Esteri

Il referendum sulla Brexit spacca i Tories

La rivolta di un pezzo del partito di governo fa traballare la leadership di David Cameron

Boris l'inquieto

Boris Johnson, sindaco diu Londra, ex giornalista ed euroscettico. Capeggia la rivolta antieuropea contro Cameron – Credits: Oli Scarff/Getty Images

La Brexit spacca il governo britannico e il partito del premier David Cameron. Il referendum del 23 giugno 2016 sulla permanenza della Gran Bretagna nell'Unione europea sta infatti producendo un terremoto politico tra i Tories, con un pezzo rilevante dell'esecutivo e dello stato maggiore del partito conservatore schierato sul SÌ, contro il parere dello stesso Cameron, del ministro delle finanze, George Osborne, e del titolare dell'Interno, Theresa May.

Dal ministro della Giustizia, Michael Gove, cervello dei Tories e amico personale del premier, a Ducan Smith, ministro del Lavoro euroscettico nonchè leader dei Tories dal 2001 al 2003, fino a Boris Johnson, sindaco di Londra ed ex corrispondente (ironia della sorte) da Bruxelles per il Daily Telegraph, le voci di chi vorrebbe un'uscita tout court dall'Unione si stanno moltiplicando, con un occhio alla corsa verso la leadership dei Tories (nel caso di Boris Johnson) e un altro all'aggressiva campagna euroscettica da destra del partito di Nigel Farage, e da sinistra dal Partito del Rispetto dello scrittore-deputato George Galloway.

La questione è ormai diventata incandescente sul piano politico, con temi sempre più accesi, con un'opinione pubblica spaccata esattamente come lo è la classe dirigente. È vero che Cameron ha strappato col Club dei 28 un accordo vantaggioso per la Gran Bretagna ed è altrettanto vero che lo status speciale che è riuscito a negoziare il premier inglese a Bruxelles consente all'inquilino di Downing Street di cantare vittoria, in vista del voto referendario, sostenendo presso la propria opinione pubblica che Londra ne è uscita vincitrice.

Ma basterà quando ormai la locomotiva della contrapposizione è partita? La rinegoziazione verso il basso dell'assegno per i figli dei lavoratori comunitari che rimangono nel Paese d'origine, che sarà parametrato al costo della vita di quello stato, sarà sufficiente per disinnescare la mina euroscettica in Gran Bretagna? Sarà sufficiente, per mettere all'angolo i populisti antieuropei, sostenere come ha fatto Cameron che la Gran Bretagna dopo la revisione del patto con l'Ue non farà mai parte di un esercito europeo, nè sarà mai chiamata a partecipare ai salvataggi finanziari? Sarà sufficiente tutto questo, insomma, per sconfiggere coloro che sostengono, come sostiene Johnson, che c'è troppo attivismo giudiziario europeo contro Londra?

Il timore di Cameron è che la questione, al di là degli incerti effetti macroeconomici di una eventuale uscita di Londra dall'Unione, ormai prescinda - a pochi mesi dal referendum - dal merito concreto del nuovo accordo con l'Ue. I toni sono destinati a diventare incandescenti e apocalittici, fino al giorno del referendum. E chi potrebbe pagare il prezzo più salato, sul piano politico, è proprio Cameron, che si ritrova ormai con un pezzo rilevante del partito schierato contro di lui. Il suo compito, in vista del referendum, è quello di riportare la discussione sul merito dell'ultimo accordo, ma non è affatto detto - in questo clima - che gli euroscettici - dentro e fuori dai Tories - gli consentano di giocare su questo terreno.

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