Gli scogli sull'accordo sul nucleare iraniano

Kerry da Vienna parla di intesa a portata di mano. Ma Teheran deve limitare lo sviluppo sulle centrifughe di nuova generazione

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John Kerry a Vienna – Credits: CARLOS BARRIA/afp/GETTY IMAGES

  «Se facciamo le giuste scelte, entro il 7 luglio l'accordo sul nucleare iraniano è possibile. Ma bisogna fare presto perché è tempo di decidere, di arrivare alla fine della trattativa. Non siamo mai stati così vicini a chiudere un accordo, ma ci sono ancora delle distanze su numerosi questioni critiche».

C'è una scadenza chiara, martedì 7 luglio, posticipata di una settimana rispetto alla data del 30 giugno inizialmente stabilita dai negoziatori americani ed iraniani. E c'è una dichiarazione da Vienna, di John Kerry, il segretario di Stato americano, reduce da una serie di colloqui con la sua controparte iraniana Mohammad Javad Zarif che potrebbero aprire una nuova pagina in Medioriente dopo la trentennale contrapposizione tra «Il grande satana americano» e la Repubblica degli Ayatollah. Sul tavolo, un nuovo trattato con cui Teheran accetterebbe per la prima volta di porre un freno al suo programma nucleare militare, ponendolo sotto il controllo internazionale per oltre dieci anni in cambio della rimozione delle sanzioni che strozzano da decenni l'economia iraniana.

PUNTI CRITICI
Rimangono, appunto, «numerose questioni critiche», specie in ambito Onu, nonostante «gli autentici passi in avanti realizzati negli ultimi giorni». E rimangono molti dubbi, oltre che sulla «tecnalità» del tipo di ispezioni che accetterebbe Teheran,  sulla questione delle storiche alleanza che gli Stati uniti hanno in quest'area strategica del pianeta. Davvero l'Arabia saudita accetterebbe, senza batter ciglio, di farsi mettere da parte dopo essere stata per decenni il partner privilegiato della politica energetica degli Stati Uniti in Medioriente? E quali carte potrebbero giocare la dinastia degli Saud e lo stesso Vladimir Putin al fine di evitare di ritrovarsi ulteriormente marginalizzati sullo scacchiere diplomatico ed energetico mondiale?

Per Kerry «di fronte a un'assoluta intransigenza, gli Usa abbandoneranno il tavolo del negoziato». Insomma, l'accordo è anche a portata di mano ma rimangono molte questioni sul tappeto, a cominciare da come reagirebbero gli altri partner negoziatori, i famosi 5+1 (Gran Bretagna, Cina, Francia, Germania e Russia), i cui ministri degli Esteri sono attesi in serata a Vienna per discutere e ratificare l'accordo. E se un accordo di massima c'è con Stati Uniti e Unione europea, rimangono molte perplessità all'interno del Consiglio di Sicurezza dove l'alleggerimento della morsa commerciale su Teheran è tutt'altro che a portata di mano, considerate le diffidenza di Mosca e Pechino verso gli Stati Uniti e la freddezza di Parigi e Berlino. La strada, nonostante l'impregno profuso dall'amministrazione Obama, non appare ancora in discesa, nonostante tutto.

SCOGLI
Gli scogli appaiono almeno due, nell'immediato.
Il primo è l'inchiesta Onu, attualmente in fase di stallo, sulle dimensioni militari delle ricerche già condotte in passato in Iran sul nucleare. Un secondo punto è la richiesta dell'Iran di proseguire ricerca e sviluppo su centrifughe di nuova generazione, in grado di arricchire l'uranio per un uso come combustibile a fini civili, ma utili anche alla realizzazione di armamenti nucleari. Gli Usa ricordano come, il 2 aprile scorso, l'Iran abbia sottoscritto una bozza d'accordo che prevede
la rinuncia all'usO di centrifughe modello IR-2, IR-4, IR-5, IR-6 o IR-8 per almeno 10 anni.

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