23 GENNAIO 2017 - Mohamed Abdallah, il Capo del sindacato autonomo degli ambulanti egiziani, che a dicembre 2016 ha detto di aver denunciato Giulio Regeni, (come avevamo scritto il 29 dicembre) ritorna alla ribalta.
Questa volta con un video, mandato in onda dal primo canale della tv egiziana. Nel filmato si vede Regeni che parla con Mohamed Abdallah.

Nel filmato, che era stato consegnato agli inquirenti italiani nei mesi scorsi, il ricercatore italiano spiega in arabo al suo interlocutore che intende fare domanda per una borsa di 10.000 sterline a una Ong britannica da devolvere poi a favore dei venditori ambulanti egiziani.

Mohamed Abdallah gli chiede di poter ricevere lui quella somma di denaro per poter curare la moglie, che sostiene essere malata di cancro. Regeni, però, gli spiega che il denaro non può essere per fini privati.

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I venditori ambulanti del Cairo - come noto - erano il tema al centro della tesi di dottorato di Regeni all'università di Cambridge.

Il video, trasmesso per la prima volta dal programma Akhbar Misr, è stato girato poco prima che il sindacalista denunciasse il ricercatore italiano all'intelligence egiziana, il 7 gennaio 2016, come possibile spia.
Alle insistenze di Abdallah per ricevere subito i fondi, Regeni replica: "Sono un ricercatore e mi interessa procedere nella mia ricerca-progetto e mi interessa che voi come venditori ambulanti fruiate del denaro in modo ufficiale, come previsto dal progetto e dai britannici".

A quel punto il sindacalista gli spiega di aver bisogno di denaro per sé: "Giulio, ascolta. Noi ormai siamo amici, giusto? Io ho una situazione familiare disagiata. Mia figlia e' stata operata il cinque. Mia moglie deve essere operata per cancro. Per cui io sono disposto a buttarmi su qualsiasi cosa, l'importante e' che ne escano fuori dei soldi!". "Non posso comunicare all'istituto britannico che intendo usare i soldi per fini personali. Si creerebbe un grande problema per i britannici!", è la replica di Regeni.

29 dicembre - IL PUNTO - Giulio Regeni, studente friulano di 28 anni, dottorando alla Cambridge University, è scomparso al Cairo il 25 gennaio 2016 ed è stato ritrovato senza vita il 3 febbraio, alla periferia della capitale egiziana, con evidenti segni di torture. Collaboratore sotto pseudonimo del Manifesto, Regeni progettava di intervistare diversi attivisti sindacali e proprio questa sua attività giornalistica potrebbe essere la causa di una morte che ha gettato un'ombra pesante nei rapporti tra l'Egitto e l'Italia. Nelle ultime ore il leader del sidacato autonomo degli ambulanti egiziani ha dichiarato di averlo denunciato alle autorità, insospettito dalle sue domande.

"Sì, l'ho denunciato e l'ho consegnato agli Interni e ogni buon egiziano, al mio posto, avrebbe fatto lo stesso" ha dichiarato all'edizione araba dell'Huffington Post Mohamed Abdallah, il capo del sindacato autonomo degli ambulanti, riferendosi a Giulio Regeni. 

Il mistero che avvolge la morte di Regeni accomuna la sua fine a quella di molti attivisti spariti nelle careri egiziane e poi ritrovati cadaveri in qualche angolo del Cairo. Anche nel caso di Regeni è stato inscenato dalle autorità egiziane un balletto di versioni contraddittorie, con la Procura ad affermare nelle prime ore che che il ragazzo era stato torturato prima di essere ucciso e la polizia a sostenere invece la tesi di un tragico incidente stradale.

Domande strane

"Siamo noi che collaboriamo con il ministero degli Interni. Solo loro si occupano di noi ed è automatica la nostra appartenenza a loro. Quando viene un poliziotto a festeggiare con noi a un nostro matrimonio, mi dà più prestigio nella mia zona", afferma ancora il sindacalista, che, secondo quanto scrive l'Espresso racconta: "Io e Giulio ci siamo incontrati in tutto sei volte. Era un ragazzo straniero che faceva domande strane e stava con gli ambulanti per le strade, interrogandoli su questioni che riguardano la sicurezza nazionale. L'ultima volta che l'ho sentito al telefono è stato il 22 gennaio, ho registrato la chiamata e l'ho spedita agli Interni".

I dubbi sul sindacalista

Il nome di Abdallah come uomo vicino ai servizi era emerso il 4 agosto scorso quando fonti della sicurezza interna egiziana all'agenzia Reuters, per le quali il capo del sindacato che era al centro delle ricerche del giovane italiano aveva "visitato di frequente uno dei quartier generali" della sicurezza interna. Forse, aggiungevano, non era un vero e proprio collaboratore ma una persona "che ha un mutuo beneficio ad avere un rapporto con gli apparati". Dubbi e sospetti sul ruolo di Abdallah erano emersi già a marzo, quando un'amica del ricercatore Hoda Kamel, dell'Egyptian Center for Economic and social rights, in una intervista a Repubblica aveva parlato di una "vendetta" dell'uomo nei confronti di Regeni e affermato che il sindacato è "infiltrato dai servizi".

I tabulati

I tabulati di Abdallah sono stati richiesti e consegnati lo scorso maggio alla magistratura italiana che indaga sull'omicidio. Nell'articolo dell'Espresso, Abdallah spiega: "È illogico che un ricercatore straniero si occupi dei problemi degli ambulanti se non lo fa il ministero degli Interni. Quando io l'ho segnalato ai servizi di sicurezza, facendo saltare la sua copertura, lo avranno ucciso le persone che lo hanno mandato qua". (ANSA).

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