Il monito di Hollande e l'ipotesi Grexit

L'ultimo avvertimento a Tsipras rischia di rimanere inascoltato. Perché le ragioni dell'ennesimo stallo dei negoziati sono diventate di natura politica

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Il Presidente francese Francois Hollande – Credits: PATRICK KOVARIK/AFP/Getty Images

All'indomani dell'ennesimo stop dei negoziati lungo l'asse tra Bruxelles e Atene, è il presidente francese Francoise Hollande a chiedere alla Grecia, durante l'inaugurazione del Salone aereonautico a Parigi,  di riserdersi «il prima possibile» al tavolo delle trattative con i suoi creditori. «Non bisogna più perdere tempo» - ha dichiarato l'inquilino dell'Eliseo - «se si vogliono evitare nuove turbolenze sul mercato». «Alla fine di giugno - è il monito di Hollande -  ci sarà una riunione del Consiglio europeo e dell'Eurogruppo. È per quella data che si deve trovare una soluzione che eviti una uscita della Grecia dalla zona euro». In ballo, nell'immediato, c'è lo sblocco dell'ultima tranch di finanziamenti da 7,2 miliardi senza i quali Atene rischia davvero di non poter più far fronte al pagamento delle spese correnti per pensioni e stipendi pubblici.

L'ipotesi di una bancarotta greca - con i suoi possibili effetti trascinamento su tutte le economie deboli dell'euro zona - è dunque diventata parte del dibattito pubblico nei consessi internazionali e tra i leader dei Paesi europei. Benché Hollande e Merkel preferiscano usare toni diplomatici, lasciando uno spiraglio aperto per trovare un accordo duraturo che consenta alla Grecia di evitare un rovinoso crac quando scadranno i termini del ripagamento concordato, il rischio che - in assenza di una firma congiunta - la situazione possa sfuggire di mano  tutte le parti in causa è alto, soprattutto se all'ennesima fumata grigia si scateneranno nuovamente gli appetiti speculativi dei grandi fondi internazionali.

NATURA POLITICA DELLA CRISI
Alexis Tsipras
si è detto convinto che l'ennesimo stop dei negoziati - dovuto alle richieste di ulteriori tagli del sistema pensionistico ellenico - sia dovuto più a ragioni a di convenienze politica che a calcoli di natura finanziaria. Che la materia, da economico-finanziaria, sia diventata anche politica è del resto un fatto incontestabile. Da un lato, infatti, un eventuale cedimento Ue di fronte alle richieste della Grecia rischierebbe di fornire il pretesto anche ad altri Paesi indebitati dell'area sud del Mediterraneo ad alzare l'asticella dele pretese, mettebndo a rischio le regole generali della governance finanziaria a livello europeo. Il ché potrebbe produrre, nel medio periodo, un collasso di tutto il sistema.

Dall'altro, la natura politica della crisi è dovuta a ragioni interne, legate al carattere eterogeneo della coalizione di Syriza, dove le componenti di sinistra spingono di fatto il governo ad approntare, da subito, tutte le misure necessarie per affrontare la Grexit.

Francoise Hollande ha chiesto alla Grecia, se rifiuta il piano di tagli suggerito ai creditori, di fare proposte alternative che producano un saldo eguale a quello previsto. Ma il premier Tsipras non sembra nelle condizioni politiche di poter proporre ai suoi concittadini ulteriori tagli recessivi dopo quelli che hanno già prodotto, negli anni scorsi, la grave crisi sociale in cui versa larga parte del popolo greco. Lo stallo sta tutto qui. Se, poi, a queste condizioni che rendono difficile un accordo, si aggiunge il fastidio che i negoziatori europei cominciano a provare nei confronti dell'atteggiamento di sfida del ministro delle Finanze Yanis Varoufakis, l'ipotesi di una Grexit, a prescindere dalla volontà dei soggettiva dei negoziatori, si fa sempre più realistica. L'unica certezza - come ha detto Hollande - è che «non bisogna più perdere tempo». Perché il tempo che passa, senza un accordo duraturo, gioca indubbiamente a favore di un altro crac. Che probabilmente in futuro non potrebbe riguardare solo la Grecia.   


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