Esteri

Il caso dei giapponesi rapiti dalla Corea del Nord

Shinzo Abe torna a chiedere a Kim Jong-un il rilascio di prigionieri giapponesi. Dietro c'è una storia da 007. Tra i rapiti anche tre italiani

RAPITI COREA DEL NORD

Eleonora Lorusso

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Potrebbero essere oltre 200 mila gli stranieri rapiti, portati in Corea del Nord e obbligati a lavorare per Pyongyang. Si tratta di ragazzi e ragazze apparentemente scomparsi nel nulla, sopratutto negli anni '70 e '80, ma di fatto sequestrati dal regime di Kim Jong-un.

Molti di loro sono giapponesi: sono stati rapiti per studiarne la pronuncia, ogni singolo movimento e arrivare a imitarli in modo tale da essere scambiati per perfetti cittadini giapponesi, a scopo di spionaggio.

La Corea del Nord, infatti, ha sempre considerato il Giappone come il proprio nemico numero uno, ancora più dei "cugini" del Sud. Per questo l'attività degli 007 nordcoreani è sempre stata molto intensa e persino spietata, arrivando ai sequestri di Stato operati da Pyongyang nei confronti soprattutto di giovani.

La ferita è ancora aperta, tanto che solo pochi giorni fa il Premier nipponico Shinzo Abe è tornato ad affrontare il problema, cavalcando i segnali di "disgelo" tra le due Coree ai Giochi olimpici invernali.

"L'appello" di Shinzo Abe

Da Pyeongchang, in Corea del Sud, Abe si è rivolto direttamente a Kim Jong-un, "chiedendo" la liberazione dei detenuti illegali. Ai più attenti osservatori non è sfuggito che sulla giacca del capo del governo di Tokyo era appuntato un nastrino azzurro: simboleggia il ricordo degli scomparsi e la speranza di poterli riportare a casa, dopo anni e anni di braccio di ferro con il regime nordcoreano.

Fin dal 2002, quando Primo ministro giapponese era Koizumi, in occasione di una storica visita di quest'ultimo a Pyongyang, affrontò la questione. Le sue parole, dopo anni di gelo tra i due Paesi asiatici, furono chiare. A rispondergli in quella occasione fu Kim Jong-Il, il padre dell'attuale leader nordcoreano, che per la prima volta ammise i sequestri e diede il via alla liberazione - non senza difficoltà e resistenze - dei primi prigionieri.

Ora Abe è tornato a porre la questione in primo piano nelle relazioni con la Corea del Nord. Dal canto suo, il regime di Pyongyang ha confermato di aver liberato 5 persone nel corso del 2004. Altre 8, invece, nel frattempo sarebbero morte, mentre il resto dei 17 giapponesi che risultano ufficialmente sequestrati non avrebbe mai fatto ritorno in Giappone.

Parole che hanno avuto il sapore della sfida nei confronti di Tokyo, insieme a numeri che si discostano di molto da quelli delle associazioni che da tempo si battono per porre fine ai sequestri di Stato nordcoreani.

Quanti rapiti?

Secondo la National Association for the Rescue of Japanese Kidnapped in North Korea (Nark) sarebbero una ventina tra uomini e donne coloro che sono stati sequestrati illegalmente. Ben diversi i numeri contenuti in un rapporto del United Nations Human Rights Council del 2014, che parla di oltre 200 mila stranieri rapiti dal 1950 dal regime nordcoreano.

Tra questi ci sarebbero molti sudcoreani: circa 3.800, ma il Governo di Seul stima che ce ne siano almeno ancora 500 oltre il confine. Non mancherebbero, però, cittadini thailandesi, libanesi, romeni, francesi, olandesi e persino italiani.

Anche italiani tra i sequestrati

Secondo i dati della Narkn, sono tre i cittadini italiani rapiti dal regime nordcoreano. Si troverebbero ancora in un campo di prigionia per "l'allevamento di spie", come sono state ribattezzate alcune strutture off limits, all'interno delle quali i prigionieri lavorerebbero al servizio dei servizi segreti nordcoreani. A confermarne la presenza dei nostri connazionali è stato un altro sequestrato, un cittadino libanese poi tornato in libertà.

A riprova dell'importanza del caso è stato anche l'incontro tra il Presidente statunitense Donald Trump e i membri della Narkn, in occasione del suo viaggio in Asia, lo scorso novembre.

La strategia dei rapimenti di Stato

Per diventare una spia occorre mimetizzarsi, non farsi notare, parlare e comportarsi come gli abitanti del paese "nemico". Per questo se ne devono conoscere abitudini, tradizione e lingua, alla perfezione. A volte studiarli a distanza non basta, occorre un contatto ravvicinato: si spiega così la politica dei sequestri di Stato adottata da Pyongyang fin dagli anni '50, durante la guerra contro la Corea del Sud, e poi proseguita per decenni.

Gli 007 nordcoreani per anni hanno rapito soprattutto ragazzi e ragazze, allo scopo di usarli come "modelli" per arrivare a confondersi con altri cittadini in Giappone e mettere anche a segno attentati.

Come nel caso di Kim Hyon-hui, la donna-007 nordcoreana che, fingendosi una giapponese, mise una bomba su un volo della Korean Airlines nel 1987, facendo 117 vittime. Fu lei, una volta pentita, a rivelare la strategia dei rapimenti e dei campi di addestramento.

I casi più eclatanti

A raccontare alcune delle storie più toccanti è stato anche lo scrittore e giornalista Robert Boyton, autore del libro The invitation-Only Zone, uscito nel 2015. Tra queste c'è quella di Kaoru Hasuike e della sua ragazza (poi diventata moglie) Yukiko Okudo. Rapiti nel 1978 su un spiaggia durante un incontro romantico, vennero portati in una sorta di gulag, circondato da filo spinato e accessibile solo da personale militare e funzionari di alto livello del governo nordcoreano.

Qui lavorarono per anni alla traduzione di articoli di giornali esteri (proibiti nel resto del Paese, ma presenti nella base), insegnando lingua e tradizioni del proprio paese alle spie nordcoreane.  

Un'altra storia esemplare è quella di Megumi Yokota, rapita in mezzo a una strada a soli 13 anni il 15 novembre del 1977. Di lei non si sono perse le notizie: oggi rappresenta il simbolo di una battaglia che il Giappone continua a portare avanti, come confermato dal premier Abe: "Vedete che porto sulla giacca un nastro azzurro - ha detto in uno storico discorso nel 2013 - E' per ricordarmi ogni giorno che devo riportare a casa i giapponesi rapiti dalla Corea del Nord negli anni '70 e '80. Tra loro c'è anche una ragazza, Megumi Yokota, che aveva solo 13 anni quando fu sequestrata".

Quel nastro Abe lo ha indossato anche a Pyeongchang, dove c'era una delegazione nordcoreana di cui faceva parte la sorella di Kim Jong-un, e da dove ha rinnovato la sua (ferma) richiesta per la liberazione dei prigionieri giapponesi in Corea del Nord.

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