Vittorio Emanuele Parsi

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Alla fine il 2017 potrebbe davvero essere l'anno in cui l'Europa "cambia verso"; non per merito dell'ex primo ministro e attuale "cartaro" del governo Gentiloni, Matteo Renzi, ma a causa di una tornata elettorale che rischia di portare nelle stanze dei bottoni dell'Aja, di Parigi, Berlino e Roma partiti o coalizioni fortemente ostili all'Unione europea come si è venuta configurando negli ultimi tre lustri.

La freddezza e la lontananza di quote crescenti dell'elettorato europeo dall'Unione non rappresenta certo una novità: è almeno dall'esplodere della crisi finanziaria del 2008 che un numero sempre maggiore di cittadini europei si chiede che cosa ci stia a fare la Ue se non è riuscita a proteggerli dalla tempesta ampiamente annunciata che da Wall Street stava attraversando l'Atlantico.

Non solo. Il modo in cui la Grecia è stata devastata, dalle misure imposte dalla troika, dalla Commissione e dalla Germania - facendo lievitare il costo complessivo dell'operazione di molte volte rispetto a quanto sarebbe stato se si fosse intervenuto con maggiore tempestività, solidarietà e correttezza - ha gettato ulteriore discredito sulla "casa comune europea". È emerso con chiarezza che, al di là delle oggettive responsabilità greche, tutta l'operazione sia servita semplicemente a rimediare agli errori colpevolmente commessi da dirigenti avidi e incompetenti, ancorché profumatamente pagati, delle grandi banche tedesche, francesi e italiane.

Ovviamente a spese dei contribuenti di tutta Europa, oltre che della rovina di un Paese e del suo popolo. Ci ha provato Mario Draghi a risollevare le sorti dell'Unione, attraverso la tutela dei Paesi più sinistrati (Italia in testa) dell'area euro. È un paradosso che l'azione più "politicamente sovrana" della Ue sia provenuta dalla sua istituzione tecnica per antonomasia - la Banca centrale europea - mentre i governi nazionali e gli organismi propriamente deputati alla responsabilità di indirizzo e comando dell'Unione balbettavano o, al più si accapigliavano l'un con l'altro. Ma la meritoria condotta di SuperMario non è riuscita fino in fondo a spandere la sua luce sulla sempre più tetra Europa né a respingere nell'ombra le forze del populismo.

È, quello del populismo, uno stigma di comodo con il quale si vuole accomunare tutto ciò che è rumorosamente, spesso in maniera villana, contrario alla narrazione dell'Unione come "casa degli illuminati", luogo di approdo dei popoli europei, finalmente denazionalizzati e, in realtà, anche desovranizzati.

Lo si è voluto pensare come una sorta di contenitore ermeticamente chiuso nel quale cacciare a forza tutto ciò che non si sa contrastare, quasi fosse una di quelle bare di cemento in cui si seppellisce il materiale radioattivo in fuga da reattori danneggiati. Come a Chernobyl o come a Fukushima: ma nel caso del populismo sono bastati pochi anni - e non secoli - per capire che la soluzione fosse illusoria.

Oltre tutto, a favorire la fuoriuscita delle sue "radiazioni culturali" (prima ancora che ideologiche o politiche), hanno contribuito anche i leader dei partiti tradizionali, di volta in volta sottovalutando e negando la profondità e la legittimità del malessere dei loro popoli, per poi magari provare a cavalcare maldestramente i motivi del disagio e del malcontento, tentando di appropriarsi di parole d'ordine e stilemi, in maniera così smaccata da rasentare (e talvolta oltrepassare) il ridicolo, dimenticando la lezione numero uno di qualunque buon manuale di comunicazione (politica e non) e di marketing strategico: l'originale è sempre meglio dell'imitazione.

Così, solo per passare per un attimo da casa nostra, l'ex "golden boy de' noartri", nei mesi dell'interminabile campagna referendaria non ha perso occasione per attaccare la Germania di Angela Merkel (e la stessa cancelliera, peraltro), i freddi burocrati di Bruxelles (in realtà tutti politici eletti, al contrario di lui) e l'Europea matrigna, alla quale prometteva di cambiar verso insieme all'Italia e alla sua Costituzione.

L'apogeo lo raggiunse quando, in occasione del suo "Matteo risponde" - uno spettacolino tra l'evoluzione delle cassette registrate di Silvio Berlusconi e le televendite alla Giorgio Mastrota - Renzi rimosse la bandiera stellata dallo studio di Palazzo Chigi, lasciando alle sue spalle solo la bandiera della Repubblica (a rappresentare il popolo italiano)e lo stendardo del premier (simbolo del suo potere): qualcosa che neppure Marine Le Pen avrebbe osato fare. Tutto questo evidentemente gli è servito a ben poco sul piano interno e ha contribuito a isolare ancora di più l'Italia nel contesto europeo, peraltro da sempre in forte difficoltà rispetto alla sua capacità di coalizione. Di sicuro da qui alle prossime elezioni ne vedremo ancora delle belle in tal senso, ora che Renzi non deve neppure più darsi l'aria di governare il Paese, come peraltro non ha fatto per gli ultimi otto mesi del suo esecutivo.

Di sicuro la questione della risposta all'ondata migratoria, che l'Italia ha sollevato fin dai tempi dell'ultimo governo Berlusconi, a lungo solitariamente e inascoltata, giocherà un ruolo importante nelle prossime consultazioni che nel 2017 riguarderanno quattro dei sei Paesi fondatori dell'Europa unita.

Se n'è accorta anche Frau Angela, che ha oggi sul tema una posizione ben diversa da quella che nell'estate del 2015 la portò sulla copertina di Time e che contribuì a far arrivare in Germania un milione di profughi e rifugiati in pochi mesi. Preoccupata dell'ascesa di Alternative für Deutschland (AfD), molto forte nei Laender della ex Ddr ma consistente anche a ovest, la Cancelliera parla ormai con toni ben diversi. In tutti questi anni, peraltro, il suo partito non ha smesso per un solo secondo di alimentare il vittimismo dei suoi concittadini rispetto al prezzo che starebbero sostenendo per salvare dalla bancarotta i "pigri e bugiardi" abitanti dei Paesi mediterranei, altro tema cavalcato dall'AfD.

Seppure a settembre Frau Merkel difficilmente verrà rimpiazzata dall'altra signora della politica tedesca, la leader di AfD Frauke Petry, la sua agenda politica potrebbe esserne seriamente condizionata. Anche in Olanda, a marzo, è molto improbabile che Geert Wilders (recentemente condannato per istigazione all'odio razziale) diventi premier; ma il suo partito dovrebbe marcare un significativo balzo in avanti rispetto alla cattiva performance ottenuta nel 2012, forse arrivando a raddoppiare il numero dei seggi detenuti in Parlamento. È in Francia che invece si potrebbe avere una Madame le Présidente.

La prima donna presidente non sarà così Hillary Clinton ma potrebbe essere, forse, Marine Le Pen, rifondatrice del Front national, che se la vedrà quasi sicuramente al ballottaggio contro il candidato del centrodestra François Fillon. Per la rilevanza che la Francia ha nell'Unione, in Europa e, ancora, nel mondo, un simile risultato avrebbe l'effetto di un vero e proprio tsunami sulla politica internazionale.
Può darsi che il patto repubblicano di esclusione del Front dalla stanza dei bottoni, attraverso la convergenza dei voti di centrodestra e centrosinistra sul candidato superstite funzioni anche questa volta: ma non è così detto. E cresce intanto il numero degli elettori possibilisti rispetto a una presidenza di Marine Le Pen, curiosi di mettere alla prova la conclusione della metamorfosi del Front national.

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