Guerra in Sira: perché attaccare e perché non farlo

Il flirt fra Trump e il Pentagono è alla prova dei fatti. Perché mostrare i muscoli e fare la guerra non è proprio la stessa cosa

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Una caricatura di Trump su un cartello di proteste a Londra - 13 aprile 2018 – Credits: BEN STANSALL/AFP/Getty Images

Alessandro Turci

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Donald Trump e il Pentagono sono stati spesso descritti in totale sintonia. Circondatosi da generali anche alla Casa Bianca, il Presidente mette ora il capo del Pentagono James Mattis alla prova dei fatti sulla Siria. L’opzione militare è infatti giudicata favorevolmente dal primo e con molta più prudenza dal secondo. Ecco perché.

Perché intervenire

Visto da Trump un intervento, o un raid massiccio, avrebbe efficacia perché:

  • La guerra civile siriana, iniziata nel 2011, è sinora stata una sconfitta per tutte le risorse americane (diplomazia, addestramento, armamenti) impiegate a sostegno dei ribelli. Vladimir Putin, infatti, risulta al momento essere l’unico vincitore strategico, e Washington cerca una rivincita, anche solo simbolica.

  • Colpire Assad significa inviare un messaggio anche alla Turchia e all’Iran: cioè alle due potenze regionali coinvolte nel conflitto. La prima verrebbe richiamata all’ordine in casa NATO (vista l’attuale vicinanza tra Tayyip Erdoğan e Putin), mentre Teheran si troverebbe di fronte ad un’America che dalla minacce generiche passa alle vie di fatto militari e non solo economiche.

  • Trump salderebbe un patto d’acciaio a livello Atlantico con le due principali potenze europee, Francia e UK (Brexit vale per tutto ad eccezione della voce Difesa) in netta funzione anti russa. Il sodalizio troverebbe quell’unità che mancò all’Occidente all’epoca della Libia e che si creò, ma a caro prezzo per l’opinione pubblica inglese e per un fuoriclasse come Tony Blair, per la guerra irachena del 2003.

In realtà lo scenario a Washington è cambiato da quando è arrivato il falco John Bolton alla Sicurezza Nazionale al posto del generale H.R. McMaster. Bolton sembra voler rispolverare le politiche, e le tecniche, di guerra psicologica che i neocon usarono per giustificare l’intervento in Iraq. Ecco perché il flirt fra Trump e il Pentagono è in una fase molto delicata.

Perché non intervenire

Visto dal Pentagono, quindi, un intervento – o un raid massiccio – avrebbe più svantaggi che vantaggi perché:

  • L’America, in termini asimmetrici, è già presente nel teatro siriano come supporto (al fianco della Francia) a ribelli ormai definitivamente sconfitti nell’ultima roccaforte di Douma, dove il presunto attacco chimico ha avuto luogo. La fazione anti Assad, se si esclude il Califfato anch’esso in rotta, è allo stremo delle forze. E come rappresentanza politica non è mai decollata. Quindi, sul terreno, a chi gioverebbe il raid? E al contrario, quali focolai incontrollabili aizzerebbe?

  • Un altro fattore critico è poi quello interno, cioè la forza dell’opinione pubblica americana e dei principali Media di stampo liberal. Se è vero che ogni occasione è stata buona per mettere Trump (un presidente irrituale e maldestro) nel mirino, un’escalation militare in una polveriera come il Medioriente non verrebbe mai perdonata. Anche perché difficilmente potrebbe raggiungere gli obiettivi occidentali: primo fra tutti il tanto inseguito regime change a Damasco.

  • L’atteggiamento al limite dell’irresponsabile di Londra e Parigi (pronte a darsi manforte reciprocamente come in Libia) rischia di sfuggire di mano lasciando poi ai soli Stati Uniti il peso di gestire un eventuale conflitto. Obama, per la sorte di Muammar Gheddafi, se ne lavò le mani lasciando carta bianca a Nicolas Sarzoky e David Cameron, ma il Pentagono non può certo permettersi oggi lo stesso scenario con Assad dopo la lezione imparata con la Libia.

  • Infine, Mattis vuole far capire a Bolton che non siamo più all’epoca di Colin Powell e delle prove artefatte per giustificare un intervento militare. Il Ministro della Difesa ha dichiarato al Congresso che gli Stati Uniti, a un anno di distanza, non sono ancora in grado di stabilire i responsabili dell’attacco chimico di Khan Shaykhun. È impossibile quindi dare per certa la matrice governativa di quello recentissimo a Douma, e di conseguenza giustificare la rappresaglia.

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