Esteri

Giordania, la linea Maginot anti-Isis

Il regno hashemita è nel mirino dello Stato islamico. Per sostenerlo, si mobilitano le forze di mezzo mondo

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Elisabetta Burba

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Sweida è una cittadina agricola nel Sud della Siria finora nota per essere l’antica Dionisia. Negli ultimi giorni ha però assunto un ruolo chiave sullo scacchiere internazionale. Al confine con la Giordania, la roccaforte della minoranza drusa in Siria sta fronteggiando l’avanzata dell’Isis. E il 6 settembre il leader spirituale dei drusi israeliani ha lanciato l’Sos: se le bandiere nere la conquistano, mettono a rischio i confini con Giordania e Israele. «Sweida è l’ultima barriera che li separa dallo Stato Islamico» ha tuonato lo sceicco Maufak Tarik.    

Ma se in pochi pensano che Israele sia (al momento) nel mirino del Califfo, è opinione corrente che il prossimo obiettivo dell’Isis sia la Giordania, in prima fila nella coalizione internazionale anti-Isis. Obiettivo strategico, ma anche simbolico: crocevia geopolitico, il regno hashemita è l’indiscusso bastione filo-occidentale del Medio Oriente arabo. A lanciare l’allarme sono le voci più disparate: dal sito israeliano Debka File ai media giordani, dall’ufficiale libanese Fouad al-Suwaidi all’analista  giordano Oraib al-Rantawi, da funzionari Usa ad alti ufficiali giordani…


Per capire l’entità di tale minaccia, Panorama ha condotto un’inchiesta in Medio Oriente, interpellando fonti giordane e israeliane. «Analizzando gli ultimi proclami dell’Isis, direi di sì: il mio paese è nel mirino» spiega da Amman Eman Akour, giornalista della televisione giordana e scrittrice. «Si tratta di un gruppo che ha sempre mostrato grande interesse per la Giordania ed è probabile che spinga in questa direzione, che vede come parte integrante del suo spazio vitale».  Dall’altra parte del confine, all’università di Tel Aviv, il professor Uzi Rabi conferma. «L’Egitto,  Israele, i paesi del Golfo, l’Europa e gli Stati Uniti sanno che la sopravvivenza della monarchia hashemita è una garanzia affinché l’Isis non faccia un altro sfondamento in avanti» spiega il direttore del Moshe Dayan Center per gli Studi sul Medio Oriente. «Per questo sostengono il re, uomo molto intelligente e molto saggio, con la logistica e ogni altro mezzo». Parole inaudite da parte di un israeliano: Giordania e Israele sono stati in guerra dal 1948 al 1094 e anche in anni più recenti non erano certo amici. Ma l’Isis sta scompaginando le carte in Medio Oriente.


Per rinforzare la nuova linea Maginot anti-Isis, si stanno mobilitando le potenze di mezzo mondo. E non solo con la logistica. Quelli che il professor Rabi con un eufemismo definisce «altri mezzi» sono 12 droni Heron TP e 16 elicotteri d’attacco Bell AH-1E/F Cobra: venduti (i primi) e ceduti (i secondi) da Israele alla Giordania. Non solo. Il 28 agosto 10 equipaggi israeliani di velivoli F-15 hanno concluso l’esercitazione congiunta «Red Flag» presso la base Usa di Nellis, in Nevada, cui hanno partecipato anche piloti giordani. I velivoli israeliani sono stati riforniti in volo varie volte mentre si recavano negli Usa per partecipare alle manovre.

Secondo indiscrezioni del sito web Foxtrot Alpha, durante il volo gli israeliani hanno rifornito anche i velivoli  giordani. E su vari siti medio-orientali è comparsa la notizia (non confermata) di un comando congiunto giordano-israeliano che starebbe guidando la campagna aerea anti-Isis in una base nel nord della Giordania. «C’è una sorta di cooperazione» spiega Eman Akour. «Non a caso, con l’Isis che avanza, Israele sta costruendo una recinzione lungo la frontiera con la Giordania».

«La minaccia dell’Isis avvicina la Giordania e l’Egitto a Israele» ha titolato il quotidiano israeliano Haaretz. Riavvicinamento non solo militare: ad aprile, il governo ha autorizzato un accordo della durata di 15 anni per l’export di gas del giacimento israeliano di Tamar a due società giordane. «L’Isis vorrebbe arrivare al mare, o attraverso la Siria o attraverso la Giordania» spiega il professor Rabi. «E non è un segreto che in Giordania ci sono già nuclei dell’Isis. Il fatto che si stia avvicinando tanto alla East Bank quanto alla West Bank significa che i palestinesi ne verranno influenzati (cosa che peraltro sta già accadendo a Gaza). L’Isis sta sfidando non solo l’Olp, ma anche Hamas e tutti gli altri. Ormai è opinione comune che, anziché risolvere i problemi di Siria e Irak (per me irrisolvibili), sarebbe molto meglio stare vicini al regno hashemita, che è una sorta di sentinella, un baluardo contro l’Isis. Ne va del destino di tutto il Medio Oriente».

Nuclei dell’Isis in Giordania? «Io parlerei più di sostenitori che di veri e propri membri» precisa la giordana Eman Akour. «Non intendo dire che in Giordania non ci siano persone leali all’Isis o che credono nella sua causa. Ci sono, ma non rappresentano un blocco compatto». Secondo Naama Aviad, analista senior del Centro per la ricerca politica del Ministero degli Affari esteri di Gerusalemme, «la Giordania è già sulla mappa dell’Isis. E negli ultimi sei mesi sta subendo una seria minaccia territoriale. Daesh, come si chiama in arabo, è presente nel Nord del paese, attorno a Ma’an, Irbid e Al Mafraq. Ci sono poi tribù di beduini nelle zone più povere e sottosviluppate, che sostengono il Califfo perché ritengono che il re non sia abbastanza islamico».


Da Amman, Akour sottolinea: «In effetti ci sono zone nel sud del paese, dove risiedono tribù beduine, che hanno mostrato fedeltà all’Isis. Alla fine del 2014 sono circolate in rete e su diversi media immagini di sostenitori con cartelli che dicevano “Ordine dello Stato islamico in Irak e nel Levante – Maan, Giordania. Vittoria per lo Stato islamico”. Eppure tutte le tribù giordane sono assolutamente fedeli a re Abdullah II».
E pensare che, un anno fa, secondo un sondaggio del Centro per gli Studi strategici dell’Università della Giordania, solo il 62 per cento dei giordani considerava l’Isis un’organizzazione terroristica. E 21 parlamentari giordani mandavano un documento per rifiutare la partecipazione del regno alla coalizione internazionale. «Dicevano: “Questa non è la nostra guerra”» ricorda Eman Akour. «Anche se Amman si trova a 90 minuti di macchina dal confine con la Siria».

Tutto è cambiato dopo l’esecuzione del pilota Moath Kassabeh, sequestrato dallo Stato islamico il 24 dicembre 2014 e bruciato vivo il 3 gennaio. Il video del barbaro eccidio ha sconvolto l’opinione pubblica giordana, che si è stretta attorno al re. «La Giordania ha incrementato i suoi attacchi aerei. Le foto del re in divisa militare hanno conquistato il plauso in patria e in Occidente. È stato un momento di grande consenso nazionale» ricorda la giornalista giordana. Di pari passo, gli uomini del Califfo sono stati arrestati, imprigionati, condannati a morte, impiccati...


Eppure l’Isis non è scomparso. «Secondo le nostre stime, in Giordania ci sono 2/3 mila persone che si identificano chiaramente con lo Stato islamico» spiega il professor Rabi. Ma l’Isis non si misura solo con i combattenti: c’è tutta l’attività su Twitter, Facebook e i vari social network... In sostanza, c’è una situazione molto oscura. Non dimentichiamo poi che in Giordania ci sono pure al Qaeda e i Fratelli musulmani… Per tutti questi motivi diciamo che la Giordania è sull’orlo del baratro. Ma il re se ne rende conto e sta facendo tutti gli sforzi possibili per raggiungere un accordo con molti segmenti della popolazione. Dobbiamo stare a vedere che cosa succede, ma ricordiamoci che in Giordania ci sono anche più di un milione di rifugiati. Sommati a tutto il resto, costituiscono la ricetta per un grande caos».


Un funzionario del ministero degli Esteri di Gerusalemme precisa: «Io non intravvedo il rischio di un’imminente invasione della Giordania, anche perché in tal caso interverrebbero molti paesi, come Israele, l’Arabia saudita e l’Occidente. Vedo più il rischio di una radicalizzazione interna». Ed è proprio sul futuro della monarchia hashemita, il professor Rabi vede nero: «Sono molto pessimista. Penso che non a breve, ma nel medio termine la Giordania pagherà il prezzo di questa situazione esplosiva. Forse anche, nel peggiore scenario, attraverso il rovesciamento della famiglia reale».
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