Rocco Bellantone

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Il conflitto in Siria sta registrando degli sviluppi in tre fronti apparentemente distanti ma, di fatto, comunicanti tra loro.

Ginevra
Il primo fronte, il più monitorato dai media internazionali, è quello diplomatico.
A Ginevra, salvo rinvii dell’ultima ora, all’inizio della prossima settimana il blocco delle opposizioni - plasmato al vertice di Riad del 9 e 10 dicembre 2015 - incontrerà i rappresentanti del governo siriano.
L’obiettivo è tracciare le linee guida di una road map le cui tappe principali saranno la formazione di un esecutivo di transizione e l’annuncio di nuove elezioni. È un percorso disseminato di ostacoli e tensioni e su cui pende un interrogativo che difficilmente in Svizzera troverà risposta: quale sarà il ruolo del presidente Bashar Assad in questa fase di transizione?

Le trattative in corso a Damasco
Il secondo fronte rimanda invece direttamente a Damasco. Stando a fonti di intelligence attendibili, a metà gennaio nel corso di una riunione con i vertici dell’esercito e dei servizi segreti Assad avrebbe dettato i punti cardini della nuova strategia delle alleanze da intessere nei prossimi mesi: allentamento dei rapporti con l’Iran e, viceversa, consolidamento delle relazioni con Mosca.
Scelta dettata da motivazioni principalmente militari. A differenza dei risultati al di sotto delle aspettative ottenuti dalla Guardia Rivoluzionaria Iraniana, con il suo intervento il Cremlino ha permesso al regime siriano di limitare i danni mantenendo il controllo della fascia costiera del Paese e delle aree attorno alla capitale.

Assad ha dunque deciso di affidarsi soprattutto al sostegno della Russia, forte dell’appoggio di figure chiave del suo entourage, tutte accomunate dal timore di un’eccessiva invasione di campo del governo degli Ayatollah negli affari interni siriani. Tra questi c’è il ministro della Difesa Fahd Jassem al-Freij il quale, in un incontro dell’aprile scorso a Teheran aveva chiesto al suo omologo iraniano Hossen Dehqan rinforzi senza però ottenerli. Sulla stessa posizione si mantiene anche il generale Bahjat Suleiman, influente figura nella comunità alawita, ex ambasciatore siriano in Giordania ed ex capo dei servizi segreti interni, in passato molto vicino ad Hafez e Rifaat Assad, padre e zio di Bashar.

Se Assad ha deciso di muoversi in direzione di Mosca è perché ha il sostegno dei vertici dell’intelligence: il generale Jamil Hassan, capo del potente servizio di intelligence dell’aviazione, e il suo vice, il colonnello Kosai Maihoub, entrambi in ottimi rapporti con il Cremlino; ma anche Ali Mamlouk, responsabile dei servizi segreti, l’uomo che attraverso la mediazione di Mikhail Fradkov (capo dell’SVR, il servizio segreto russo per l’estero) e Nikolai Patrushev (capo del Consiglio Nazionale di Sicurezza ed ex direttore dell’FSB, il servizio interno eredità del KGB) è stato scelto da Mosca come possibile candidato per il ruolo di futuro presidente in Siria.

Le manovre militari di Russia e Stati Uniti
Il terzo fronte, il più caldo, è quello militare e vede protagoniste in prima linea Mosca e Washington. All’ombra dell’incontro preliminare avuto a Zurigo il 20 gennaio tra il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov e il segretario di Stato americano John Kerry, il Cremlino e il Pentagono hanno mosso delle pedine in territorio siriano, principalmente nella parte nord-est del Paese.

Gli Usa hanno preso il controllo di un aerodromo situato a sud della cittadina di Rmeilan, nella provincia settentrionale di Hasakah, vicino al Kurdistan iracheno.
Gli americani hanno trovato un accordo con le milizie curde dell’YPG (Unità di Protezione Popolare) che hanno preso possesso dell’area da due anni.

L’aerodromo, utilizzato dal governo siriano prima della guerra come punto di transito per il trasporto di prodotti agricoli, si trova in una posizione strategica vicino a dei siti petroliferi. L’obiettivo del Pentagono è utilizzarlo come base d’appoggio per l’addestramento dei miliziani dell’SDF (Forze Democratiche Siriane) ma soprattutto per ampliarlo e farne una pista di decollo e atterraggio per i suoi caccia.

Dagli attuali 700 metri la pista verrebbe allungata fino a 2.500 (per 250 metri di larghezza). Per portare a compimento i lavori in sicurezza servirà inviare nell’area più dei 50 militari delle forze speciali annunciati nei giorni scorsi dal presidente Barack Obama. Messo piede a Rmeilan il primo obiettivo nemico da attaccare sarebbe, secondo il New York Times, la roccaforte dell’ISIS di Al-Shaddadi.

In contemporanea il Cremlino ha inviato almeno 100 suoi soldati nell’aeroporto di Qamishli, nel nord-est della Siria al confine con la Turchia. Oltre che l’espansione nell’entroterra siriano dalla costa, il piano della Russia punta a mettere pressione al governo di Ankara - con cui i rapporti si sono deteriorati dopo l’abbattimento di un jet russo da parte dell’aviazione turca - lungo i confini che separano la Turchia dalla Siria.

Sempre secondo il NYT, i russi sarebbero al centro di una manovra ben più ampia finalizzata alla presa di Deir Al-Zour, sotto il controllo dell’ISIS, distretto finora invalicabile che Mosca vorrebbe tentare di penetrare armando la tribù di Shweytat.

L’aumento dell’attività militare russa nel nord-est della Siria non può che preoccupare gli Usa, poiché andrebbe a scontrarsi con il loro piano di sostenere l’avanzata dei curdi verso Raqqa - capitale dello Stato Islamico in Siria - e, più in generale, metterebbe ulteriormente in discussione la loro leadership all’interno della coalizione internazionale che combatte l’esercito del Califfato.

Se sono queste le posizioni delle due principali potenze che dall’esterno muovono le fila degli attori protagonisti del conflitto siriano, sarà difficile aspettarsi risultati concreti dalle trattative di Ginevra.

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