Esteri

Cosa sta succedendo nella giungla di Calais

È tornata molto alta la tensione nell'accampamento sulla Manica, dove migliaia di migranti sperano di lasciare la Francia per raggiungere la Gran Bretagna

immigrazione calais

Eleonora Lorusso

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A quasi un anno e mezzo dallo sgombero, la giungla di Calais torna sotto i riflettori, ancora una volta per problemi di sicurezza, ma anche per le condizioni ai limiti della vivibilità in cui si trovano centinaia di migranti che vi si ammassano, con la speranza di lasciare le coste francesi per raggiungere il Regno Unito.

Le forze di polizia sono di nuovo alle prese con la gestione di un insediamento che sta tornando a crescere in modo abusivo: le organizzazioni umanitarie stimano che al momento ci siano 700 tra migranti e richiedenti asilo che vi stazionano, dormendo in pieno inverno in tende e baracche di fortuna, in condizioni sanitarie a dir poco precarie.

A ottobre del 2016 la giungla venne smantellata, con tanto di bulldozer che rasero al suolo gli accampamenti abusivi, ma ora la situazione sta tornando a essere allarmante in termini di sicurezza e rischia di diventare esplosiva.

L'enorme bidonville d'Europa

Qualcuno l'ha definita la più grande bidonville d'Europa, in grado di ospitare fino a 10.000 persone, la metà di città come Sabaudia o Orvieto. Il 24 ottobre del 2016 scattò una vasta operazione di sgombero, che vide impegnati centinaia di agenti francesi della Compagnie Répubblicaine de Sécurité per allontanare e distribuire 5.466 persone (ma si stima che in realtà fossero oltre 7.000) nei 301 CAO, i centri di accoglienza in Francia. Tra loro c'erano anche 1.952 minori. Ma molti immigrati in realtà non avrebbero mai lasciato realmente il campo.

Secondo il French Office of Immigration and Integration, che si occupa delle domande di asilo, solo il 42% dei richiedenti ha ottenuto lo status di rifugiato, ma poco meno della metà delle domande resta inevasa (46%), mentre il 7% ha ottenuto risposta negativa.

Si tratta di sudanesi (58%), afgani (25%), etiopi (5%) e pakistani (4%). Sono prevalentemente uomini, di età compresa tra i 18 e i 34 anni.

I minori "scomparsi"

Dei minori che si trovavano a Calais prima dello sgombero, secondo la Direction générale de la cohésion sociale 515 i bambini sono stati destinati al Royaume-Uni in Irlanda, 194 sono stati affidati ai centri di infanzia, 709 sarebbero fuggiti e 333 sono stati collocati in uno dei CAO. Una situazione drammatica, dunque, che rischia di ricrearsi ora che il campo si sta pericolosamente ripopolando.

L'intervento della polizia

Gli agenti francesi presidiano l'insediamento e regolarmente sgomberano le nuove tende che vengono piantate dai migranti. La stampa non è gradita e i reporter che riescono a entrare nella giungla vengono allontanati con fermezza. Chi è riuscito a documentare la situazione attuale, come alcuni operatori di organizzazioni umanitarie come Help Refugees, riferisce del ricorso illegittimo a gas urticanti per disincentivare l'insediamento da parte di nuovi migranti. La polizia si difende spiegando che è previsto dalle "regole d'ingaggio".

Chi si accampa a Calais mira a ottenere un passaggio a bordo di camion in partenza per la Gran Bretagna. Secondo le autorità francesi i tentativi di oltrepassare la Manica in questo modo sono calati di 3,5 volte in un anno. Ma si registrano casi di morti proprio tra i migranti che si nascondono sotto i mezzi pesanti o salgono sul tetto per poi finire a terra o soffocati. Lo scorso mese tra le vittime c'è stato un ragazzo di appena 15 anni.

Il "muro" realizzato da Francia e Gran Bretagna

Per contrastare l'assembramento di migranti a Calais, Parigi e Londra hanno messo a punto un sistema di sorveglianza più stringente, affidato alla polizia francese, mentre il Regno Unito ha finanziato un muro lungo un chilometro e alto 4 metri, che si aggiunge alle recinzioni di filo spinato e alle griglie che corrono lungo la strada di accesso al porto.

Un progetto costato 2,7 milioni di euro alle casse del governo britannico e accompagnato da non poche polemiche, che comunque non ha eliminato del tutto il problema.

Un accurato sistema di videosorveglianza monitora, inoltre, giorno e notte sia il centro di Calais che le zone periferiche, come il Polley secured Lorry Park, ovvero l'area di sosta dei mezzi pesanti in attesa di poter avere accesso all'Eurotunnel, che collega la città francese a Cheriton, sulla costa britannica del Kent.

Gli appelli internazionali

Più di un migrante cerca di approfittare proprio dell'oscurità della notte per lasciare l'accampamento e raggiungere l'imbocco del tunnel sotto la Manica. Per molti, però, si tratta di aspettare anche tre o quattro mesi, durante i quali bisogna affrontare condizioni sanitarie proibitive e non di rado anche la scarsità di cibo.

Nella giungla manca l'accesso diretto all'acqua potabile e ai servizi sanitari. Proprio su questo ha puntato il dito l'Onu, in una relazione di pochi mesi fa. L'acqua viene portata per mezzo di furgoncini da operatori e volontari delle associazioni no profit, soprattutto francesi. Sono sempre loro che distribuiscono pasti caldi e sacchi a pelo ai migranti, ai quali però spesso vengono poi confiscati dalla polizia. Mancano anche le docce e di frequente per lavarsi i vestiti si utilizza l'acqua che fuoriesce da qualche tubatura.

Come è nata la giungla

La giungla di Calais ha iniziato a formarsi fin dal 1999, sotto forma di numerosi micro campi abusivi. Ma solo nel 2015, in concomitanza con la crisi dei migranti in Europa, che è diventata una città abusiva, dove regnano desolazione e immondizia.

Tre anni fa molti tra uomini, donne e bambini si diressero proprio nella cittadina di Calais per tentare di raggiungere il Regno Unito. Di fronte a un arrivo così massiccio, le autorità locali cercarono di smantellare i piccoli insediamenti intorno al porto, col risultato che i migranti si riversarono su un'area unica, che prima ospitava una discarica.

In pochi mesi la situazione divenne insostenibile, con circa 10.000 persone ammassate nella bidonville. Il governo francese, di fronte a una situazione di collasso, procedette con un maxi sgombero, dichiarando il 26 ottobre 2016 che la giungla era stata "liberata".

Human Rights Watch, però, ha continuato a denunciare una situazione di degrado, pubblicando lo scorso luglio una relazione (Living like Hell, "Vivere come all'inferno") nella quale parlava apertamente di violazioni dei diritti umani.

La posizione di Macron

Lo scorso giugno il Presidente francese, Emmanuel Macron, visitò l'area di Calais, affermando: "In nessun caso lasceremo che una 'Giungla' possa riformarsi". Scettici i dirigenti delle organizzazioni pro migranti, come Vincent de Coninck, a capo di Secours Catholique di Calais: "Nei fatti, lo Stato nega la presenza di esiliati, li maltratta. Sono molto pessimista, non cambierà niente qui a Calais" disse.

All'epoca e a 15 mesi dallo sgombero del campo irregolare, c'erano 600 migranti ancora sul posto. Oggi sarebbero arrivati ad almeno 700 e il loro numero sembra destinato a crescere, in mancanza di una soluzione definitiva alla questione immigrazione.


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