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Fotografia dell'Isis: 80 milioni di dollari al mese, foreign fighter triplicati

Tre differenti studi offrono un'istantanea dello Stato islamico: dalla disponibilità di denaro agli arruolamenti di stranieri

Fighting with Islamic State (IS) militants, in Tikrit

Redazione

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Ammontano a circa 80 milioni di dollari al mese i proventi di cui sta disponendo l'Isis in questo ultimo scorcio del 2015. Lo ha stimato la società Ihs precisando che gli introiti dello Stato islamico vengono per un 50% circa dalla tassazione dell'attività economica nei territori sotto il suo controllo e da confische. Come riferisce un comunicato dell'Ihs, dal traffico di petrolio proviene un altro 43% dei suoi ricavi mentre il resto deriva da "droga, vendita di elettricità e donazioni".

Un altro studio, che porta la firma di Amnesty International, si concentra invece sulle armi. Secondo l'analisi, i trasferimenti di armi verso l'Iraq negli ultimi decenni sono all'origine del formidabile arsenale utilizzato oggi dall'Isis.

Basato sull'esame di video e immagini, il rapporto sostiene che i miliziani del gruppo terroristico hanno avuto accesso a un "enorme arsenale di armi e munizioni", progettate o costruite in più di 25 Paesi e consegnate alle forze di sicurezza irachene da diversi Paesi occidentali ma successivamente cadute nelle mani dei dei terroristi.

Tra le armi in questione, gli americani M16, fucili di precisione austriaci e russi, mitragliatrici cinesi e belghe; e ancora, per quello che riguarda il ruolo britannico, il rapporto sottolinea che molte armi piccole e leggere, esportate dalla Bosnia-Erzegovina e dalla Serbia nel Regno Unito nel 2005 e nel 2006, sono state poi ri-esportate in Iraq all'inizio del 2007, e molti di essi sono poi "andate smarrite".

I dati sono allarmanti. Amnesty ha calcolato che l'Isis possa aver equipaggiato tre divisioni di un esercito convenzionale (una divisione conta normalmente 50mila/60mila soldati) con le armi di cui si è impossessato solo nel 2014; oppure che la spesa militare dell'Iraq si è moltiplicata per 15 in dieci anni, raggiungendo i 9,5 miliardi di dollari lo scorso anno.

Tra gli altri dati-chiave enucleati nel rapporto, da notare che solo negli anni '80, durante gli anni della guerra con l'Iran, in Iraq è finito il 12 per cento del mercato mondiale di armi; oppure che nel mesi successivi all'invasione americana del 2003, nel Paese finirono 650 mila tonnellate di riserve di munuzione dell'esercito americano.

Il terzo rapporto riguarda, infine, i foreign fighter arruolatisi nelle file dell'Isis negli ultimi 18 mesi, raggiungendo una cifra tra i 27.000 e i 30.000, di cui 5.000 provenienti dall'Europa. Lo afferma il centro studi in materia di sicurezza Fouran Group, con sede a New York, che fornisce consulenze a diversi governi e organizzazioni multinazionali.

In uno studio precedente realizzato nel giugno del 2014, quando fu proclamato il "Califfato", gli stranieri arruolati nello Stato islamico risultavano essere 12.000.

I Paesi da cui provengono i foreign fighter sono ben 86. Ma in testa figurano la Tunisia, con 6.000 reclute, l'Arabia Saudita con 2.500, la Russia con 2.400, la Turchia con 2.100 e la Giordana con 2.000. Inoltre, la media di coloro che provengono dall'Occidente e che in seguito decidono di lasciare la Siria e rientrare nei loro Paesi, si aggira tra il 20 e il 30 per cento, con i pericoli immaginabili per la sicurezza.

Il Fouran Group ammette che in parte il forte incremento di queste cifre potrebbe essere dovuto a valutazioni più attente da parte dei servizi di sicurezza dei Paesi interessati, ma che comunque il dato "testimonia della perdurante attrazione della retorica dello Stato islamico, diffusa attraverso i social media in tutto il globo".

Comunque, aggiunge il centro studi "è chiaro che non sono stati affrontati e contrastati efficacemente né la sfida di impedire la partenza di queste persone verso la Siria per unirsi a gruppi estremisti, né la minaccia di membri sconosciuti che tornino per commettere attacchi come quelli di Parigi".

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