Esteri

Nella rete dell'hacker di Al Qaeda

La storia di El Khalfi racconta uno spaccato inquietante della vita dei "soldati di Allah"

isis Trinidad

Simone Di Meo

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La traduzione più semplice del suo «nickname» sul web (black virus) non è «virus nero». Perché black ha un altro significato, in questo caso. Più profondo, più sinistro. El Khalfi Abderrahim era infatti un’entità tenebrosa nel sito I7ur.com, centrale di addestramento terroristico online scoperta dai carabinieri del Ros in una operazione del luglio 2015.

Nella trentina di pagine di motivazioni, con cui i giudici della seconda Corte di assise di appello di Roma hanno recentemente condannato il marocchino 41enne a sei anni e due mesi di carcere, c’è uno spaccato inquietante della vita dei soldati di Allah. Pronti al sacrificio estremo della vita per ottenere la ricompensa celeste (I7ur non a caso è l’acronimo di Ashak al-Hur, cioè gli «amanti delle vergini» date in sposa ai kamikaze). E insospettabili, in attesa solo di un segnale per attaccare.

Lo stesso El Khalfi, quando non vestiva i panni del moderatore del sito, faceva il pizzaiolo nella capitale, dove si trova tuttora ai domiciliari dopo una lunga custodia cautelare in regime di massima sicurezza in Sardegna. Sposato con una italiana, che lo ha descritto come un marito presente e padre affettuoso di due figlie, esibiva in casa una serie di scimitarre da collezione.

I magistrati, nel provvedimento letto da Panorama, si sono soffermati nello specifico sulla efficienza della propaganda web di cui El Khalfi sarebbe stato indiscusso protagonista, insieme a Khaled Amroune, deceduto in combattimento in Siria nel gennaio 2013, e a «numerosi altri soggetti non identificati». La loro «cellula estremistica» sarebbe stata dedita alla «jihad islamica» affiliata ad Al Qaeda, il gruppo di Osama Bin Laden, «di cui condivideva ideologia, programma e metodologia» di azione.

Il sito I7ur.com, che funzionava anche come forum per scambi di opinioni e di esperienze tra gli utenti, era stato strutturato per offrire il più profondo e completo sostegno ai simpatizzanti della guerra santa. Oltre alle sezioni news e tempo libero, il portale presentava diverse sotto-directory: letteratura, famiglia musulmana, tecnologia e tecnica, sharia e giurisprudenza islamica, grafica, apologetica e audio-video. El Khalfi, che i giudici paragonano a una sorta di capo degli hacker di Al Qaeda, coordinava e supervisionava i contenuti più sensibili, quelli riguardanti l’indottrinamento e la lotta armata.

Gli specialisti del Ros hanno scoperto, nelle pieghe del sito, anche camuffati nelle notizie di sport, documenti che inneggiavano all’Islam più violento e radicale. Manualetti del tipo «Parto per fare la jihad o rimango in Occidente e la faccio da qui?», o come il «Libro tascabile del mujahiddin solitario». O, ancora, come «La fabbrica del terrorismo» con un link da cui scaricare il video prodotto da As-Sahab, la «casa di produzione mediatica di Al Qaeda». Un altro filmato, intitolato «Incarica solo te stesso», che era il manifesto della strategia della guerra santa individuale.

La rete degli «amanti delle vergini» era estesissima, annotano gli ermellini nelle motivazioni della sentenza arrivata dopo un precedente annullamento in Cassazione e rinvio in Corte d’assise d’appello della precedente condanna. Complici e fiancheggiatori della cellula di Al Qaeda di stanza a Roma sono stati individuati in mezzo mondo: dall’Egitto alla California, dall’Arabia Saudita al Sudafrica, dagli Emirati Arabi all’Inghilterra, dalla Palestina al Belgio e persino all’Islanda. In Italia, invece, operava un soggetto di nome Umhafsa al Kuwaitia, mai identificato precisamente. Sul sito c’era inoltre «una lista di personaggi indicati come obiettivi di possibili omicidi», i modi per ucciderli e «l’effetto terroristico» che ne sarebbe derivato.

Ricostruzioni che, per il difensore di El Khalfi, l’avvocato Vittorio Platì, mancano della diretta partecipazione dell’uomo ad «attività terroristiche di natura violenta». Il suo attivismo sul web, il rapporto diretto con i webmaster di Al Qaeda (sul portale sarebbero stati caricati 236 video provenienti dalla multinazionale del terrore) hanno però convinto i giudici che il proselitismo online è temibile quanto quello reale. Scrivono, infatti, nelle motivazioni, che «attraverso i post, e in particolare fornendo risposte agli utenti e commentando in senso favorevole gli attentati commessi», i jihadisti della rete «avevano contribuito attivamente al raggiungimento del fine proprio di Al Qaeda di indurre gli utenti ad agire per rovesciare governi ritenuti apostati e a compiere atti terroristici». Una buona connessione internet, talvolta, può essere pericolosa come una cintura esplosiva. 

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