Esteri

I tank turchi in Siria: che cosa cambia sullo scacchiere bellico

L'operazione di terra prelude a una fase delicata del conflitto: in mezzo, il destino dell'Isis, del Kurdistan e gli accordi tra Turchia, Russia e Usa

Syrian Kurds Battle IS To Retain Control Of Kobani

Carri armati turchi al confine con la Siria – Credits: Kutluhan Cucel/Getty Images

Per Lookout news

Significative forze di terra turche hanno sconfinato in territorio siriano per liberare la città di Jarablus, ultimo cruciale valico di confine ancora in mano allo Stato Islamico. Il governo di Ankara ha messo in piedi un’operazione in grande stile, denominata “Euphrates Shield” (Operazione Scudo d’Eufrate), che ha visto pesanti bombardamenti dal cielo, preceduti alcune ore prima dell’attacco dall’artiglieria pesante che ha colpito qualcosa come 70 obiettivi dello Stato islamico oltrefrontiera.

 Sono quindi entrati in azione i carri armati (una dozzina circa), che sono avanzati posizionandosi a protezione delle forze speciali turche, entrate in massa nell’area di Jarabulus insieme a numerosi pick up delle forze ribelli siriane supportate dai turchi, apparentemente dell’FSA (Free Syrian Army).

 Secondo fonti interne turche, inoltre, un battaglione di ribelli siriani sarebbe ammassato intorno alla città turca di Karkamis, situata proprio a ridosso della frontiera, in preparazione dell’attacco a Jarablus. L’operazione di terra è stata rallentata dalle numerose mine antiuomo piazzate nella zona dai miliziani dello Stato Islamico e alla data del 24 agosto sarebbe ancora in corso, anche se non si segnalano combattimenti.

 IL TIMORE DEI CURDI
La mossa preventiva di Ankara è già stata condannata sia dal regime di Damasco sia dalle forze curde. Il leader del PYD (Kurdish Democratic Union Party), Saleh Moslem, in particolare, ha dichiarato che in questo modo “la Turchia è entrata nel pantano siriano e sarà sconfitta così come lo Stato Islamico”.

 

La Turchia è entrata nel pantano siriano e sarà sconfitta così come lo Stato Islamico Saleh Moslem, leader curdo-siriano

I curdi, va sottolineato, attualmente sono supportati dagli Stati Uniti, che hanno tutto l’interesse ad aiutarli nello sconfiggere l’ISIS, mentre per la Turchia essi rappresentano un pericolo pari, se non superiore, allo Stato Islamico, poiché il loro obiettivo è creare uno stato curdo proprio lungo il confine nel nord di quella che fu la Siria.

 

L'OBIETTIVO DI ANKARA
Per il governo turco, l’operazione “Euphrates Shield” ha il duplice obiettivo di spingere lo Stato Islamico nell’interno della Siria verso Raqqa ma, soprattutto, di fermare la parallela avanzata dei curdi siriani nell’area di confine. Non a caso, Ankara ha bersagliato per tutta la settimana le postazioni curde, al fine dichiarato di impedire che i combattenti dello YPG curdo (braccio armato del PYD) occupino il vuoto lasciato dallo Stato Islamico in ritirata, e congiungano le zone popolate da curdi intorno ad Azaz e Afrin, oggi sotto il loro controllo, con il resto della Rojava, il de facto stato del Kurdistan che sta prendendo forma dopo la conquista di Kobane e, più recentemente, anche della città di Manbji.

 In mezzo, c’è un lungo corridoio dove ancora opera lo Stato Islamico e che resta vitale per la sua sopravvivenza. Dai rifornimenti tra le cittadine turche di Gaziantep, Jarabulus e la siriana Al-Bab (sotto controllo dell’ISIS) in questi anni è dipesa la sussistenza di Raqqa stessa. I miliziani di Al Baghdadi hanno infatti potuto rifornirsi di uomini, armi e mezzi proprio grazie a questo varco che, volendo, può condurre fino ad Aleppo, il settore più caldo e importante della guerra.

 Da quando Abu Bakr Al Baghdadi ha mosso le proprie milizie in Siria nel 2014, infatti, intorno alle regioni meridionali della Turchia e lungo il confine in via di ridefinizione, si è creata una vera e propria economia di guerra che, sia pur sommersa, ha fatto le fortune di numerosi trafficanti e ha permesso anche ai foreign fighters di ingrossare le fila del Califfato.

 Con la caduta di Manbji ad opera delle forze curde nel mese di agosto 2016, la possibilità che anche il valico di Jarabulus cada presto nelle loro mani è concreta. Per questo motivo, Ankara ha rotto gli indugi e si è posizionata in quel quadrante. Del resto, il governo turco ha motivo di essere sempre più preoccupato del fatto che i successi militari dei curdi possano alimentare oltremisura il separatismo curdo in Anatolia e portare davvero alla creazione di un’entità statuale ostile alla Turchia.

 

IL RUOLO DI DAMASCO
Resta una circostanza ancora da chiarire: sebbene Damasco abbia duramente condannato l’azione turca, definendola una “palese violazione della nostra sovranità”, in realtà potrebbe non essere così sorpresa dall’evento, se è vero che nei giorni scorsi anche gli aerei di Bashar Al Assad hanno a loro volta bombardato le postazioni curde, un fatto senza precedenti.

 Le forze di Assad, nemiche giurate dei turchi, ha ingaggiato duri scontri con le milizie curde nella città di Hasaka, terminati solo grazie a un cessate-il-fuoco verosimilmente concordato con la mediazione della Russia. Secondo l’agenzia governativa Sana, la tregua è funzionale affinché i miliziani dello YPG tolgano il blocco imposto dai curdi tra Hasaka e Qamishli, situata circa 80 km a nord-est del confine con la Turchia, per lasciare libero accesso alle truppe di Damasco (per andare dove, però, non è chiaro).

 Su questa vicenda pesa senz’altro anche il riavvicinamento tra Turchia e Russia, principale sponsor del regime di Damasco, che avrebbe avuto un ruolo preciso nella decisione del presidente Assad (ormai eterodiretto da Mosca) di colpire i nemici della Turchia. Sarà anche per questo che il Segretario di Stato americano, John Kerry, è volato in Turchia il 24 agosto per incontrare il ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu?

 Certo è che i rapporti tra Ankara e l’alleato americano della NATO non sono mai stati così deleteri, anche in ragione del supporto americano ai curdi, mentre per adesso regge l’intesa strategica con la Russia di Vladimir Putin. Un bel grattacapo per la Casa Bianca, che vede ridisegnarsi la cartina della Siria giorno dopo giorno, senza riuscire ad avere il minimo controllo su questa situazione, che si fa ogni minuto più esplosiva. 

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