Esteri

Gabriele Lo Porto ucciso tante volte

Parla la donna che durante il sequestro ha continuato a gestire la pagina Facebook dell’uomo conosciuto a Londra nel 2003

 

Valeria De Marco è una cara amica del giovane cooperatore siciliano tenuto in ostaggio da al Qaeda dal gennaio 2012 e poi ucciso per errore da un drone statunitense il 15 gennaio. Durante il sequestro ha continuato a gestire la pagina Facebook dell’uomo che aveva conosciuto a Londra nel 2003: quando lui partiva per le sue missioni umanitarie, i due restavano sempre in contatto, «come se non si allontanasse mai» spiega Valeria in questa intervista con Panorama.
La donna, che vive e lavora a Palermo ed è sempre stata molto vicina anche alla famiglia del cooperante, rivela che l’amico «doveva venire liberato per Natale 2014» e denuncia «il disinteresse italiano» sul caso.


Signora De Marco, lei che cosa sapeva della trattativa per liberare Lo Porto?

Poco. I periodi di ottimismo del ministero degli Esteri si alternavano a periodi di silenzio. Però lo scorso autunno eravamo molto vicini alla liberazione. Da Roma avevano detto: «Le prometto che entro quest’anno Giancarlo sarà a casa».

La famiglia dell’ostaggio americano, ucciso assieme a Lo Porto, è stata avvisata dall’Fbi all’inizio di febbraio che il loro congiunto era probabilmente morto. Non è avvenuto nulla  del genere con i familiari di Lo Porto?
In febbraio non hanno ricevuto nessuna comunicazione. Lo aspettavamo a casa per Natale 2014, ma poi i toni della Farnesina si sono incupiti, sono diventati meno ottimisti. E alla fine si è scoperto che il mediatore era stato arrestato in Pakistan o Afghanistan, facendo saltare la trattativa. Come è possibile che nessuno sia riuscito a evitarlo?


Chi ha lavorato al caso sostiene che  sia mancata la priorità politica per imprimere una svolta. Cosa ne pensa?
Non c’è dubbio che l’interesse politico, vista anche l’aula della Camera vuota del 24 aprile, sia stato assolutamente assente e inadeguato.


Lei si riferisce alla comunicazione del ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, sul tragico epilogo del caso.
Sì. L’aula parlamentare vuota ha ucciso Giancarlo per la seconda volta. È stata una grande umiliazione e un’enorme sofferenza.


Le sembra possibile che il presidente del Consiglio Matteo Renzi abbia saputo della morte di Lo Porto solo lo scorso 22 aprile?
No, non è assolutamente credibile.


Gli americani pare abbiano informato l’Italia da febbraio-marzo che qualcosa era andato storto, ma tutto si sarebbe fermato al livello di Marco Minniti,  sottosegretario con la delega ai Servizi presso palazzo Chigi. Cosa ne pensa?
È semplicemente agghiacciante. La mia reazione è di rabbia ma anche di lucida determinazione: vogliamo andare fino in fondo per scoprire la verità e le responsabilità. Se Minniti non ha comunicato (a qualcuno più in alto, ndr) è grave  e dovrebbe dimettersi. Spero soltanto che non ci sia un’ulteriore e terribile colpa: che si sapesse che Giancarlo fosse esattamente lì. Ma questo non lo scopriremo mai.


Qualcuno ha mai informato lei o la famiglia che l’ostaggio americano Warren Weinstein e l’italiano erano detenuti assieme?
Mai avuta nessuna conferma che Giancarlo fosse con un americano. Anzi, parlando tra noi, pensavo che sarebbe stato ben peggio se lo avessero rapito con un americano o un inglese.  Conosciamo bene le politiche di questi Paesi nei confronti dei loro connazionali presi in ostaggio.


La famiglia ha reso noto che molti sapevano che Lo Porto era prigioniero in Waziristan e i bombardamenti dei droni potevano colpirlo. Può spiegare meglio che cosa significa?
Sapevamo che si trovava in quelle zone inaccessibili, al confine fra Pakistan
e Afghanistan. Dallo scorso luglio i bombardamenti (e le offensive pachistane, ndr) hanno provocato oltre mezzo milione di sfollati e molti morti. Di giorno in giorno cresceva la paura,  il terrore per la vita di Giancarlo.


Pensa che la detenzione di Lo Porto assieme all’americano abbia segnato il suo destino perché gli Usa non trattano con i terroristi?
Assolutamente sì. Viste anche le ultime notizie penso ci sia stata un’influenza americana sull’eventuale liberazione di Giancarlo.


La famiglia per tre anni ha mantenuto un totale, dignitoso silenzio. Non sarebbe il caso che parlassero loro? Forse gli amici o i parenti dovevano incatenarsi da qualche parte o rilasciare interviste eclatanti?
La Farnesina ci ha sempre chiesto di tenere un basso profilo per non alzare
la posta e pregiudicare la liberazione. Cooperanti e amici non erano così sicuri che fosse la strategia giusta, ma hanno rispettato le raccomandazioni della famiglia.


In definitiva: lei crede sia mancata la spinta politica  italiana per riportare
a casa Lo Porto? Insomma, è tutta colpa del coinvolgimento degli americani e della loro linea dura con i terroristi?
A livello internazionale non c’è grande considerazione del nostro Paese. È possibile che gli interessi americani abbiamo prevalso su quelli dell’Italia, debole e incapace di imporre le proprie strategie.


Quali sono i suoi ricordi più belli di Giancarlo Lo Porto?
I ricordi più belli sono quelli legati alla sua vita da trentenne a Londra. Lo vedo sempre con la pinta di birra, mentre ascolta le band che si alternano sui palchi dei vari pub londinesi. In giugno avrebbe compiuto 38 anni. Io li ho fatti in aprile. Ma la cosa più bella che mi ha lasciato Giancarlo è una frase: «Fino a quando avrò due gambe per camminare e due occhi per guardare il sole, non perderò mai la speranza e continuerò ad andare avanti»


Amici e familiari di Giancarlo cosa chiedono al presidente americano
e al governo italiano?
Vogliamo la verità, che i responsabili paghino e che la magistratura apra un’inchiesta per omicidio. Vogliamo a ogni costo la salma di Giancarlo, una commemorazione ufficiale e che il suo sacrificio e i tre anni nelle mani dei terroristi non siano stati vani.n
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