Esteri

Il regime di Assad collasserà entro l’estate?

Senza l’intervento di forze straniere, i ribelli islamisti potrebbero prevalere entro la fine dell’anno

2011 contro Assad

2011: manifestazione in Siria contro il regime del presidente Assad. – Credits:  Bülent Kilic /AFP /Getty Images

Per Lookout news

Con l’inizio del 2015 il governo di Damasco è entrato in una fase di chiara sofferenza e, dopo una serie di cruciali battaglie perse, adesso si trova minacciato da ogni fronte e insidiato fino alle periferie della capitale, quartier generale degli alawiti e dello stesso presidente Bashar Al Assad.

 La serie di vittorie dei ribelli islamici contro il regime siriano degli ultimi tre mesi indicano la diminuita capacità di resistenza dei governativi e la possibilità che la guerra stia per conoscere un’inversione di tendenza dove, per la prima volta, i ribelli appaiono più forti del regime, il quale invece è in “big trouble”, come si sussurra in queste ore a Washington.

 La perdita di Idlib e di Jisr-el-Shugur, nel nord del Paese sulla strada che connette Aleppo al porto di Latakia, è indicativa tanto degli obiettivi dei ribelli quanto dell’impotenza dell’esercito nel quadrante nord della Siria.

Idlib è stata conquistata il 28 marzo dalle forze islamiste guidate da Jabhat Al Nusra. Dopo Raqqa, capitale dello Stato Islamico in Siria, questo è il secondo capoluogo di provincia di cui il governo di Damasco ha perso il controllo.

 Nei video postati dai ribelli dopo l’ingresso in città, sappiamo che ora le montagne tra Jisr el-Shugur e la città costiera di Latakia sono piene di armi pesanti, e tutto sembra indicare un prossimo assedio al porto nel Mediterraneo, di grande importanza strategica per entrambe le parti e che i ribelli hanno ormai messo nel loro mirino.

 

La battaglia per Latakia
L’assedio e la possibile caduta di Latakia, roccaforte del governo, comporterebbe la perdita di una parte determinante di rifornimenti per il regime. Se poi il governo dovesse perdere anche il controllo della strada principale verso Hama, che connette la capitale con Aleppo via Homs, Damasco sarebbe definitivamente isolata e rischierebbe addirittura un assedio. Questi dunque i piani dei ribelli: logoramento e isolamento progressivo del centro nevralgico del potere di Assad.

 Nei dintorni di Damasco, il regime mantiene ancora una posizione considerevole, ma dall’assalto del campo profughi di Yarmouk in poi, ha conosciuto perdite significative nel resto delle province del sud. I ribelli hanno, infatti, preso recentemente anche Quinetra, un valico strategico di frontiera con la Giordania e da allora hanno iniziato a guadagnare terreno a sud-ovest della capitale.

 Può il regime morire per asfissia? Se non interverranno forze straniere, come la Russia e l’Iran, è possibile che Assad stesso sia indotto a contrattare un’exit strategy che indichi una soluzione politica della guerra, dopo oltre quattro anni di devastazione e dopo che il Paese è ormai divenuto una luogo tetro e irriconoscibile. Sempre che i suoi nemici abbiano intenzione di sedersi intorno a un tavolo.

 I motivi del progresso dei ribelli sono tutti nella ritrovata unione di scopo fra le varie anime dell’opposizione al regime: gruppi ribelli che un tempo si combattevano l'un l'altro oggi collaborano in vista dell’obiettivo finale, ovvero la caduta di Assad. Inoltre, si parla di un maggiore coordinamento tra le forze sunnite e i Paesi del Golfo che le sostengono, come Qatar, Arabia Saudita e Turchia.

 

Il dissenso interno al regime
Al netto di queste possibili dinamiche, però, sono la presenza e il rafforzamento di Jabhat Al Nusra e dello Stato Islamico a essere determinanti per il cambio di passo. Il patto tra le due anime jihadiste e l’assorbimento dei gruppi islamisti minoritari, confluiti nell’una o nell’altra milizia hanno certo consentito alla galassia dei ribelli di predisporre attacchi e coprire le zone sguarnite.

 Così, oggi il rischio di una Siria radicalizzata e jihadista è concreto. Al tempo stesso, contribuiscono al possibile collasso del regime sia il costo della guerra (un miliardo di dollari al mese con la progressiva svalutazione della moneta) sia la mancanza di compattezza e risorse umane all’interno del governo di Damasco.

 Si osserva, infatti, un crescendo di tensioni interne al regime stesso, al punto che la CNN ha riferito di un violento alterco tra due capi dell’intelligence, che sarebbe finito con un ricovero in ospedale. Inoltre, le milizie locali sciite che il regime utilizza spesso come manodopera, ovvero la Forza di Difesa Nazionale, non sarebbero più disposte a collaborare perché non ricevono più alcun sostegno né finanziamenti.

 

Il futuro della Siria
Così, oltre alle tempeste di sabbia, l’estate potrebbe portare guai seri al regime, destinati forse a sovvertire irreversibilmente l’ordine costituito. Le Nazioni Unite hanno già iniziato a Ginevra colloqui preliminari per introdurre l’argomento “negoziati” nel conflitto, anche se la loro iniziativa offre ben poche speranze, considerato che molti diplomatici non vorranno saperne di sedersi al tavolo con i jihadisti, i quali tuttavia controllano una parte rilevante del territorio e saranno determinanti in un’ipotetica pace.  

 In ogni caso, dopo oltre quattro anni non si vedono possibili vincitori in questa guerra. Ma, prima o poi, essa dovrà comunque finire. E quel giorno, dovrà pur esserci qualcuno a sancire la fine di un’epoca e a negoziare un nuovo inizio per la Siria. Ma quella persona non può certo essere Bashar Al Assad.

 

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