Esteri

Immigrazione, che fine ha fatto la missione italiana in Niger?

Da gennaio, l'unica attività sarebbe stata la consegna di farmaci alle autorità nigeriane per l'assistenza della popolazione

niger missione italiana

Eleonora Lorusso

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Agire in Africa, esattamente a sud della Libia e in particolare al confine con il Niger e sul suo stesso territorio. Il ministro dell'Interno e vicepremier, Salvini, ha indicato ancora prima del Consiglio europeo la strada che potrebbe percorrere l'Italia nel fronteggiare l'emergenza migranti. Che pare che passi proprio dal Niger. Ma nel paese africano sono già presenti militari italiani della missione MISIN, autorizzata durante il precedente governo e iniziata formalmente a inizio 2018, per terminare a fine settembre 2018.

Ma che cosa stanno facendo i soldati italiani guidati da una Generale di Brigata? Nulla che abbia a che fare con il contrasto della tratta di esseri umani. Intanto, nell'ambito di Minusma, da qualche giorno sono arrivate in Mali truppe canadesi e britanniche, che si sono unite a quelle francesi di stanza in Mali, dove Parigi da anni è presente con la missione Barkhane.

Minusma: obiettivi e numeri

La Missione Minusma conta circa 12.000 militari e 1.900 agenti di polizia, dispiegati da parte di oltre 50 stati membri delle Nazioni Unite. Dal 2013, quando partì, ha perso 160 persone, pari a più della metà delle altre operazioni Onu durante lo stesso periodo. Questo a indicare la pericolosità dell'azione e del contesto in cui i militari agiscono.

Le ultime 9 vittime di quella che è considerata a tutti gli effetti una missione di peacekeeping risalgono al 15 aprile, a causa di un missile e una autobomba contro il "Super Camp" dell'aeroporto di Timbuktu, base strategica delle forze Onu.

L'obiettivo è quello di combattere gli estremisti islamici legati ad Al Qaeda, che hanno il controllo del deserto nel nord del Mali dal 2012, sorti dalle "ceneri" dei separatisti Tuareg. La Francia è stata la prima a intervenire, con l'Operazione Barkhane nella regione del Sahel.

Il 14 giugno le prime truppe canadesi e britanniche a supporto di Barkhane sono arrivate con compiti di preparazione logistica. I norvegesi, già presenti, hanno annunciato un impegno fino al 1° maggio 2019. Sul posto da tempo anche forze Usa. E l'Italia?

Il contingente italiano

Come riporta il sito del ministero della Difesa, "la missione italiana è fornire supporto nella Repubblica del Niger". "Il Governo - si legge - ha autorizzato la "Missione bilaterale di supporto nella Repubblica del Niger - MISIN (con area geografica di intervento allargata anche a Mauritania, Nigeria e Benin) al fine di incrementare le capacità volte al contrasto del fenomeno dei traffici illegali e delle minacce alla sicurezza, nell’ambito di uno sforzo congiunto europeo e statunitense per la stabilizzazione dell’area e il rafforzamento delle capacità di controllo del territorio da parte delle autorità nigerine e dei Paesi del G5 Sahel", dunque Niger, Mali, Mauritania, Chad e Burkina Faso.

Due gli interventi contemplati nello specifico:

  • supportare la stabilizzazione dell'area e rafforzare le capacità di controllo del territorio delle autorità nigerine e dei Paesi del G5 Sahel, sviluppare le Forze di sicurezza nigerine (Forze armate, Gendarmeria Nazionale, Guardia Nazionale e Forze speciali della Repubblica del Niger).
  • concorrere alle attività di sorveglianza delle frontiere e del territorio, e di sviluppo della componente aerea della Repubblica del Niger.

Per fare tutto ciò il Governo Gentiloni aveva previsto, dal 1° gennaio al 30 settembre 2018, un impiego massimo di 470 militari, 130 mezzi terrestri e 2 mezzi aerei.

Sul campo, dunque, dovrebbero operare "team per ricognizione e comando e controllo, team di addestratori, da impiegare anche presso il Defense College in Mauritania, team sanitario, personale del genio per lavori infrastrutturali, squadra rilevazioni contro minacce chimiche-biologiche-radiologiche-nucleari (CBRN), unità di supporto; unità di force protection; unità per raccolta informativa, sorveglianza e ricognizione a supporto delle operazioni (ISR).

Ma è davvero così?

Cosa sta facendo l'Italia

Dell'attività italiana, però, non si parla, fatta eccezione per quanto dichiarato dal vice premier Salvini a proposito del progetto di aprire hotspot a sud della Libia. Le ultime notizie ufficiali si riferiscono allo scorso gennaio, quando l'allora ministro degli Esteri, Alfano, ha inaugurato l'Ambasciata italiana nella capitale Niamey.

A fine maggio, invece, si informa che i "militari italiani della Missione in Niger hanno provveduto alla consegna di un secondo lotto di farmaci e presidi sanitari a favore del Ministero della Salute Pubblica e del Ministero della Difesa nigerini", dopo la donazione della Cooperazione italiana già avviata il 24 aprile.

Nessun riferimento, dunque, all'azione di contrasto del traffico di esseri umani, come invece indicato dalla Difesa. Si tratta di un'azione di supporto di tutto rispetto, ma che nulla a che a che fare con gli obiettivi iniziali dell'intervento, affidato al Generale di Brigata Antonio Maggi, comandante del MISIN.

La Difesa, tramite il comunicato ufficiale, informa che "il personale della MISIN ha localizzato nell'ambito della salute la priorità in considerazione della situazione in cui versa la Sanità sia militare che civile del Paese".

Dopo l'intervento del vicepremier Salvini, c'è da aspettarsi un cambio di rotta?

MISIN: le posizioni del Governo

Secondo quanto dichiarato da Salvini l'Italia dovrebbe e vorrebbe occuparsi dell'addestramento della guardia di frontiera libica, allo scopo di arginare l'ingresso di migliaia di migranti da sud. Personale dei ministeri dell'Interno, della Difesa e degli Esteri dovrebbe partire a breve per raggiungere Ghat, località nel deserto che si trova proprio tra Libia e Niger, dove è già presente un contingente italiano.

Sarebbe composto, secondo indiscrezioni, da una 40ina di militari (alloggiati in tedne?) che avrebbero fatto interventi di ristrutturazione negli edifici dell'aeroporto locale, utilizzati come base.

Le forze nigerine (costituite soprattutto dai cosiddetti "guardiani del deserto", appartenenti a tribù come Tuareg, Tebu e Soleiman) potrebbero essere addestrate lì, se le autorità locali dessero il loro via libera, oppure in Italia.

Un hotspot potrebbe anche sorgere nella stessa zona, nonostante sia sotto il controllo di una criminalità anche violenta, dedica al traffico di uomini e droga.  L'idea sarebbe comunque di affidarlo a personale Onu e libico, con una presenza forse di un centinaio di militari italiani a garanzia della sicurezza. Il costo, invece, sarebbe fronteggiato con fondi Ue, da investire soprattutto in tecnologia (droni e sensori laser).

La contrarietà del M5S

Di fronte alle dichiarazioni di Salvini, però, non c'è stato commento da parte del Movimento 5 Stelle. In piena campagna elettorale Di Maio aveva dichiarato: "La missione in Niger mi preoccupa, non ne capisco le regole d'ingaggio" aggiungendo: "La Francia è lì da tempo e la nostra ci sembra una missione di supporto ai francesi. Quindi il nostro obiettivo sarà di rivedere termini e regole d'ingaggio della missione in Niger senza pregiudizi, ma con la volontà di chiarire cosa debbano fare i nostri soldati e le truppe sul quel territorio che sta vivendo una importante partita di riposizionamento geopolitico alla quale se dobbiamo partecipare dobbiamo dircelo e non andare con la scusa dei migranti".

A rincarare la dose dei dubbi, infine, era stato il senatore pentastellato Frusone: "L'Italia ha bisogno di dialogare con l’Africa. Siamo però in disaccordo nel merito della missione, soprattutto rispetto ad alcune dichiarazioni: pensare che questa missione nasca in funzione di contrasto ai flussi migratori è paradossale, in un certo senso noi andiamo a presidiare il deserto".

Il silenzio di questi giorni potrebbe essere motivato proprio da una revisione degli obiettivi dopo i primi mesi di missione. "La missione in Niger è stata approvata in una fase debole del nostro governo - aveva aggiunto Di Maio - invece richiedeva un'ampia legittimazione".

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