Esteri

I profughi siriani? Uno strumento politico nelle mani della Turchia

La ragione per la quale i migranti siriani stanno riversandosi in massa nel vecchio continente è la doppiezza della politica estera di Ankara

 

Per Lookout news

A guardare il timing degli eventi legati alla crisi siriana e alla conseguente ondata d’immigrazione in Europa – che in questi giorni sta conoscendo un picco storico e al contempo sta mostrando il suo lato peggiore – viene da riflettere su come e perché si sia verificata questa situazione eccezionale in un arco di tempo così ristretto.

 Certo, la guerra in Siria e Iraq è lapalissianamente l’elemento scatenante dell’emigrazione di massa. Ma, a ben vedere, vi sono altre ragioni per cui la situazione che si è venuta a creare è sospetta. Il caos migranti vissuto in questi giorni in Grecia, Ungheria, Repubblica Ceca, Francia, Regno Unito e Italia, oltre a essere in realtà più contenuto di quanto non si voglia far credere, ha evidentemente colto impreparati i vari ministeri degl’Interni (eccezion fatta per quello tedesco) e dimostrato una volta di più la fragilità dell’intera Unione Europea.

 

Fare i conti con l’immigrazione
Ma non è questo il punto. E vale la pena riflettere sui numeri. Da dove arrivano i profughi del Brennero, ad esempio? Dalla Siria. Quanti sono in totale i profughi siriani? Sono 4 milioni, su un totale di 10 milioni di persone che sono state costrette ad abbandonare le proprie case a causa della guerra o che lo faranno a breve. E dove sono dislocati oggi? Circa 630mila profughi sono stati accolti in Giordania, 250mila in Iraq, 132mila in Egitto, 1,1 milioni in Libano e ben 2 milioni in Turchia.

 E quanti invece sono stati “accolti” o hanno raggiunto l’Europa? 340mila. Quanti hanno raggiunto la Germania da aprile a oggi? 98mila. E quanti invece l’Italia? 2.143 da aprile a luglio. E quali rotte hanno seguito i profughi per arrivare sin qui? La rotta principale passa ovviamente dalla Turchia e approda in Grecia, dalla quale poi si raggiungono i Balcani e l’Italia per poi ramificarsi in Francia e Regno Unito. Un’altra rotta vede invece il passaggio via Romania, Ungheria e Austria, con destinazione finale Germania.

 Da notare che i profughi siriani sono ben altra cosa rispetto ai migranti del quadrante africano, la cui rotta è – come noto – quella che dalle due direttrici dall’Africa occidentale e dal Corno d’Africa raggiunge la Libia, dove i trafficanti di esseri umani e le organizzazioni criminali allestiscono i famigerati “barconi” sopra i quali i migranti vengono costretti a salire per attraversare il Mediterraneo con mezzi di fortuna, con approdo l’Italia. Senza contare la sponda che segue la direttrice Algeria-Marocco-Spagna.

L’ondata migratoria, una crisi annunciata
Cosa ci dice tutto ciò? Due cose principali. La prima è che l’Unione Europea non poteva e non può non essere preparata a una forte ondata migratoria verso l’Europa dal quadrante mediorientale, dopo il quarto anno di guerra civile e con l’intensificarsi delle battaglie nel teatro siriano, che peraltro vedono il presidente Bashar Al Assad in una posizione sempre più precaria. Un fatto noto a tutti e di cui sono bene informate sia la NATO sia la Russia sia le Nazioni Unite, e così pure le organizzazioni per i diritti umani e l’opinione pubblica mondiale.

 La seconda è che c’è una ragione ulteriore per la quale i profughi siriani in questi giorni stanno riversandosi in massa nell’Europa centro-orientale. E la ragione è la Turchia. La politica di Ankara fino a pochi mesi fa è stata davvero molto ambigua sulla lotta allo Stato Islamico. Restia a entrare nel conflitto contro i jihadisti sunniti di Al Baghdadi, ha preferito temporeggiare e, semmai, favorire l’ingresso di combattenti in Siria e Iraq attraverso i suoi confini. Questo ha certamente facilitato le operazioni e l’ascesa dello Stato Islamico e il prosieguo della guerra. Che, tuttavia, ha anche numerosi altri protagonisti.

 

La Turchia ago della bilancia
La Turchia, in ragione della difficilissima partita interna che la vede a sua volta in un equilibrio politico precario e a rischio di tensioni sociali che hanno già sconfinato nel terrorismo di matrice socialista e di matrice curda, è l’ago della bilancia in questa storia. L’obiettivo del governo di Ankara, infatti, non è mai stata la lotta all’ISIS (l’episodio della battaglia per Kobane ne è la prova) ma piuttosto il contenimento di quelle rivendicazioni curde che si sono acuite con l’intensificarsi della guerra.

 Se ad esempio i quattordici milioni circa di curdi che sono presenti in Turchia ottenessero l’indipendenza – e già chiedono sempre maggiore autonomia – per Ankara questo sarebbe un problema non da poco, considerato che l’elettorato curdo ha già spostato numerosi voti e provocato la crisi istituzionale di questi ultimi mesi, condizionando il futuro politico del Paese.

 Dunque, la Turchia ha non pochi problemi in casa e non ha alcuna intenzione di invischiarsi in una guerra siriana, se non allo scopo di sconfiggere il “nemico” curdo che risponde al nome di PKK, l’organizzazione paramilitare che rivendica uno Stato indipendente.

 Ciò detto, fino a quando è stato possibile, la Turchia ha resistito alle pressioni degli Stati Uniti affinché concedesse loro la base militare strategica di Incirlik, al confine siriano, da dove i bombardieri a stelle e strisce possono compiere raid aerei sopra le postazioni dei miliziani dello Stato Islamico (vale forse la pena ricordare qui che la Turchia è un Paese NATO e, come tale, schierato con l’Occidente).

 

I profughi strumento politico di Ankara
Dopo che è stata pressoché costretta a ospitare i droni e i jet militari di Washington, dunque, Ankara si è trovata con le spalle al muro e, come risposta politica – perché di questo si tratta – ha spalancato i confini che da quattro anni a questa parte aveva sapientemente sigillato proprio per evitare le ondate migratorie verso l’Europa. Mentre oggi sta appositamente lasciando uscire quei milioni di profughi siriani che intendono raggiungere il Vecchio Continente, dove l’accoglienza è possibile ma non è certo la soluzione. Un monito, insomma, perché chi deve intendere intenda.

 Il ragionamento qui esposto è ovviamente parziale ma, in ultima analisi, il problema dell’immigrazione è sì di tipo umanitario, ma soprattutto di stampo politico. Due sono i dossier che l’Unione Europea avrebbe dovuto studiare e risolvere a suo tempo: quello libico, sul quale torneremo, e appunto quello turco-siriano.

 Se non si affronterà opportunamente la guerra in Siria e non si scenderà a patti con la Turchia, insomma, non potremo che registrare nuove ondate migratorie e allora sarà pressoché inutile ovviare al problema con quote e redistribuzioni di profughi nell’Unione. Perché questa politica miope aprirebbe, tra le altre cose, a fascismi ed estremismi di destra che nell’Europa culla del nazismo non tarderebbero certo a riemergere.

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