Anna Mazzone

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Ha pagato per avere la testa del "re leone" dello Zimbabwe e adesso il mondo vuole la sua testa. Il dentista-cacciatore Walter Palmer da Minneapolis è al centro di una contestazione mondiale perché ha corrotto un guardiano con 50.000 dollari per uccidere Cecil, il leone simbolo della savana dello Zimbabwe. Un atto ignobile, un assassinio barbaro che, giustamente, ha commosso il mondo intero.

E adesso tutti chiedono una punizione esemplare per il dentista e vogliono che gli Stati Uniti concedano la sua estradizione affinché sia processato in Zimbabwe per caccia illegale. Tutto sacrosanto, per carità, ma stupisce il fatto che nessuno abbia finora affiancato il legittimo sdegno per l'uccisione di Cecil con un altro altrettanto legittimo sdegno per uno dei regimi più feroci dell'Africa: il regno del terrore di Robert Mugabe.

A leggere le cronache del povero Cecil sembra quasi che il leone vivesse in una sorta di Disneyland, un regno fiabesco e incontaminato, fatto di natura e animali felici. Eppure, le cose non stanno proprio così. Mugabe regna in Zimbabwe dal 1980 e le sue vittime e i suoi crimini riempiono i rapporti delle principali ong del mondo, da Amnesty International a Human Rights Watch. Il Tribunale penale internazionale ce l'ha nel mirino assieme al suo amico e sodale Omar Bashir, il boia del Darfur, per il "vizietto" di calpestare sistematicamente i diritti umani. Chi si piglia si somiglia.

Mentre Cecil nei suoi 13 anni di vita scorrazzava felice nella savana, ignaro che la fine di un re sarebbe avvenuta per mano di un ignobile dentista americano, in Zimbabwe si consumava una tragedia umanitaria. Ma il mondo restava in silenzio. Eppure, già nel 2008, l'ong americana Enough diffondeva un inquietante rapporto (The case against Robert Mugabe) sullo Zimbabwe di Mugabe, in cui dettagliava i suoi crimini contro l'umanità: torture sia psicologiche che fisiche contro gli oppositori politici, arresti e condanne a morte per attivisti e giornalisti, violenze su donne, bambini e gay, e - last but not least - il massacro di circa 20.000 persone a Ndebele nei primi anni '80. Roba da darlo in pasto ai leoni, in base alla legge della giungla. 

In Europa e negli Stati Uniti Robert Mugabe non è persona gradita, e recentemente l'assemblea generale dell'Onu è stata più volte sollecitata a incriminarlo presso il Tribunale penale internazionale dell'Aja. Motivo per cui il mese scorso il dittatore, appena assunta la guida a rotazione dell'Unione africana, ha indirizzato parole di fuoco contro i giudici dell'Aja, rei di "avercela con i leader africani" come lui e Bashir, già condannato per i suoi immondi crimini.

Gli zelanti attivisti che in queste ore chiedono una punizione esemplare per il dentista americano, sono però rimasti stranamente in silenzio solo qualche mese fa, a marzo di quest'anno, quando Mugabe ha compiuto 91 anni e - come ogni anno - ha festeggiato in salsa kitsch-dittatoriale, con un mega party per 20.000 amici nell'elegantissimo Elephant Hills resort presso le cascate Victoria. Il dittatore non ha badato a spese.

Il conto della serata è di circa 1 milione di dollari, ma quello che colpisce di più è che gli chef questa volta hanno voluto esagerare e sorprenderlo cucinando un intero zoo. Sì, proprio uno zoo. In occasione del suo ultimo compleanno sono stati stufati praticamente tutti gli animali della savana, con un piatto forte finale, udite udite: un leone e un elefante. Entrambi appartenenti a specie protette. Dei poveri animali non si conosce il nome. Forse è per questo che non è immediatamente scattato l'hashtag su Twitter. 

Chissà se la tragica morte del leone Cecil farà aprire gli occhi anche sulla tragica situazione dei cittadini dello Zimbabwe. L'attivismo per i sacrosanti diritti degli animali non dovrebbe essere esercitato a discapito di quello per gli altrettanto sacrosanti diritti umani

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