Gammy, il bimbo australiano rifiutato dai genitori perché down

La triste storia di questo neonato fa luce sulla faccia più turpe del business degli uteri in affitto

Gammy con la "mamma" thailandese – Credits: NICOLAS ASFOURI/AFP/Getty Images

Claudia Astarita

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Che ci piaccia o no, quello del turismo procreativo è diventato un business. A vantaggio di chi è difficile da dire. Probabilmente chi ci guadagna davvero sono solo gli agenti e le cliniche che lo gestiscono. Arricchendosi alle spalle di aspiranti genitori disperati che non riescono ad avere un figlio, potenziali mamme a tempo determinato poverissime e proprio per questo pronte a tutto pur di guadagnarsi, in nove mesi, quello che con un buon lavoro sul posto potrebbero incassare, se fortunate, in dieci anni e, è bene non dimenticarlo, di bambini la cui unica colpa è quella di essere venuti al mondo nel modo sbagliato. 

La storia di Gammy, il neonato down messo al mondo dall'utero in affitto di una giovane donna thailandese e rifiutato dalla famiglia proprio perché malato (famiglia che, tuttavia, si è portata a casa quasi di nascosto la gemellina "più fortunata" di Gammy, nata senza difetti), ha indignato il mondo intero. In questi giorni tutti hanno giudicato David Farnell e la moglie, una coppia australiana dal passato quanto meno torbido visto che una quindicina di anni fa il signor Farnell fu condannato a scontare tre anni di prigione per molestie su minori.

Probabilmente è proprio questo il dettaglio che ha permesso che si verificasse un caso Gammy, perché senza questa macchia i due giovani australiani avrebbero potuto ricorrere alla surrogazione di maternità in un paese in qui quest'ultima è legale. In generale, però, la triste storia di questo neonato non fa altro che gettare luce su un business, quello degli uteri in affitto, in cui l'interesse e i diritti dei bambini non sono presi in considerazione da nessuno.

Vicende come questa inevitabilmente riaccendono il dibattito su se esista o meno una sorta di diritto a mettere al mondo un figlio a tutti i costi. C'è chi dice che le coppie che non possono avere figli farebbero bene ad adottarli, o a rinunciarvi. Chi comprende il desiderio di avere "figli dallo stesso patrimonio genetico", anche se la gestazione avviene in un utero diverso da quello della mamma. E meglio non sfiorare nemmeno la questione delle coppie omosessuali e del loro desiderio/diritto ad avere bambini e a crescerli come qualsiasi altra coppia. Personalmente, trovo che tante volte quando si affrontano questi argomenti si perde tempo a confrontare opinioni ma non si affronta mai il vero nocciolo del problema: i diritti dei bambini nati con metodi meno tradizionali e le responsabilità di chi si occupa di loro dal momento della fecondazione fino alla nascita.

Da mamma, non sono contraria né alle adozioni né alla surrogazione di maternità o ad altre formule di fecondazione assistita. Non sono stata costretta a esplorare personalmente una di queste strade per avere un figlio, ma posso capire i motivi che spingono tanti genitori a farlo. Quella tra adozione e fecondazione assistita dovrebbe essere una scelta personale e privata della coppia. Non c'è un metodo migliore dell'altro, ma solo principi in cui il singolo può riconoscersi di più o di meno. Il vero problema è quello delle regole, e della facilità con cui queste vengono infrante.

In Italia la surrogazione di maternità è vietata, in Canada, Stati Uniti, Spagna, Ucraina, Russia e India no. Mediatori e cliniche illegali esisteranno di certo anche in questi paesi, che tuttavia restano più affidabili di nazioni come Cina e Thailandia, dove il business degli uteri in affitto non è regolato in alcun modo. I coniugi Farnell hanno tentato di giustificare la scelta di abbandonare il figlio down perché "nessuno li aveva informati della malformazione genetica di uno dei gemelli", e anche la titolare della clinica, ora chiusa, che si è occupata della gravidanza in Thailandia ha ammesso di "non aver trovato il modo giusto per affrontare la questione con la coppia australiana", ma che pensava di aver risolto il problema quando la mamma "in affitto" si è mostrata disponibile ad occuparsi del bambino nel caso in cui i genitori naturali avessero deciso di rifiutarlo. I Farnell hanno fatto la scelta peggiore possibile, ma è giusto che una coppia non venga informata sull'evoluzione della gravidanza perché la clinica teme che, se informato della verità, possa non saldare il conto? Esiste davvero, per i genitori che scelgono la surrogazione di maternità, l'ipotesi di "rifutare il figlio" dopo che è stato messo al mondo? Possibile che nessuno si preoccupi del fatto che non siano state individuate delle precise responsabilità per chi opta per questo metodo "nella speranza che tutto vada bene"? E' poi probabile che i Farnell siano stati costretti ad optare per la Thailandia perché nessuno dei paesi in cui la surrogazione di maternità è legale avrebbe permesso loro di ricorrervi, vista la fedina penale dell'aspirante papà. E' forse sbagliato? Bisognerebbe dare a tutti una seconda possibilità? Forse sì, ma tre anni di carcere per molestie su due, o addirittura tre bambine, come sostengono alcune testate australiane, indurrebbero, per il bene del bambino, a non essere troppo generosi con le opportunità. Ancora, se i costi sono più o meno simili, soprattutto quando ci si interfaccia con paesi più poveri, è proprio necessario affidarsi alla mediazione di un'agenzia che opera in una paese il cui ufficialmente il business degli uteri in affitto è illegale? Perché alla fine, in questo come in tanti altri casi, chi ci rimette è sempre e soltanto il neonato.  

 

 

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