Antonio Ferrari, editorialista del Corriere della Sera, ha avanzato per primo in Italia la suggestiva tesi di un “auto-golpe” ordito dallo stesso Erdogan per far definitivamente piazza pulita delle opposizioni residue al suo straripante potere, che sino a ieri si annidavano nelle istituzioni e nelle forze armate. Il che è molto interessante, ma non completamente convincente. Anche se, in parte, c’è effettivamente stata una regia occulta.

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L’origine del colpo di stato è da ricercare nel maggio 2016, quando il premier Ahmet Davutoglu annuncia inaspettatamente le proprie dimissioni, al termine di un vertice di partito preceduto da uno scontro violento tra lui e il presidente Erdogan. Le divergenze tra i due sono da ricercare negli accordi con l’Unione Europea sui migranti e l’ingresso della Turchia nell’UE; nella linea generalmente più morbida del premier sia con i curdi sia con i terroristi del PKK; ma soprattutto, sull’immunità parlamentare e la riforma della Costituzione in chiave presidenziale cui Davutoglu si era opposto. L’accusa formulata contro di lui a maggio era pesante: “aver tradito il presidente”. Così, Davutoglu viene sostituito con l’attuale premier Binali Yildirim, fedelissimo del presidente.

È allora che, con ogni probabilità, Erdogan inizia a comprendere che vi sono delle fratture nella compagine governativa, correnti carsiche che attraversano le istituzioni turche e sembrano mettere in serio pericolo il suo potere personale. Da quel giorno, il presidente scatena il MIT, i servizi segreti turchi, per capire se e chi sta tramando contro di lui, e fa monitorare centinaia di uomini-chiave, non solo quelli più vicini a Davutoglu. Non ci vuole molto a scoprire che in effetti esiste un complotto.

Fethullah Gulen, l’avversario di Erdogan
I complottisti emergono dalla lunga lotta di potere tra l’AKP e la potente Cemaat, la confraternita islamica che fa capo a Fethullah Gulen, l’imam rifugiato negli USA dopo il golpe del 1997 che ha in mano un impero economico, mediatico e una rete internazionale di scuole private che ne fanno di fatto una sorta di “massoneria islamica”. Si stima che Ceemat abbia circa 6 milioni di seguaci e, tra questi, figurano numerosi elementi dell’esercito.

Studioso dell’Islam, sunnita, intellettuale, scrittore, poeta, opinion leader e attivista, Fethullah Gulen controlla un impero da 25 milioni di dollari che conta oltre un centinaio tra scuole e università in Turchia (e altrettante in altri Paesi), la finanziaria islamica Bank Asya, numerosi media e testate tra cui Zaman, Aksyion e l’agenzia stampa Cihan. Vanta importanti entrature anche nella polizia e nella magistratura turca, ed è noto a molti come “l’imam della rete musulmana più influente al mondo”.

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Oggi Gulen è protetto dagli Stati Uniti - vive da vent’anni tra Washington D.C. e la sua residenza di Saylorsburg, Pennsylvania - ma un tempo era stato buon amico di Erdogan, e proprio la Ceemat era stata il volano per permettergli di arrivare al vertice delle istituzioni turche.

Prima dell’epurazione seguita al golpe di luglio, un precedente significativo si era prodotto nel 2011, quando centinaia di ufficiali erano stati messi sotto processo e i capi di Stato Maggiore di esercito e aeronautica si erano dovuti dimettere, insieme ad alcuni appartenenti alle forze dell’ordine. Un fatto che non era mai accaduto prima nella storia della Turchia moderna.

L’intero processo giudiziario per cospirazione contro il governo è noto con il nome di “Ergenekon”: un’operazione ideata dallo stesso Fethullah Gulen e compiuta attraverso la Ceemat, che porta ad arresti eccellenti e riduce al silenzio una gran parte delle Forze Armate, grazie soprattutto a quella parte di magistratura fedele a Gulen. In questo modo, Erdogan riesce a indebolire uno dei più consistenti eserciti della regione e il secondo più grande della NATO (un’alleanza sempre più scomoda per il presidente), che da parte sua inizia a nutrire forti risentimenti verso di lui.

In quegli anni, con l’appoggio di Gulen, Erdogan riesce nella progressiva e difficile opera di emarginazione dei militari, che tradizionalmente (e costituzionalmente) hanno sempre rappresentato un baluardo a difesa del laicismo dello Stato moderno, come voluto dal fondatore della Turchia moderna, il “padre della patria” Mustafà Kemal Ataturk.

Il golpe e i servizi segreti
Poi però il vento cambia: Gulen apprezza sempre meno l’eccessivo accentramento di potere del premier e futuro presidente, perché crede che abbia una visione dell’Islam turco ben differente dalla sua. La posizione del “Sultano” Erdogan essenzialmente si sostanzia in un irrigidimento dei costumi islamici in patria e, per quanto riguarda la politica estera, in un’accesa volontà di espandere i confini turchi in una sorta di neo-ottomanesimo, che tanto piace ai Fratelli Musulmani ma anche ai wahabiti dell’Arabia Saudita. Troppo anche per Gulen. Il quale, complice il clima americano, inizia a lavorare contro di lui, influenzando la società moderata e laica ma anche quella militare, affinché non sostengano più l’AKP. Così, si arriva all’oggi.

Erdogan, deciso a depotenziare il messaggio di Ataturk e destrutturarne l’opera, deve togliere definitivamente ai militari quel ruolo centrale che essi hanno sempre avuto e le informazioni del MIT, che ha già iniziato a monitorare i vertici militari del paese, si rivelano così preziose che gli offrono l’occasione giusta.

I militari, prima del golpe, erano considerati l’unico argine alla supremazia islamica e il loro potere laico una garanzia del rispetto della costituzione originata dalla rivoluzione kemalista. Tuttavia, essi non rappresentano una forza democratica, visto che in precedenza i generali turchi hanno governato il Paese con ripetuti colpi di stato nel 1960, 1971, 1980, 1997. Un nuovo golpe in piena crisi regionale, li metterebbe in una cattiva luce e offrirebbe all’AKP lo strumento definitivo per arginarli.

Così, quando Erdogan viene informato dai servizi segreti che è in atto un progetto di colpo di stato da parte di un’ala dell’esercito, epura il premier Davutoglu per avere mano libera e, attraverso il MIT, si assicura che le altre forze armate - la marina militare su tutte - non partecipino ma, facendo il doppio gioco, contribuiscano al fallimento dell’operazione solo a operazione in corso. Nel frattempo, il presidente e i suoi preparano le contromisure e la messinscena: dopo che il colpo di stato fallisce, Erdogan parla di trionfo della democrazia e attribuisce il merito al popolo. Che, tuttavia, quel giorno è composto solo da uomini.

Con questa mossa, il Sultano può dirsi più forte nei confronti del potere militare turco, della NATO (motivo per cui Putin ha accettato un accordo con Ankara), degli altri paesi della regione, delle forze laiche e di tutte le opposizioni interne che sino a ieri trovavano in Gulen un sostegno economico e culturale.

Tuttavia, non può non notarsi come l’instabilità in Turchia permanga anche dopo il golpe fallito e come la situazione generale resti altamente esplosiva. Il rischio di aggiungere caos alla già difficile situazione che da anni infiamma la regione, complice il conflitto siro-iracheno, è infatti concreto. Un fatto che va a tutto vantaggio delle forze più estreme e radicali del Medio Oriente.

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