Il grande dubbio sull'intervento militare in Libia

La fragilità del nuovo governo, il ruolo del generale Haftar e le dispute sul petrolio: è prematuro azzardare interventi dall’estero

LIBYA-UNREST

Militari pattugliano le strade di Tripoli – Credits: MAHMUD TURKIA/AFP/Getty Images

Alfredo Mantici

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Per Lookout news

Negli ultimi due giorni sui media di tutta Europa si è parlato di un ormai imminente intervento militare a sostegno del primo ministro incaricato – al momento soltanto dall’ONU – Faiez Serraj. Su alcuni quotidiani italiani si è addirittura sostenuto che sarebbe già stato predisposto un contingente delle nostre forze armate di ben 950 uomini pronti a sbarcare a Tripoli con l’incarico di “proteggere la sede delle Nazioni Unite” o di sostenere militarmente gli sforzi del governo Serraj per riportare l’unità nel Paese dilaniato da cinque anni di guerra civile. Nulla di più sbagliato.

 Il premier Serraj al momento conterebbe soltanto sull’appoggio di 102 dei 200 membri della Camera dei Rappresentanti (House of Representatives, il parlamento di Tobruk riconosciuto dalla comunità internazionale), né ha l’appoggio del parlamento rivale di Tripoli. La maggioranza di due voti a Tobruk non è sufficiente per legittimare il nuovo governo, anche perché i 98 deputati contrari più che rappresentare “normali” partiti politici tutelano gli interessi di milizie e gruppi armati pronti a scendere in campo con le armi per contrastare il nuovo esecutivo.

 

In un’intervista rilasciata il 24 aprile a Middle East Eyes, l’inviato speciale delle Nazioni Unite Martin Kobler, l’artefice dei negoziati tunisini che hanno portato alla formazione del Governo di Accordo Nazionale di Serraj, ha raffreddato gli entusiasmi di chi crede in un prossimo intervento militare occidentale, sostenendo che oggi la Libia è ancora “uno Stato fallito […] la Libia non ha un governo perché né Tripoli né Tobruk hanno fatto finora quello che qualsiasi governo in qualsiasi parte del mondo deve fare: provvedere alla sicurezza dei suoi cittadini, alla loro educazione e al welfare. I due governi (di Tripoli e di Tobruk, ndr) non hanno ottemperato finora a questi compiti”.

Il primo passo da compiere, secondo Kobler, sarebbe quello di creare un unico esercito nazionale, obiettivo quanto mai difficile da raggiungere visto che le due principali milizie libiche, le forze dell’Armata Nazionale Libica del generale Khalifa Haftar e quelle di Alba Libica – che sostengono rispettivamente i governi di Tobruk e di Tripoli – si fronteggiano da anni e sembrano decise a distruggersi a vicenda. La creazione di un’unica forza armata si scontra con l’opposizione del generale Haftar che finora si è rifiutato di riconoscere quanto previsto dall’articolo 8 del protocollo di Tunisi (quello che ha portato alla formazione del Governo di Accordo Nazionale) che recita testualmente: “tutti i poteri delle alte gerarchie militari e di sicurezza saranno trasferiti alla presidenza del consiglio”. Kobler riconosce che in qualche modo bisogna dare un ruolo al generale Hatar, peraltro sostenuto economicamente e militarmente da Francia ed Egitto. “C’è da risolvere il problema dell’Armata Nazionale Libica che non controlla tutto il territorio – ha spiegato Kobler -. Occorre avviare un processo di unificazione delle forze armate in cui ciascuno, dell’est o dell’ovest, si senta rappresentato. Quest’obiettivo è ancora lontano e deve essere in cima alle priorità del nuovo governo […]”.

 Come si vede dalle parole dell’uomo che più di ogni altro sta lavorando da mesi per dare alla Libia un governo unitario emerge un sostanziale pessimismo sulle reali chances di Faiez Serraj di raggiungere in tempi brevi quel tanto di legittimazione formale che gli consenta di chiedere ufficialmente l’aiuto militare di potenze straniere.

Il contrabbando di petrolio
Sempre negli ultimi due giorni è scoppiata una piccola “guerra del petrolio” tra Tripoli e Tobruk che minaccia di rendere ancora più aspre le relazioni tra i governi delle due città. Tutto il petrolio libico è gestito dalla National Oil Company (NOC) che, con l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, si occupa dell’estrazione del greggio e della sua esportazione. Nei giorni scorsi il governo di Tobruk ha istituito una propria filiale della NOC con l’ambiguo compito di “agire in parallelo con la sede di Tripoli”. La mossa è stata immediatamente denunciata dalle autorità tripoline. Ma intanto il 25 aprile dalle coste della Cirenaica, controllate dal generale Haftar, è partita una petroliera indiana carica di 650.000 barili di greggio senza l’autorizzazione ufficiale della NOC.

 

La situazione è letteralmente in alto mare perché la petroliera era diretta a Malta quando per le proteste di Tripoli e degli uffici delle Nazioni Unite, le autorità portuali maltesi le hanno negato il diritto di attracco a La Valletta. Le ultime notizie parlano di un possibile trasbordo di greggio in acque internazionali in una petroliera proveniente dagli Emirati Arabi Uniti.

 Questo tentativo di contrabbando petrolifero sarebbe stato motivato dalla ricerca, da parte del generale Haftar, di nuove fonti di finanziamento essenziali per rafforzare militarmente le sue milizie.

 Insomma, l’apertura del “fronte del petrolio” è un’ulteriore conferma del fatto che le possibilità reali di soluzione a breve scadenza della crisi libica sono ancora molto lontane, così come non dovrebbe essere all’orizzonte un intervento militare internazionale di peace keeping che per essere avviato avrebbe bisogno di una richiesta formale da parte di un governo legittimo – che ancora non c’è – e di un’apposita risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.


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