliamo dire che non ci siano evidenze che Biden ne abbia chiesto il licenziamento con questo obiettivo, allora anche su Trump non è possibile stabilire con certezza se abbia congelato gli aiuti economici a Kiev per indagare su un suo avversario politico o se lo abbia fatto con altre finalità (come, per esempio, quella di avviare una distensione con la Russia o spingere l’Unione Europea a fare la sua parte nel sostegno economico a Kiev).

Perché alla fine il problema è proprio questo: stabilire un eventuale abuso di potere del ramo esecutivo in materia di politica estera è quasi impossibile, vista l’elevata discrezionalità di cui questo stesso ramo gode in base alla Costituzione. Ed è un discorso che vale sia per il comportamento di Trump che per quello di Biden: comportamenti controversi e deontologicamente deprecabili ma rispetto a cui reperire un elemento illecito risulta molto complicato (se non addirittura quasi impossibile). Gli stessi parallelismi che i democratici imbastiscono oggi con il Watergate disporranno (forse) di efficacia mediatica ma, dal punto di vista giuridico, risultano inconsistenti. Il Watertgate fu infatti uno scandalo del tutto interno al sistema politico-istituzionale statunitense e non chiamò in causa l’ambito delle relazioni internazionali: un discorso che vale anche per l’accusa di “corruzione”, invocata recentemente dalla stessa Nancy Pelosi.

Certo: resta poi la questione dell’intralcio all’indagine. Se è indubbiamente vera la riottosità mostrata dalla Casa Bianca rispetto alle audizioni della Camera, non va però neppure trascurato che – differentemente dalle indagini per impeachment del 1974 e del 1998 – stavolta il partito d’opposizione non sia stato pienamente coinvolto nella conduzione dell’inchiesta: basti pensare che il presidente della commissione Intelligence, Adam Schiff, possa bloccare gli ordini di comparizione emessi dai colleghi repubblicani. Senza poi dimenticare un ulteriore fattore: differentemente dal 1974 e dal 1998, stavolta alla base di un eventuale processo ci sarà un rapporto elaborato da un partito politico e non da un procuratore speciale. Se è dunque vero che la Casa Bianca non abbia collaborato, è altrettanto evidente che sinora i democratici non abbiano particolarmente brillato per equità e imparzialità. Non sarà forse un caso che, secondo il Washington Post, recenti sondaggi condotti in alcuni Stati chiave per le presidenziali del 2020 (Arizona, Florida, Michigan, Pennsylvania, Nevada, New Hampshire, North Carolina e Wisconsin) abbiano mostrato una maggioranza di elettori ostili all’impeachment contro Trump.

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