Gli scenari futuri dopo l'accordo nucleare in Iran

Sblocco delle sanzioni su Teheran dopo l’annuncio dell’AIEA. Le conseguenze sugli equilibri economici e nello scacchiere mediorientale

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Federica Mogherini, Alto rappresentante per la politica estera e la sicurezza dell'Unione europea, e Mohammad Javad Zarif, ministro degli esteri iraniano alla conferenza stampa successiva alla firma dell'intesa sul nucleare dell'Iran – Credits: EPA/LAURENT GILLIERON

Rocco Bellantone

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Per Lookout news

Dopo tensioni diplomatiche protrattesi per tredici anni e un regime sanzionatorio che per sei anni ha tagliato l’Iran fuori dall’economia mondiale, il 16 gennaio è arrivato l’atteso annuncio da parte dell’AIEA. I vertici dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica hanno infatti comunicato che il governo di Teheran ha rispettato l’intesa sul nucleare raggiunta lo scorso 14 luglio con i rappresentanti del Gruppo “5+1”, vale a dire i membri del Consiglio di Sicurezza dell’ONU (Regno Unito, Francia, Stati Uniti, Russia e Cina) più la Germania. A questa comunicazione ufficiale seguirà lo stop graduale delle sanzioni imposte all’Iran a partire dal 2010 da Stati Uniti, Unione Europea e ONU.

L’accordo vincolante sul programma nucleare iraniano è stato firmato il 14 luglio 2015 al termine di due complicati anni di negoziati. L’ultimo round dei colloqui si è tenuto a Vienna, dove per tre settimane si è lavorato per il completamento di un’intesa preliminare che era stata raggiunta a inizio aprile 2015 a Losanna, in Svizzera.

Le conseguenze economiche dell'accordo sul nucleare iraniano

 

Ecco i punti principali 

 

1) I controlli degli ispettori dell’AIEA
In base all’accordo, la cui durata prevista è di 25 anni, gli ispettori dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica potranno accedere ai siti nucleari iraniani, compresi quelli militari così come quelli considerati “sospetti”. Tra questi vi è la base di Parchin, dove secondo rapporti di diverse agenzie di intelligence Teheran avrebbe portato avanti piani segreti per la costruzione dell’atomica. In questi anni le potenze occidentali, con Israele in testa, hanno più volte accusato l’Iran di aver usato l’attività per l’arricchimento dell’uranio a scopo civile per nascondere la produzione di bombe atomiche. Da adesso i controlli saranno periodici. Sarà una commissione indipendente a valutare ogni singola richiesta e gli ispettori potranno provenire esclusivamente da Paesi che hanno relazioni diplomatiche con l’Iran. Teheran avrà a disposizione tre giorni di tempo per dare l’autorizzazione e godrà della facoltà di opporsi a quelle richieste di accesso che ritiene non in linea con i termini dell’accordo.

 

2) Le centrifughe
Le centrifughe sono lo strumento irrinunciabile per arricchire l’uranio e confezionare eventualmente una bomba. Delle 19mila attive in Iran, 10mila sono già in funzione. Teheran si impegna a ridurre le proprie centrifughe di 2/3, lasciandone dunque attive circa 6.100. Di queste solo 5.060 potranno continuare a effettuare operazioni di arricchimento di uranio per i prossimi 10 anni, ma subiranno un sensibile depotenziamento (saranno del tipo IR-1) e per 15 anni non potranno superare la soglia del 3,67% di arricchimento. L’accordo prevede l’interruzione dell’arricchimento dell’uranio in due dei principali siti nucleari iraniani, quelli di Natanz e Fordow, dove verranno ridotte le attività di ricerca e sviluppo. L’impianto di Fordow, sotterraneo e invisibile a occhio umano, sarà convertito in un sito per la ricerca in Fisica e non potrà più custodire al suo interno materiale fissile. Mentre il reattore ad acqua pesante di Arak, da tempo nel mirino di Israele perché secondo Tel Aviv sarebbe capace da solo di produrre quantità di plutonio sufficienti a confezionare una bomba, sarà modificato e il plutonio prodotto sarà trasferito all’estero. Inoltre, il 95% dell’uranio che l’Iran ha già prodotto dovrà essere diluito o inviato all’estero.

Questa stretta sulle centrifughe, i reattori e gli impianti nucleari iraniani rappresenta un passaggio fondamentale dell’accordo poiché garantisce che l’Iran, nel caso in cui non dovesse rispettare l’intesa, non riuscirà comunque a produrre sufficiente materiale fissile prima di un anno per ottenere l’atomica.

 3) L’annullamento delle sanzioni

Se l’Iran dovesse violare l’accordo, le sanzioni a suo carico sarebbero ripristinate in 65 giorni. Questo è un punto su cui il presidente degli Stati Uniti Barack Obama, il principale sostenitore dell’intesa, non ha concesso alcun passo indietro. Dopo l’annuncio dell’AIEA del 16 gennaio, Obama ha infatti tenuto a sottolineare che, qualora i patti non dovessero essere rispettati, gli USA reagiranno immediatamente con poteri identici a quelli di cui hanno disposto fino a oggi. Per quanto riguarda l’embargo sulle armi previsto dal Consiglio di sicurezza ONU, esso sarà attivo per altri 5 anni, mentre sullo sviluppo di missili resterà il veto per ancora 8 anni. L’Iran continuerà invece a essere sanzionato da Washington per l’appoggio militare ed economico che fornisce a gruppi terroristi quali Hamas ed Hezbollah.

 In questo quadro, non mancano però gli aspetti positivi per il governo degli Ayatollah. Dal 16 gennaio vengono infatti gradualmente eliminate le sanzioni su scambi di gas e petrolio, sul trasporto di merci per via aerea e sulle transazioni finanziarie. Al contempo rientrano in gioco diversi asset economici iraniani il cui valore potenziale è di diversi miliardi di dollari.

Il futuro ruolo dell’Iran in Medio Oriente
La fine delle sanzioni riporta di fatto l’Iran nel “consesso delle Nazioni”. È una tappa molto importante, anche alla luce del confronto-scontro in atto all’interno dell’Islam tra sunniti e sciiti. Un confronto che rischia di deflagrare e di coinvolgere l’Occidente in un conflitto globale. È importante quindi che uno dei protagonisti di questo confronto, assumendo un atteggiamento moderato, sul tema del nucleare torni a essere interlocutore della comunità internazionale senza portare più il marchio dello “Stato canaglia”. La fine delle sanzioni ridà inoltre fiato a quelle componenti della società iraniana che, stanche dell’estremismo miope dei pasdaran, vogliono riaprire le rotte del commercio iraniano agli investitori europei, imponendo di fatto una svolta moderata a tutta la politica di Teheran.

 Adesso, con la fine delle sanzioni, è giunta l’ora per l’Europa di svegliarsi da un troppo lungo torpore e di riaprire un dialogo politico-economico con l’Iran, i cui possibili sbocchi positivi non potranno che influenzare positivamente i tentativi di pacificazione in uno scacchiere dilaniato da un conflitto interreligioso di proporzioni destabilizzanti per tutti.

 L’interlocutore iraniano diventa oggi fondamentale per tutti i processi di mediazione della crisi siriana, del confronto Russia-Turchia e dei tentativi di egemonia regionale dell’Arabia Saudita.

Gli scambi di accuse delle ultime ore tra Washington e Teheran dimostrano però che gli USA non sono ancora intenzionati a fare un passo indietro per affrontare insieme all’Iran le crisi che attraversano il Medio Oriente. Come era prevedibile, le nuove sanzioni americane contro lo sviluppo del programma balistico iraniano sono state denunciate con fermezza dall’Iran. Il portavoce del suo ministero degli Esteri, Hossein Jaber Ansari, ha parlato di mossa “illegittima” da parte degli USA perché il “programma balistico dell’Iran non è progettato per avere la capacità di trasportare testate nucleari”. Inserendo in una black list cinque cittadini iraniani e un network di società con sede negli Emirati Arabi Uniti e in Cina collegate all’Iran, gli Stati Uniti rischiano adesso di ostacolare già sul nascere il rispetto di un accordo sul quale Obama ha puntato tutto alla fine del suo secondo e ultimo mandato. Segno che i tempi della distensione, nonostante gli annunci delle ultime 48 ore, sono ancora lontani dal potersi dire maturi.


 

 

 

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