Grecia: gli scenari dopo il referendum del 5 luglio

La vittoria del no e il default potrebbero mettere a rischio la stabilità dell’euro e dell’UE. L'Italia sarebbe tra i Paesi più esposti

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Le proteste anti-Ue davanti al parlamento greco – Credits: ANGELOS TZORTZINIS/AFP/Getty Images

Per Lookout news

La mossa a sorpresa di Alexis Tsipras di indire un referendum sulle misure imposte dalla Troika ha avuto il merito di far uscire dall’angolo la delegazione ellenica e potrebbe trasformare una disfatta annunciata nella “Dunkerque” dei greci. Il rifiuto della Troika dell’ultima proposta avanzata da Atene aveva chiarito, al di là di ogni ragionevole dubbio, l’intenzione di imporre nuove misure di lacrime e sangue a un’economia già moribonda.

 Il documento reso pubblico dal Wall Street Journal giovedì 25 giugno e ripreso da La Repubblica chiarisce quali fossero le condizioni a cui la Troika, guidata dall’impresentabile Christine Lagarde, direttore generale del Fondo Monetario Internazionale, subordinava la concessione degli aiuti monetari e la successiva discussione sulla ristrutturazione del debito ellenico.

 Essenzialmente la Troika continuava a richiedere un forte aggiustamento sul lato della spesa pubblica, in particolare su pensioni e salari, e minori aumenti di tassazione (riforma dell’IVA e l’abolizione del regime fiscale agevolato per le isole). Quindi ancora una volta misure restrittive che, continuando a colpire i consumi interni, avrebbero reso più profonda la crisi economica e sociale che ha sconvolto la Grecia.

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I sacrifici della Grecia
È bene ricordare alcuni numeri per dare un’idea del disastro che le incaute misure di austerità hanno prodotto in Grecia. Il PIL si è ridotto da 300 miliardi (2008) a 242 miliardi (2013), il rapporto debito pubblico/PIL è cresciuto dal 148% al 180%, il tasso di disoccupazione è più che raddoppiato passando dal 12,4% al 27,5%. I dipendenti pubblici sono scesi a 650.000, con una riduzione di 255.000 in quattro anni, i salari nominali si sono ridotti, mentre i prezzi sono rimasti sostanzialmente stabili determinando un aumento della disuguaglianza sociale e delle povertà. La sottostima del moltiplicatore fiscale ha fatto sì che la contrazione del PIL risultasse non del 5%, come stimato dai sapienti della Troika, ma di oltre il 20%, conferendo una dinamica esplosiva alla crescita dell’indebitamento.

L’inutile austerità imposta dalla Troika

Qual è allora il senso di queste nuove manovre di austerità che la Troika vuole imporre ai greci? La risposta è semplice nella sua banalità: nessuno, perché dal punto di vista economico la Grecia è fallita nel 2010 e la ristrutturazione del debito è inevitabile.

 E allora perché questa mossa? Da una parte c’è la posizione di chi (Germania e Francia) in questi anni ha speculato sulla crisi greca trasformando il debito privato delle loro banche in un debito delle istituzioni comunitarie. Basti pensare che grazie a loro oggi l’Italia ha un’esposizione complessiva verso la Grecia di oltre 65 miliardi. Dall’altra la posizione degli ex-Paesi comunisti (Lituania, Estonia, Lettonia, Slovenia, Slovacchia e Polonia) e della Finlandia che, come testimonia anche l’opposizione alle quote sull’immigrazione, forse non erano quei “grandi europeisti” che hanno raccontato di essere finora. Di fatto, la loro inclusione nell’Eurozona e nell’UE ha risposto più a interessi economici (della Germania) e geopolitici (degli USA) di parte piuttosto che a reali motivazioni politiche e sociali.

 Infine, stanno avendo un peso determinante anche le ambizioni personali di leader come Christine Lagarde che sulla punizione della Grecia hanno costruito una carriera. Perché, nonostante quello che affermano il presidente del Parlamento Europeo Jeroen Dijsselbloem e della Commissione Jean-Claude Juncker, la Grecia di sacrifici ne ha fatti moltissimi, tanti da presentare un surplus primario (saldo pubblico al netto della spesa per interessi) più elevato dell’UE (l’Italia è al secondo posto) considerato il ciclo economico. Di più proprio la Grecia non può fare, così come non ha senso imporle altri sacrifici.

Cosa aspettarsi dopo il referendum del 5 luglio
In queste condizioni il ricorso al referendum del 5 luglio sulla manovra della Troika promosso da Tsipras dischiude nuovi e impensabili scenari. Le dichiarazioni della cancelliera tedesca Angela Merkel e del presidente della Banca Centrale Europea Mario Draghi rendono manifesto che ora tutto può accadere.

 Il default della Grecia potrebbe trasformarsi nella fine dell’euro e dell’UE. La speculazione internazionale potrà attaccare e spezzare uno alla volta gli anelli deboli dell’Eurozona. Con buona pace di Draghi, il cui Quantitative Easing più che un’arma non convenzionale si potrebbe rivelare una cerbottana di fronte alla potenza di fuoco dei grandi fondi speculativi.

 

Greek Prime Minister Alexis Tsipras is seen on a television monitor while addressing the nation in Athens, Greece

Il discorso alla nazione del premier greco Alexis Tsipras

 

In questo scenario, l’Italia tornerebbe in prima linea. Con una stima di crescita del PIL decimale (0,7%), la bocciatura del reverse charge (inversione contabile) e spese dovute alle recenti sentenze della Corte Costituzionale (rimborso delle pensioni e rinnovi contrattuali nella Pubblica Amministrazione), il nostro Paese potrebbe dover fronteggiare un vigoroso aumento dello spread e nuove tensioni sul rapporto deficit pubblico/PIL, con il corollario di nuove tasse e tagli alla spesa che annichilirebbero la pallida ripresa economica e annuncerebbero un natale di nuovi sacrifici. Dopo di che ogni eventualità diventerebbe possibile.

 Dal canto proprio la Grecia, grazie all’avanzo primario (la tassazione è cresciuta dell’8% e la spesa si è ridotta al 45% del PIL) e a uno stato essenzialmente solido, potrebbe riuscire a evitare l’iperinflazione. Inoltre, per effetto della svalutazione della nuova moneta e del recupero di competitività realizzato in questi anni, e che ha annullato il gap con l’Eurozona, in pochissimo tempo potrebbe riavviare la propria economia.

Se ciò accadrà allora Atene dimostrerà che l’uscita dall’euro è sostenibile e che la resistenza di Tsipras e del ministro delle Finanze greco Varoufakis è degna di Leonida e degli eroi delle Termopili.

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