Guerra all’ISIS, accelerata improvvisa degli Stati Uniti (e Italia)

Siria, Iraq, Libia. Washington fa sapere di essere pronto a intervenire su tutti i fronti

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Forze siriane in azione nella zona di Aleppo – Credits: GEORGE OURFALIAN/AFP/Getty Images

Luciano Tirinnanzi

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Per Lookout news

Gli Stati Uniti annunciano, sia pur sommessamente, che la battaglia di Mosul, capitale irachena dello Stato Islamico, è vicina e la riconquista delle terre invase dalle milizie dello Stato Islamico sta per concludersi.

 “La battaglia per Mosul sarà la più grande operazione in Iraq dalla fine dell’ultima guerra” ha riferito lunedì 29 febbraio il segretario alla Difesa USA, Ashton Carter, insieme al Capo di Stato maggiore, generale Joseph Dunford.

 Le forze multinazionali, supportate dai radi aerei dell’aviazione americana, hanno già cominciato a tagliare le linee di rifornimento e di comunicazione di Mosul, per circondare e isolare i miliziani dello Stato Islamico, in preparazione dell’attacco di terra. Alcune forze della coalizione sarebbero già nei dintorni. Dunque, la spinta finale per riprendere la seconda città dell’Iraq inizierà “ben prima di un lontano futuro” , ha assicurato Dunford.


 

 Mentre si punta a isolare Mosul, stessa cosa sta (o starebbe) accadendo a Raqqa, capitale siriana del Califfato: la presa della cittadina di al-Shadadi, che sorge lungo la strada privilegiata dai jihadisti per collegare e rifornire le due città-chiave, dimostra come questa strategia per accerchiare e isolare le due città in mano allo Stato Islamico stia in effetti procedendo. Il merito va anche ai curdi, al momento la longa manus di Washington nella regione.

 Ma il Pentagono è andato oltre: il 2 marzo il Wall Street Journal citando il generale Donald Bolduc comandante delle Forze speciali Usa in Africa, scrive che anche la pianificazione delle operazioni in Libia contro l’ISIS è giunta “a un livello molto avanzato” e che il centro di coordinamento sarà a Roma, che avrà così la guida della missione internazionale. Notizia confermata dal Consiglio di Difesa, dove il premier Matteo Renzi ha stabilito le modalità d’ingaggio dei nostri uomini: l’Aise, il servizio segreto esterno, coordinerà i corpi speciali delle nostre Forze armate, in attesa di vedere schierati circa tremila soldati che verosimilmente faranno parte dei battaglioni San Marco e Tuscania.

Le ragioni dell’accelerazione
Insomma, la strategia militare USA e alleati per il 2016 prevede un attacco totale allo Stato Islamico. Perché? Molti negano, ma è stato sotto gli occhi di tutto il mondo il disinteresse e il lassismo con cui la Casa Bianca ha lasciato proliferare lo Stato Islamico in Iraq e Siria a partire dal 2014, anno in cui il leader iracheno Abu Bakr Al Baghdadi (alias Califfo Ibrahim) ha dichiarato la creazione di un Califfato di tutti i musulmani in Mesopotamia.

 Da allora, lo Stato Islamico ha conquistato porzioni di territorio enormi, forte della preparazione militare delle sue armate e della complicità della popolazione sunnita, inizialmente favorevole a un movimento che puntava a unificare le terre sunnite in funzione anti-sciita e in seguito soggiogata dalla brutalità del gruppo e dall’imposizione manu militari della propria versione della Sharia.

Forse che lo Stato Islamico è divenuto debole grazie alla silenziosa strategia americana, che ha colpito chirurgicamente i vertici militari dell’ISIS, i depositi di armi e mezzi, le banche sequestrate, e ancora le raffinerie e gli oleodotti grazie ai quali i miliziani hanno potuto foraggiare la loro ”guerra santa”? O è stato piuttosto il massiccio intervento militare della Russia in Siria ad aver svegliato gli strateghi della Casa Bianca e ad aver costretto il Pentagono ad affrettare i piani?

La strategia militare Usa per sconfiggere ISIS
Sia come sia, caratteristiche degli interventi diretti degli Stati Uniti in tutti e tre i fronti - iracheno, siriano e libico - saranno: il cyber-spionaggio sulle comunicazioni dei miliziani; la copertura aerea dei bombardieri; il coordinamento delle truppe di terra; l’utilizzo dei corpi speciali come la Delta Force, per colpire obiettivi in maniera selezionata.

 Tuttavia, i soldati che dovranno materialmente assaltare le città occupate in Siria e Iraq saranno brigate dell’esercito iracheno, delle milizie curde e altre soldataglie sunnite addestrate nei mesi scorsi dagli specialisti della coalizione (tra cui gli italiani).

Sulla composizione degli assaltatori, così come sulle tempistiche di questi interventi, molti analisti dubitano e puntano il dito contro un Pentagono indeciso e incapace di arrangiare una sofisticata strategia in così poco tempo. Un esempio che viene citato in proposito è l’intervento militare su Ramadi: secondo i toni trionfalistici di Baghdad, la città irachena è stata interamente liberata dall’ISIS, ma nella realtà intorno alle periferie si combatte ancora molto duramente e si muore ogni giorno.

 Certo, l’esercito iracheno non può fare peggio del giugno 2014, quando qui decine di migliaia di soldati fuggirono alla vista di poco più di un migliaio di miliziani, ma la sua preparazione è ritenuta ancora piuttosto scarsa per tentare un’azione estremamente rischiosa come la battaglia di Mosul si preannuncia.

Mentre i curdi, che sinora si sono dimostrati i più validi soldati sul campo, non hanno un interesse diretto a sacrificare i propri uomini per prendere Raqqa e hanno solo un interesse parziale a entrare a Mosul: secondo i comandanti di entrambi i contingenti curdi (YPG in Siria e Peshmerga in Iraq), infatti, l’assalto è ritenuto uno sforzo eccessivo, dal momento che gli interessi dei curdi sono volti a circoscrivere e a consolidare le conquiste di questi due anni di guerra, allo scopo di istituire lo stato del Kurdistan.

Il caso libico e l’attivismo degli alleati
Per quanto riguarda la Libia, come nell’intervento unilaterale del 2011 che vide in prima linea Regno Unito e Francia (con la copertura degli Stati Uniti e un ruolo più marginale dell’Italia), ancora nel 2016 permangono interessi divergenti e notevoli rivalità fra gli stessi alleati, tali che si prefigura uno scenario non meno caotico che in passato, per la gestione delle operazioni militari atte a sradicare la succursale libica dello Stato Islamico, che si è stabilita a Sirte.

Ashton Carter ha confermato che il comando sarà italiano: pur dovendo capire meglio ciò che questa frase potrà significare nella pratica, sappiamo già che la gestione delle operazioni a Bengasi è già in mano ai francesi, mentre a Tripoli e Sabratha operano gli inglesi, di concerto con gli americani. Gli italiani, invece, sono ancora orientati a operare secondo il piano delle Nazioni Unite, che prevede anzitutto la nomina di un governo di unità nazionale che, solo quando in carica, potrà autorizzare un intervento.

 In mezzo a tutto questo, permangono le rivalità tra le milizie tripoline e di Misurata contro il governo di Tobruk e il generale Haftar, che punta su Bengasi per eliminare tutti gli islamisti. Così, si torna al punto di partenza, dove l’unica certezza è la frammentazione del paese e la forza centrifuga che impedisce alla Libia di tornare a essere tale.

 

Insomma, un bel grattacapo per gli Stati Uniti che, con un presidente americano nel suo “semestre bianco” e una corsa alla presidenza tutt’altro che classica, gli Stati Uniti sembrano imbrigliati in uno scenario dove non vi sono grandi soluzioni ma piccoli aggiustamenti di tiro. E a fare le spese di questa incerta strategia potrebbero essere proprio gli alleati.

 

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