Guerra all'Isis: di che cosa stanno discutendo a Londra

La riunione con 21 capi di Stato per fare il punto sulla lotta contro l'Islamismo radicale e trovare forme di collaborazione su scala globale

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Un momento della riunione londinese per mettere a punto la strategia anti-Isis – Credits: Getty Images

Le diplomazie occidentali e del mondo arabo moderato si sono riunite a Londra, a Lancaster House, a pochi passi da Buckingham Palace, per affinare la strategia contro l'Isis: erano presenti 21 ministri degli Esteri del comitato ristretto del fronte anti-jihadisti, tra cui il segretario di Stato Usa, John Kerry, il titolare della Farnesina, Paolo Gentiloni, rappresentanti dell'Ue e delle Nazioni Unite. Spiccava  l'assenza del ministro giapponese, Fumio Kishida, impegnato in una disperata corsa contro il tempo per salvare la vita ai due ostaggi nipponici nelle mani dei terroristi sui cui pende un ultimatum dell'Isis che scade all'alba di domani.

 Secondo il ministro degli Esteri britannico, Philip Hammond, ci vorrà almeno un anno o due per avere ragione sui miliziani del Daesh (l'acronimo arabo di Isis) cacciandoli dalle porzioni di territorio che hanno occupato, a cavallo di Iraq e Siria. L'Isis, secondo Londra, sembra aver perso la spinta propulsiva sul terreno, ma il continuo flusso di foreign fighters e i finanziamenti provenienti dai Paesi del Golfo, insieme al cash flow dei giacimenti petroliferi in Iraq controllati dai miliziani, rende la battaglia quanto meno lunga e complessa.

Foreign Fighters
A tener banco è anche il tema dei foreign fighters, i combattenti stranieri (5000 dei quali proverrebbero dall'Europa, ndr) che continuano a ingrossare le fila dell'Isis grazie a un sapiente uso della propaganda anche presso le comunità musulmane in Europa e in Occidente. Sul tavolo, accanto al tema del passenger name record (una sorta di database digitale centralizzato a livello europeo per lo scambio di informazioni sull'identità e pericolosità dei passeggeri dei voli), c'è la questione dello scambio di informazioni sui movimenti delle persone sospette, non solo su scala europea ma globale. Sembra semplice, ma anche in questo caso bisogna superare resistenze nazionaliste molto forti che guardano con sospetto all'ipotesi di fornire informazioni riservate a un organismo sovranazionale.

Terrorismo e immigrazione
Prima della riunione, il ministro Gentiloni ha confermato che anche l'Italia è a rischio infiltrazioni. L'Italia - ha detto il ministro - è un potenziale obiettivo anche per il richiamo dei simboli della cristianità. Infine, un passaggio che ha fatto discutere: il rischio che tra i migranti che ogni anno arrivano in Italia vi siano anche miliziani pronti a nuove Charlie Hebdo. «Confondere terrorismo e immigrazione, oltre che un regalo al terrorismo, è un'idiozia» ha messo in guardia il ministro. Il quale però non ha negato che vi possano essere anche dei rischi in queste ondate migratorie: «Per fortuna i nostri apparati di sicurezza sono allertati e funzionano ma questo non ci consente di abbassare minimamente il grado di preoccupazione».  
 

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