Marco Ventura

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Va bene anche l’ipocrisia. In fondo, le relazioni internazionali si basano su questo. Un personaggio politico di primo piano mi raccontava in Israele che all’indomani della distruzione del reattore nucleare siriano da parte dell’aviazione israeliana, nel 2007, al Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite l’ambasciatore di un importante Paese asiatico in privato si complimentava per l’azione, in pubblico la condannava. È pure evidente che ogni Stato bada a fare i propri interessi, adattandosi alle situazioni e se necessario cambiando idea, mettendo l’interesse nazionale al servizio della lettura più conveniente. Questo pragmatismo ha dominato perfino negli Stati usciti da una rivoluzione (l’Unione Sovietica insegna). Né c’è da stupirsi che l’Iran oggi sia nemico di Israele mentre sotto lo Scià era suo stretto alleato, o che il presidente egiziano Sadat, che aveva fatto la guerra a Israele, sia poi stato il leader capace di rompere il tabù del dialogo con lo Stato ebraico e sia andato a parlare alla Knesset.

L’Europa non è immune all’ipocrisia, anzi. Ma c’è anche nell’ipocrisia delle relazioni politiche un’attenzione che va mantenuta, per non perdere completamente la faccia e non trasformare l’Unione in una miscellanea di soggetti pronti a sostenere le più disparate argomentazioni, plasticamente fra loro contraddittorie.

Mettiamo il tema delle migrazioni che investono il continente. A Calais succede di tutto. La frontiera si è come spostata e i migranti assaltano il tunnel per passare dalla Francia alla Gran Bretagna. Sembrava impossibile che si venisse a creare una situazione del genere in Nord Europa. Quando furono firmati gli accordi di Dublino che introducono il principio dell’asilo da richiedere nel primo Stato d’approdo (prima funzionava in altro modo e i profughi potevano fare richiesta verso qualsiasi Paese UE), pareva che il problema riguardasse in misura bilanciata i confini meridionali e quelli orientali dell’Unione. Non si era ancora posta la questione al Nord-Ovest.

Il colmo è che i ministri dell’Interno di Francia e Regno Unito, dopo la mala parata hanno lanciato un appello congiunto all’Europa, in base al principio che nessuno Stato può “da solo” affrontare quest’emergenza e ci vuole il concorso corale dei partner europei. Quando era l’Italia a lanciare appelli, orecchie da mercante da Regno Unito e Francia. Il problema non pareva riguardarli. Facile scaricare le tensioni migratorie sui Paesi in prima linea: Italia, Grecia, Malta. Al governo Renzi (e ai precedenti) è costata una fatica immensa anche soltanto riuscire a imporre che del tema ci si occupasse, a Bruxelles. Nel momento di mettere a punto un piano comune, condividendo le responsabilità, la buona volontà dei nostri amici e alleati si è dissolta come neve al sole.

Oggi tocca a Parigi e a Londra “fare gli italiani”. A Parigi che blocca la frontiera con la Liguria. A Londra che un giorno sì, l’altro pure, proclama che chiuderà le frontiere a nuovi profughi. C’è troppa supponenza, troppo egoismo, troppo poca lungimiranza, troppa ipocrisia nelle pubbliche uscite francesi e britanniche. Che, per l’ennesima volta, dimostrano una sola cosa: l’Europa è meno di quello che era l’Italia prima dell’Unità. Neanche un’espressione geografica. E se c’è un collante che ne unisce i popoli europei, è lo stesso tasso di miope egocentrismo nazionale che non sa neanche riconoscere gli interessi strategici comuni.   

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