Esteri

La guerra del petrolio tra Iran, Israele e Arabia Saudita

Oggi più che mai le potenze mediorientali sono alla ricerca di un nuovo assetto regionale e di un dominio energetico. Mentre la guerra continua a infuriare

Cammelli e giacimenti di petrolio, Kuwait, 1991

Luciano Tirinnanzi

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Due settimane prima del 24 novembre 2014, la data prevista per la sigla dell’accordo sul nucleare tra la Repubblica Islamica dell’Iran e i Paesi del P5 + 1 (Stati Uniti, Russia, Gran Bretagna, Francia, Cina più la Germania), i siti web vicini alle Guardie Rivoluzionarie islamiche dell’Iran (IRGC) hanno iniziato a riportare dati e commenti sulle funzionalità dell’unità missilistica dell’IRGC, e in particolare sulla capacità di questa unità militare di poter colpire e distruggere Israele.

In un accurato quanto preoccupante report, il Middle East Media Research Institute riporta affermazioni scioccanti sulla guerra mediatica contro Israele che, per quanto retorica e propagandistica, alimenta i timori e le diffidenze reciproche tra questi due Paesi.

“Abbiamo sviluppato missili con capacità balistica di 2.000 km e abbiamo dotato Hezbollah (il Partito di Dio, gruppo terroristico sciita libanese) con missili della capacità di 300 km che possono arrivare fino a Dimona. Le illusioni di Israele di sviluppare i giacimenti di gas naturale a largo del Mediterraneo saranno sepolti in mare insieme con il regime Sionista”. È questo il succo dei numerosi articoli e interviste comparsi un po’ ovunque sui media iraniani, che riportano anche dichiarazioni recenti dello stesso Ayatollah Ali Khamenei.

Israele e il Bacino di Levante

Il riferimento è ai bacini offshore del Mar Mediterraneo Orientale, ossia quelli presenti nel tratto di mare compreso tra la costa orientale di Cipro e quella occidentale di Israele, che in parte intercetta anche le coste prospicienti la Striscia di Gaza.

Il cosiddetto Bacino di Levante, secondo la Energy Information Administration (EIA) statunitense, racchiuderebbe riserve di gas naturale stimate in oltre mille miliardi di metri cubi, capaci dunque di “alterare significativamente le dinamiche della fornitura di energia nella regione” in favore di Israele. 

L’Iran, nonostante il volto buono della presidenza Rouhani, torna dunque a minacciare direttamente Israele perché vuole mantenere sotto la propria influenza, politica ma soprattutto economica, Paesi come Siria, Libano e la stessa Striscia di Gaza nel medio-lungo periodo. Mentre Israele ritiene che il Bacino del Levante potrà consentirgli una forza negoziale inattesa e inedita fino a pochi anni fa.

Ecco dunque che tutto, compresa anche la guerra o la sua sola minaccia, ruota ancora una volta intorno all’energia e al potere che da essa deriva, considerato che in una regione a tratti molto povera e sottosviluppata, l’approvvigionamento energetico è lo strumento privilegiato per un Paese che intenda prevalere nel Medio Oriente.

La guerra del petrolio

Si spiegano anche così le tensioni del mercato petrolifero, sceso di recente sotto quota 70 dollari al barile per volere del cartello dei Paesi OPEC (Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio), che da sola garantisce il 40% del greggio prodotto nel mondo ed è dominato dall’Arabia Saudita. La scelta di non agire per modificare l’andamento del prezzo del greggio danneggia non poco numerose economie, su tutte quella russa e quella iraniana. Quest’ultima, in particolare, difetta per la eccessiva petro-dipendenza: Teheran dipende dagli idrocarburi per ben il 60% del proprio export e per una quota pari al 25% dell’intero Pil nazionale.

Ma tenere basso il prezzo di produzione del petrolio serve a mettere fuori mercato anche e soprattutto parte della nuova concorrenza occidentale, rallentando lo sviluppo di quella tecnologia nota come Shale Oil e Shale Gas, che già oggi consente agli Stati Uniti la quasi totale autosufficienza energetica e che Israele stesso vorrebbe utilizzare proprio nel Bacino del Levante.

Le parti in lotta per la supremazia

Pur essendo gli interessi trasversali e difficilmente inquadrabili attraverso semplificazioni, possiamo tentare di segnalare alcune alleanze strategiche. L’Iran ha dalla sua Mosca, quella porzione di Siria dove ancora comanda Bashar Assad e i libanesi di Hezbollah, ma sta tentando anche di convincere gli Stati Uniti delle sue buone intenzioni (vedi gli accordi sul nucleare), allo scopo di isolare definitivamente Israele e far ripartire la propria economia. Per questo è pienamente coinvolta anche nella guerra contro lo Stato Islamico a fianco della coalizione internazionale. Inoltre, sostiene i movimenti sciiti e anti-sistema in Yemen e Bahrein.

L’Arabia Saudita, invece, è piuttosto indipendente e ha dalla sua anzitutto il petrolio e la fede sunnita, ragion per cui numerosi privati hanno “investito” ingenti risorse sui miliziani sunniti dello Stato Islamico, che oggi tengono in scacco parte del mercato petrolifero iracheno e tentano di azzerare il governo sciita della Siria, devastata da quasi quattro anni di guerra. Oltre a competere direttamente con Teheran per l’influenza sul resto del Medio Oriente.

Israele, invece, appare in seria difficoltà e non si fida né delle buone intenzioni di Teheran sul nucleare - le dichiarazioni delle Guardie Rivoluzionarie islamiche iraniane lo dimostrano una volta di più - né della strategia americana per il futuro del Medio Oriente. 

Dunque, nella competizione per il dominio in Medio Oriente, dopo un Novecento controllato dalle forze imperiali europee e in seguito anche dal potere del dollaro, oggi s’intrecciano e si scontrano su più piani le volontà egemoniche dei pretendenti locali, protagonisti di una guerra regionale che si espande da Gaza fino a Mosul e che ha in agenda un redde rationem di cui oggi non è possibile prevedere l’esito, ma la cui escalation militare non è da escludere in assoluto. Con gli occhi dell’Occidente, è forse auspicabile un generale ridimensionamento delle aspirazioni egemoniche dei suddetti Stati. Che, va detto, è compito della diplomazia.

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