Guerra in Siria, i punti deboli dell'accordo Usa-Russia

Se le Nazioni Unite potranno inviare aiuti umanitari alle popolazioni, resta difficile credere che le forze sul campo rinunceranno ai propri obiettivi

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Il segretario di stato americano John Kerry e il ministro degli esteri russo Sergei Lavrov – Credits: EPA/YURI KOCHETKOV

Luciano Tirinnanzi

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Per Lookout news

L’accordo di pace per la Siria raggiunto dal segretario di Stato americano John Kerry, insieme al ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov e all’inviato ONU Staffan De Mistura, arriva guarda caso proprio quando i governativi sono vicini a stringere d’assedio Aleppo, città-chiave per il futuro della guerra.

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Nel documento di Monaco è contemplata una road map che dovrebbe aprire la strada a nuove trattative per una transizione politica nel paese e consentirebbe agli aiuti umanitari di arrivare a breve nelle aree dove la situazione è più disperata.

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Ma quello che tre giorni fa pareva un passo in avanti importante in favore della diplomazia internazionale, si sta già vanificando. In realtà, l’intesa di Monaco potrebbe essere letta come un passaggio inevitabile per scongiurare la débâcle definitiva dei ribelli nel settore di Aleppo.

Se, infatti, le Nazioni Unite, in forza dell’accordo, possono iniziare a inviare aiuti umanitari alle popolazioni cinte d’assedio - solo ad Aleppo sono 250mila i cittadini intrappolati e martellati dai bombardamenti russi - resta difficile da credere che le forze sul campo rinunceranno ai propri traguardi.

Tanto per cominciare, l’accordo non prevede di concedere le stesse condizioni di tregua a Jabhat Al Nusra e Stato Islamico. Dunque, la guerra contro i jihadisti proseguirà. Così come non contempla un vero cessate-il-fuoco contro le formazioni che Mosca definisce “terroristiche”, il che comprende quasi tutte le opposizioni.

A riprova di ciò, in queste ore giungono notizie secondo cui i russi avrebbero bombardato - tra gli altri obiettivi - due ospedali, uno ad Azaaz, a nord di Aleppo, e uno nella regione di Maaret al Noomane (280 chilometri a nord di Damasco), gestito da Medici Senza Frontiere (Qui i dettagli della distruzione)

Mentre i turchi hanno preso a bombardare i curdi nello stesso quadrante. Non proprio un segnale distensivo.

Lo scopo della tregua
A ben vedere, dunque, il solo obiettivo raggiunto a Monaco non è la pace né una parentesi temporale alle operazioni belliche, ma solo la possibilità di aprire corridoi funzionali a garantire aiuti umanitari laddove i civili sono allo stremo. Il che è già qualcosa per la popolazione, ma non basta certo a far sperare in un nuovo capitolo per la fine della guerra.

 Questa tregua sembra piuttosto servire ai ribelli per rinsaldare le fila, ricevere rifornimenti e temporeggiare in attesa di nuove forniture di armi. Mentre per Mosca e il regime siriano significa consolidare le proprie posizioni, dopo le recenti vittorie. Non a caso, poche ore dopo Monaco, il presidente siriano Bashar Al Assad ha giurato in un moto d’orgoglio “riprenderemo l’intero paese”.

 Si vedrà. Di certo, abbandonare Aleppo per i ribelli e i loro sponsor occidentali più la Turchia, segnerebbe una più grave sconfitta sul campo, e metterebbe in serio pericolo la speranza di sedere al futuro tavolo negoziale per scrivere i destini della Siria all’indomani della guerra.

 

Chi vince e chi perde questo round
L’annuncio di un colloquio telefonico tra Obama e Putin nel giorno di San Valentino cristallizza il successo della linea russa, vero deus ex machina per il regime siriano e per le sorti dell’intero conflitto. La strategia del Cremlino, infatti, sta ripagando senza dubbio gl’imponenti sforzi bellici di Mosca e deloro protetto Bashar Al Assad.

 Washington, invece, messa all’angolo già da tempo dalla solerzia di Vladimir Putin, non ha potuto far altro che offrire un segnale distensivo nei confronti del Cremlino, soprattutto dopo che alcune iniziative di singoli paesi NATO avevano messo in forte imbarazzo l’intera Alleanza Atlantica (leggi Turchia). Se l’escalation militare tra superpotenze per il momento è rimandata, questo risultato è certo merito di Mosca e non di altri. Tuttavia, la situazione potrebbe degenerare qualora gli alleati mediorientali della Casa Bianca decidessero di agire unilateralmente, come in parte sta già avvenendo.

A perdere questo round, infatti, sono state Turchia e Arabia Saudita, che avevano scommesso tutto sulla caduta di Assad e sulla possibilità di gestire il futuro siriano attraverso alcune delle fazioni ribelli, loro diretta emanazione. A ingannare Ankara e Riad è stata la promessa di un impegno maggiore da parte degli Stati Uniti, che nei fatti non c’è stato. Anzi, l’appoggio offerto da Washington ai curdi ha compromesso definitivamente la possibilità di operare secondo una linea condivisa. Questo ha complicato ogni cosa e ha innescato l’escalation militare di cui stiamo osservando i primi accenni. Perché ormai Ankara e Riad si sono esposte troppo ed è tardi per tornare indietro.

Il ruolo di Ankara e Riad
Se Damasco accusa Ankara di aver sconfinato in territorio siriano, è certo che l’artiglieria pesante dei turchi ha iniziato a colpire pesante nel settore di Aleppo, al fine non tanto di rallentare l’avanzata dei governativi ma soprattutto di fiaccare le milizie curde YPG, che mantengono un’enclave nell’area. Fonti di confine affermano che sono iniziati anche i bombardamenti aerei. Di certo, c’è che numerosi caccia dell’Arabia Saudita sono atterrati nella base turca di Incirlik, in vista di nuove operazioni. Mentre l’invasione di terra turco-saudita che preoccupa Damasco non è confermata.

 In ogni caso, saranno le manovre sul campo dei prossimi giorni a dimostrare la solidità o la fragilità degli accordi di Monaco. Fatto sta che siamo ben lontani dalla fine delle ostilità. Il vantaggio militare russo-siriano non può essere disperso proprio adesso e, se necessario, per stroncare la resistenza ad Aleppo si lascerà morire di fame gli assediati. Così, il fronte turco-saudita non può temporeggiare, col rischio di perdere ulteriore terreno e vedere frantumarsi le fazioni anti-Assad.

 Le briciole di pace sul tavolo di Monaco servono, allora, a ingrassare più le segreterie di Stato che non le milizie sul campo. La transizione politica, il vero risultato da conseguire, è ancora all’orizzonte e, come per la tela di Penelope, la pace si fa a Monaco e poi si disfa ad Aleppo.

 Secondo la road map, entro questa settimana si dovrebbe applicare il cessate-il-fuoco ma, alla luce dei combattimenti, ciò appare più una dichiarazione d’intenti che non una reale scadenza. Per il resto, manca una vera direzione da prendere che sia alternativa alla guerra totale. Come siamo ormai abituati a vedere da cinque anni a questa parte.

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