Esteri

Gli Usa e la risoluzione Onu contro i nuovi insediamenti ebraici

Le ragioni della decisione dell'amministrazione uscente di non esercitare il diritto di veto all'Onu e i rapporti tesi tra Netanyahu e Obama

israele ebraismo gerusalemme

Secondo il governo israeliano c'è lo zampino di Obama dietro alla decisione americana di non esercitare il diritto di veto nella risoluzione con cui il Consiglio di Sicurezza ha di fatto condannato la costruzione di 618 nuove colonie a Gerusalemme est, la parte araba e «occupata» della città che Israele considera dal 1967 come parte della capitale «unica e indivisibile» dello Stato ebraico.

L'ambasciatore israeliano negli Usa, Ron Dermer, ha rilasciato un'intervista di fuoco alla Cnn. Ha espresso tutta la sua indignazione, annunciando che le «solide prove» del coinvolgimento di Obama nel voto di astensione americano saranno rese disponibili, appena possibile, al presidente entrante Donald Trump, affinché - se lo riterrà utile - informi il popolo statunitense. «Una pagina triste e vergognosa» ha rincarato Dermer, in linea con quanto dichiarato dal premier Netanyahu negli ultimi giorni.

L'INTERVISTA DELL'AMBASCIATORE ISRAELIANO DERNER


LO STOP ALLE COLONIE
La risoluzione che è stata approvata da 14 paesi membri su 15 del Consiglio di Sicurezza, senza che gli Stati Uniti esercitassero il diritto di veto, chiede formalmente a Israele di «interrompere immediatamente tutte le attività nei territori occupati in territorio palestinese, compresa Gerusalemme est», attività di costruzione di nuove abitazioni che, specifica l'Onu, «mette a rischio la possibilità della soluzione dei due stati».

È esattamente questo'ultimo il punto su cui il governo americano ha messo l'accento, nello spiegare le ragioni di un'astensione «storica» se si pensa che soltanto un'altra volta negli ultimi 70 anni (era il 2009, durante la guerra di Gaza) era accaduto  che gli Stati Uniti si astenessero di fronte a una risoluzione critica nei confronti della politica israeliana. «Uno non può approvare l’espansione degli insediamenti israeliani e al tempo stesso sostenere una soluzione per i due stati che porti alla fine del conflitto» ha spiegato, nel suo intervento, la rappresentante permanente degli Stati Uniti alle Nazioni Unite, Samantha Power.

CHE COSA HA DETTO SAMATHA POWER

LA TENSIONE OBAMA-NETANYAHU
Mai le relazioni tra Israele e Stati Uniti, in sett'antanni, erano giunte a un livello così alto di tensione. Non che l'amministrazione Obama abbia rotto gli storici rapporti di alleanza con lo Stato ebraico, ma non vi è dubbio - secondo tutti gli osservatori - che i rapporti personali tra Bibi Netanyahu e Barack Obama siano sempre stati segnati da una profonda antipatia reciproca. Un'antipatia che è nata quando, all'indomani dell'elezione di Obama, il  presidente americano provò invano a rilanciare il processo di pace in Terra Santa, ottenendo dal governo di centrodestra israeliano - secondo l'amministrazione uscente - soltanto dinieghi o silenzi. Un'antipatia politica e personale, destinata poi a esplodere quando il presidente uscente decise di stringere uno storico accordo sul nucleare civile con la Repubblica dell'Iran, nemica giurata di Israele.

GUERRA DEMOGRAFICA
La questione della costruzione di nuove colonie è sempre stata, sin dagli accordi di Oslo dei primi anni 90, uno dei nodi inestracabili del negoziato di pace con i palestinesi. Secondo l'Autorità Nazionale Palestinese l'autorizzazione alla costruzione di nuovi insediamenti in quello che dovrebbe essere il territorio del futuro Stato Palestinese mira solo a porre la controparte di fronte al fatto compiuto, bypassando i negoziati e gi accordi  siglati in passato e ipotecando queli futuri. Cioé rendendo molto più sfavorevole ai palestinese un qualsiasi accordo.

Che la «demografia» sia uno dei più importanti terreni di battaglia del conflitto israelo-palestinese lo sosteneva del resto lo stesso Arafat, il fondatore della «Nazione palestinese»: «Il ventre delle nostre donne» usava dire «è l'arma con cui sconfiggeremo il nemico».

I tassi di riproduzione delle famiglie arabe - quattro figli per donna - sono sempre stati negli ultimi decenni superiori a quelli delle famiglie israeliane. Per contrastare il rischio del declino demografico, Israele ha sempre risposto in due modi: da un lato, concedendo a pioggia la cittadinanza ai nuovi  «immigrati» di origine anche lontanamente ebraica, dall'altro favorendo una politica degli insediameti nelle zone palestinesi da parte dei gruppi più tradizionalisti e, quindi, delle famiglie a più alto tasso riproduttivo.

L'astensione americana è comunque destinata a non lasciare strascichi. Il 20 gennaio avverrà la cerimonia di insediamento di Donald Trump, fautore di una politica filoisraeliana molto più marcata. La risoluzione Onu è, inoltre, soltanto un simbolo, privo cioé di potere applicativo. Ma i simboli - si pensi solo alla città vecchia di Gerusaleme - sono il cuore del conflitto.  

Il dizionario del conflitto israelo-palestinese
© Riproduzione Riservata

Commenti