La favola greca dei conti in ordine

Il governo di Atene e anche quello di Berlino sembrano ottimisti. Ma tagli e privatizzazioni non sono mai decollati. Come dimostra il caso esemplare della tv pubblica. Ecco chi, e perché, vuole far credere che il paese è fuori dal tunnel

Un uomo corre nudo ad Atene per protestare contro la visita di Angela Merkel (Credits: ARIS MESSINIS/AFP/Getty Images)

Marco Pedersini

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Per il ministro delle finanze tedesco, Wolfgang Schäuble, la crisi greca è finita. Partendo per Atene ha invitato i cronisti a «non dare un’immagine catastrofica della Grecia, se no i turisti cancelleranno le prenotazioni». Per il premier Antonis Samaras «i sacrifici hanno dato i loro frutti». E per la cancelliera Angela Merkel, che è in campagna elettorale, il «debito greco è diventato sostenibile».

Sono bugie. Il centro studi economico Iobe ha rivisto le stime di contrazione del pil dal 4,6 al 5 per cento. Il ministero delle Finanze ha ammesso che tra maggio e giugno si è allargata la forbice fra entrate attese e reali (da 2,2 miliardi a 3,2). Ma in fondo, per capire la situazione, basta accendere la televisione.

Al posto della vecchia tv di stato, l’Ert, ora c’è un’emittente temporanea, l’Edt. Il palinsesto si avvicina a un intervallo delle trasmissioni: solo film, serie tv e documentari. È l’epilogo di una disputa che dimostra, più di ogni analisi, perché la Grecia continui ad andare a fondo, trattenendo il fiato. La crisi della tv pubblica è iniziata l’11 giugno. Il giorno prima l’asta per la privatizzazione del gas si era chiusa senza neanche un’offerta.

Un colpo duro per il governo, che già doveva spiegare alla troika (Ue, Bce e Fmi) perché non fosse ancora riuscito a vendere nulla. Il gioco che dal 2008 tiene in vita gli esecutivi (assicurare alla troika di voler cambiare tutto mentre si garantisce agli elettori che nulla cambierà) era sul punto di incepparsi. In questa situazione il premier greco ha fatto una scommessa che, alla fine, ha vinto: l’Ert è stata chiusa e lui è ancora capo del governo.

Samaras sa come reinventarsi. Espulso come un traditore dal centrodestra nel 1992, è rientrato nelle stanze che contano nel 2009 grazie a un rimpasto di governo, scalato il suo vecchio partito, Nea dimokratia, l'ha riportato alla vittoria opponendosi alle misure di austerità imposte dalla troika.

Una volta eletto ha cambiato idea, tanto che ora alcuni politici dicono a Panorama che «è diventato l’uomo della Merkel». In quei giorni di giugno, la coalizione di governo sa che deve trovare un modo per licenziare 4 mila dipendenti pubblici entro l’anno e 15 mila entro il 2014. L’ha promesso alla troika, ma non vuole farlo: quel provvedimento sarebbe un suicidio politico.

Samaras è tentato da una provocazione: chiudere la tv di stato. Ha 2.656 dipendenti e «da anni è diretta da raccomandati che fanno ciò che fa comodo ai politici in cambio di salari sostanziosi» come dice a Panorama persino un giornalista dell’Ert, Dimitrios Apokis. Samaras conosce bene gli sprechi televisivi perché ha contribuito a crearli: appena eletto, nel giugno 2012, ha fatto assumere almeno 28 consulenti speciali, pagati tra i 3 mila e i 3.500 euro al mese.

Secondo l’ex direttore delle news dell’Ert, Giorgos Kogiannis, «alcuni non si sono mai presentati, come Matina Retsa, candidata a volte con i socialisti e a volte con Nea dimokratia. Mai vista in Ert». Le produzioni esterne, tagliate, sono tornate alla carica per 35 milioni di euro. Ci sono programmi creati per dare un posto a candidati sfortunati alle elezioni. Si scopre che il portavoce del governo, che descrive l’Ert come «il paradiso degli sprechi», era stato ben pagato dalla tv pubblica in gioventù.

C’è il caso di un giornalista vicino al governo Samaras richiamato in servizio da pensionato: non potendo percepire uno stipendio, ha messo come direttore fittizio del programma suo figlio, che stava svolgendo il servizio militare. Su questi incarichi il governo tace.

Sugli altri sprechi, invece, studia una campagna di stampa. Il partito di Samaras prepara un dossier di tre pagine per istruire i suoi uomini che andranno in tv. Panorama l’ha trovato, in esclusiva, abbandonato negli studi dell’Ert. Dovranno dire «ai greci, che non lo sanno», che «l’Ert ha tre orchestre, sette radio ad Atene, tre a Salonicco e 19 canali locali che ritrasmettono programmi già andati in onda per 20 ore su 24».

Le cifre sono reali, però la conclusione è errata: l’Ert non era in perdita. Il canone (51 euro prelevati con la bolletta elettrica) permetteva di sprecare in grande stile mantenendo i bilanci in attivo. Alle 23:11 dell’11 giugno, chi guarda l’Ert si ritrova otto bande colorate sullo schermo: le trasmissioni sono interrotte, per effetto di un decreto che il presidente della repubblica si è detto «costretto a firmare».

Per i greci, che non hanno dimenticato la dittatura finita nel 1974, è uno shock. La tv degli sprechi diventa un patrimonio da salvare, un simbolo della lotta contro i tagli. Quei 2.656 lavoratori licenziati in tronco diventano il milione e 300 mila di greci senza lavoro. Il 16 giugno Samaras scrive sul quotidiano Kathimerini che l’Ert è «un bastione della corruzione». Il governo vacilla e il partito di centrosinistra Dimar lascia la coalizione, sperando di guadagnare qualche voto.

Dopo pochi giorni, però, l’indignazione si sgonfia. L’Ert continua a essere trasmessa abusivamente sul web, mentre nei suoi studi resta una manciata di attivisti che sventola bandiere comuniste e distribuisce volantini. «Molti di questi vivevano sugli sprechi e non vogliono cambiare» dice un dipendente Ert a Panorama. Syriza, il partito della sinistra dura che ormai vale quasi quanto il governo, non si muove: «Ci siamo detti: perché andare alle elezioni in estate? La crisi ci dà voti» ammettono.

Tutti aspettano le elezioni tedesche («Poi sceglieremo tra il caos e un governo di larghe intese contro l’Europa» dicono alcuni rappresentanti politici). Nel frattempo, la farsa della tv pubblica continua: in attesa di inaugurare un’emittente con 700 dipendenti in meno fondata su «imparziali criteri meritocratici», sono iniziate le trasmissioni dell’Edt, tv di transizione. «Dobbiamo riguadagnare credibilità» confessa un ministro a Panorama. La privatizzazione delle scommesse, intanto, è slittata ancora. Si torna a trattare la vendita delle ferrovie. E nel frattempo la disoccupazione è salita al 27,4 per cento.

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