Gentiloni dice no ad "avventure inutili e pericolose" in Libia

Il ministro degli Esteri riferisce in Senato sul sequestro e detta le condizioni per un intervento: il sì del governo di unità e del parlamento italiano

Gentiloni, noi siamo contrari a pagamenti riscatti

Il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni. ANSA/GIUSEPPE LAMI

"Non sono emersi elementi di riconducibilità a formazioni del Daesh. L'ipotesi più accreditata è quella di un gruppo criminale filo-islamico operante tra Mellita, Zuwara e Sabrata". Lo ha detto il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, riferendo in Senato sul sequestro dei nostri connazionali in Libia. "Il Copasir sarà aggiornato continuamente, su una una vicenda che presenta ancora molti punti oscuri" ha continuato il ministro, dopo aver dichiarato che le salme  di Salvatore Failla e Fausto Piano, rapiti il 25 luglio scorso insieme a Gino Pollicardo e Filippo Calcagno e uccisi probabilmente durante uno scontro a fuoco con le forze di sicurezza libica, rientreranno in Italia "se possibile entro domani"

I punti oscuri cui ha accennato Gentiloni riguardano l'identità dei rapitori ma anche la dinamica del sequestro e della successiva liberazione dei due tecnici italiani rimasti prigionieri in Libia per sette mesi insieme a Failla e Piano, separati dai loro colleghi e portati via su un fuoristrada pochi giorni prima del tragico epilogo del sequestro. "Loro sono entrati dicendoci che era tutto finito - ha riferito Calcagno, al suo rientro in Italia.  "Nei giorni precedenti ci avevano dato una tuta da mettere quando andavamo via. Ci hanno fatto vestire dicendo che tutto era finito e poi hanno preso Salvatore e Fausto e a noi ci hanno lasciati là dentro. Ci siamo chiesti come mai e la spiegazione che ci siamo dati era che forse non avevano posto. Mi è sembrata una scelta casuale".

Gentiloni ha negato che sia stato pagato un riscatto e che siano stati trovati passaporti dell'Isis nel covo, come sostenuto da alcuni organi di stampa. Il ministro ha ancora mostrato estrema cautela sull'altro tema in agenda, quello della partecipazione dell'Italia a un'eventuale operazione militare in Libia. "Gli interventi spesso non sono la soluzione,  a volte possono aggravare il problema" ha dichiarato il ministro, nel presentare i rischi di un intervento al buio nel teatro bellico libico. "A chi snocciala cifre di soldati   ricordo che la Libia ha una estensione di sei volte l'Italia e conta 200mila uomini armati tra milizie ed eserciti . Non è proprio un teatro facile per esibizioni muscolari. Diciamo 'no a rullare di tamburi o a radiose giornate interventiste" ha continuato Gentiloni, dichiarando che c'è sì disponibilità a un intervento da concordare con gli alleati ma "soltanto dopo il via libera del Parlamento, come ha detto il presidente del Consiglio negli scorsi giorni, e previa la richiesta di un governo legittimo libico".

"Oggi circa 5mila combattenti di Daesh in Libia sono concentrati nell'area di Sirte ma sono capaci di fare incursioni nell'area petrolifera e al Nord. Sul terreno sono contrastati soprattuto da truppe islamiche, ma sappiamo che il rischio di un macabro franchising tra Daesh e truppe filoislamiche è sempre presente" ha continuato Gentiloni, ribadendo quali sono le condizioni italiane a un intervento: l'invito a intervenire di un governo legittimo di unità cui hanno lavorato anche le Nazioni Unite, e il sì del parlamento italiano, "nel rispetto della Costituzione". Il disastroso esempio della frettolosa guerra occidentale del 2011 che portò alla deposizione di Gheddafi sembra insomma ben presente al capo della nostra diplomazia.




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