I rischi della Turchia: tra curdi, intervento in Siria e Isis

L’ultimo attentato ad Ankara è un avvertimento del PYD/YPG oppure una trappola per attirare Erdogan nel conflitto siriano?

Ankara

Pompieri al lavoro sul luogo dell'esplosione dell'autobomba a Ankara in Turchia - 17 febbraio 2016 – Credits: EPA/STR

Giuseppe Mancini

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Per Lookout news

Le origini dell’attentato avvenuto mercoledì 17 febbraio ad Ankara sono evidenti: la Turchia continua a pagare un durissimo prezzo per il suo coinvolgimento nella guerra civile siriana. Gli esecutori e i mandanti vanno infatti ricercati tra gli attori – in modo isolato o, molto più probabilmente, secondo un piano coordinato – che ne contestano e contrastano le scelte politiche e sul campo: lo Stato Islamico, la Russia, il regime siriano, i curdo-siriani del PYD (Partito dell’Unione Democratica) e il braccio armato del partito YPG (unità di Protezione del Popolo), lo stesso PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan) che cerca di riprodurre nel sud-est turco il caos della Siria.

L’obiettivo colpito ad Ankara – le forze armate e in particolare i militari dell’aviazione – fanno pensare a un attacco fortemente simbolico come ritorsione per l’abbattimento del jet russo a novembre 2015. O è stato solo un caso? Le autorità turche sono però convinte: il kamikaze, identificato dopo poche ore, è un siriano membro dell’YPG. I curdi siriani hanno smentito ogni legame con l’attentato. D’altronde un’assunzione di responsabilità metterebbe in imbarazzo gli USA. Washington infatti difende i curdi e li sostiene materialmente nonostante le pressioni furibonde della Turchia, che da mesi ne chiede l’inclusione formale nella lista delle organizzazioni terroristiche.

D’altra parte, da alcuni giorni i curdi sono sotto il tiro dell’artiglieria turca che non tollera il loro attivismo al confine e teme la creazione di un territorio franco per il PKK. Analizzato in quest’ottica, l’attentato di Ankara potrebbe essere una risposta all’offensiva delle forze armate turche.

Le altre ipotesi
Ulteriore ipotesi: una compartecipazione tra PYD-YPG e PKK come ritorsione per le azioni che stanno gradualmente disinnescando la “guerra rivoluzionaria di popolo” lanciata dai curdi turchi nel luglio del 2015 contro il governo del presidente Recep Tayyip Erdogan.

Il punto però è: quale messaggio va ricavato dall’attentato di Ankara? Si è trattato di un avvertimento per dissuadere la Turchia da un suo coinvolgimento attraverso un intervento di terra, o comunque da nuove operazioni contro il PYD/YPG ormai in tutto e per tutto schierati con l’esercito di Bashar Assad e la Russia (hanno persino aperto un ufficio politico a Mosca)? Oppure si tratta di una trappola per attirare la Turchia in Siria?

 Alla luce di tutto ciò resta un punto, almeno per il momento, è certo: è davvero poco probabile che Erdogan dopo cinque anni – e in condizioni molto più difficili, a causa della presenza russa – decida di intervenire in Siria senza l’appoggio degli USA o almeno della NATO.

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