Il sergente Kap e il coraggio dei ranger

La storia di un soldato, ed un uomo, che, persa una gamba in un attentato, è tornato al fronte

Il sergente Kap e il coraggio dei ranger

– Credits: Getty Image

Marco Pedersini

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I ranger americani sono i migliori soldati di fanteria del mondo. È gente cha fa 70 flessioni in due minuti, marcia per 20 chilometri in meno di tre ore con l’attrezzatura completa in spalla e si getta da un aereo a 200 metri da terra.

Il programma di selezione è durissimo: due candidati su tre mollano nei primi tre giorni. È un test che Joe Kapacziewski, 30 anni, per tutti «il sergente Kap», ha superato due volte.

La seconda, però, aveva una gamba sola.

Colpa di una granata esplosa vicino al suo piede destro, a Mosul, nel nord dell’Iraq.
Era il 9 ottobre 2005 e il sergente Kap sarebbe dovuto tornare a casa due giorni dopo. Invece si ritrovava con le ossa della gamba destra spezzate e un’arteria del braccio tagliata: «Ero alla mia quinta missione, mi sentivo invincibile» ricorda a Panorama «poi di colpo la mia fortuna si è esaurita: ho pensato di morire. Nel mezzo degli schizzi di sangue e della confusione ho pensato a Kimberly, che avevo sposato prima di partire. Oh mio Dio, ho pensato, questa è la volta che s’incazza davvero».

È qui, sotto un ponte di Mosul, che inizia la nuova vita di Kapacziewski, raccolta in un libro che uscirà il 7 maggio negli Stati Uniti, con il titolo Back in the fight, di nuovo nella lotta. È una storia di promesse, di riscatto e di fedeltà. Rialzarsi non è stato facile: per mesi Joe non si è volutofar amputare. Credeva che sarebbe potuto tornare sul campo con le sue forze. Il braccio ferito, del resto, si stava riprendendo.

Per la gamba, pensava, sarebbe stata solo questione di tempo: «Non sarò l’ennesimo ex ragazzo d’azione, non mi siederò dietro a una scrivania» ripeteva «tornerò nei ranger a fare il capo plotone». Le persone attorno a lui abbassavano lo sguardo.

Conoscevano la sua situazione meglio di lui e stavano provando, pian piano, a metterlo al corrente della gravità delle sue ferite. Senza successo: «Mi aggrappavo alla speranza e alla mia gamba, sebbene il dolore fosse praticamente costante» ricorda Joe. «I dottori mi avevano avvisato che non ci sarebbe stato modo di sentire meno male, perché avevo subito un danno irreparabile a un nervo. Sorridi e sopporta, ecco il mio motto».

I tempi si erano subito allungati. Joe era entrato e uscito dalla sala operatoria 40 volte.

Ormai erano quasi passati due anni dall’imboscata sotto il ponte a Mosul. Verso la fine dell’estate 2007, dopo una cena con amici, Joe e sua moglie si erano seduti fuori casa, sul marciapiede. Il sergente Kapacziewski, dopo un lungo silenzio, si era ritrovato a essere semplicemente Joe: «Kim, non devi restare con me. Se mi amputo la gente non vedrà più me, ma un uomo con una gamba sola per cui dispiacersi». «Ti posso mostrare le carte» aveva risposto la moglie «c’è scritto nella buona e nella cattiva sorte, finché morte non ci separi. Non si parla di quando si resta con una gamba sola». E aveva concluso: «Non hai più una gamba sola, ne abbiamo tre. E se ti sento parlare di nuovo così ti taglio anche l’altra gamba».

«L’amputazione non è stata traumatica come me l’ero immaginata» racconta Joe, come se avesse dimenticato quella «sorta di immunità naturale agli antidolorifici» che aveva reso ancora più complicato il recupero.

«Ho capito che avrei potuto davvero farcela solo quando mi hanno messo la protesi universale», un piccolo capolavoro di ingegneria che permette a Joe di correre, saltare o buttarsi da un aeroplano. Non è un dettaglio: i soldati amputati, fino a quel momento, erano costretti a usare una protesi diversa per ogni attività. Abituarsi a camminare sentendo il terreno solo da un piede era stato strano, sulle prime, ma nel giro di cinque mesi il sergente Kapacziewski era già tornato a correre. «Non a fare jogging, a correre» sottolinea lui.

«Non ce l’ho fatta da solo, sono tornato in me solo grazie a persone che non mi hanno permesso di piangermi addosso» dice Joe a Panorama: «mia moglie e gli istruttori che ho incontrato hanno ricostruito la forza dentro di me, giorno dopo giorno, finché non ho ritrovato la fiducia nei miei mezzi».

I ranger erano stati chiari: «Non possiamo ammetterti come amputato. Se vuoi tornare devi rifare l’addestramento fin dall’inizio e poi prenderemo in considerazione la tua candidatura».

Joe s’era rimesso subito a correre. Macinava chilometri di corsa e con lo zaino in spalla. «Mi mancavano solo le scale della biblioteca di Filadelfia per essere come Rocky» dice Joe. «Mi conoscevano tutti, a forza di correre con la mia gamba di plastica e acciaio.

Quando passavo la gente si fermava, alzava un pugno e mi urlava: “Vai, sergente Kap!”».
Ma perché tornare al fronte, in un corpo d’élite, e non in un posto più adatto a unamputato?

«Perché ho fatto una promessa alla mia nazione» risponde Joe «mi sono arruolato pochi giorni prima dell’11 settembre e ricordo bene cos’ho provato quel giorno: il desiderio di reagire. Ero un ragazzino appena uscito dalle superiori, non sapevo che la guerra sarebbe durata più di un decennio e che i ragazzi che sono venuti al fronte con me stanno ancora combattendo. Sono voluto tornare per loro e per i 64 ranger che sono caduti in questi anni. Combattere è un modo per onorarli, per fare in modo che nonabbiano perso la loro vita invano. E poi, in fondo, mi pagano per fare quello che tanti sognano da bambini: sparare, lanciarsi dagli aerei e far esplodere le cose».

Appena il discorso rischia di diventare pomposo, Joe taglia sempre corto.
Non ama parlare di sé, ha accettato di raccontarsi in un libro solo perché gliel’hanno chiesto i suoi superiori, per aiutare i feriti
che, come lui, si trovano a dover ripartire da zero. Anche questa intervista è riuscita solo grazie all’intercessione della moglie Kimberly (che si era raccomandata: «Ci chiami mentre stiamo viaggiando. Joe non è un gran conversatore, ma se sarà chiuso in macchina dovrà per forza rispondere»).

«Ho lavorato duramente per essere un buon soldato, non mi va che tutti ora pensino a me come un mutilato» sottolinea Joe, che dal 2009 a oggi è tornato al fronte cinque volte. Nei ranger ci sono altri due amputati, ma solo lui è riuscito a superare i test per verificare i requisiti minimi per le operazioni di combattimento.

In questi quattro anni ha meritato una medaglia al valore per aver portato in salvo un ferito trascinandolo per 70 metri sotto il fuoco nemico. Ha ricevuto il No greater sacrifice freedom award, un riconoscimento che, prima di lui, era una sorta di «premio alla carriera» riservato ai grandi generali.

Lui non ama parlarne, preferisce l’anonimato dei tempi in cui, all’appello mattutino, il suo sergente diceva: «Kapa… Kapa… che cazzo di cognome polacco è questo?». E non gli piace sentire che i suoi uomini, alle sue spalle, sussurrino: «Il sergente Kap è un duro, non farti sentire a parlare della sua protesi». Anche lui ha paura, ma non per sé: «Temo che qualcuno possa fare del male a mia moglie e ai miei due figli. Per questo, quando il primo era nato da due settimane, sono tornato in Afghanistan. Finché riusciremo a tenere i terroristi lontani, la mia famiglia sarà più al sicuro» dice Joe. «Alla fine, se torno in guerra è per la mia famiglia. È quello che so fare ed è strano da dire, ma a suo modo è un mio atto d’amore».

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