Finalmente apre la scuola

Dopo tre anni, è finalmente arrivato il grande momento. Si corona un sogno, ma non posso nascondere le difficoltà

Selene Biffi

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Faccio fatica a crederci, ma così com’è arrivato, se n’è anche andato.

Il  giorno che aspetto e sogno ormai da tre anni – quello dell’apertura  della scuola – è finalmente giunto. Inutile dire che nei sogni ai  dettagli non ci fa caso quasi nessuno, e infatti si vede: io sono in  alto mare anche la mattina della cerimonia, con un migliaio di cose da  fare e le lancette che corrono implacabili.

Corro  a scuola alle otto, pulisco vetri, pavimenti e sistemo i banchi a mo’  di tavolo per il rinfresco. Delle panche – portate via il giorno prima  per essere sistemate, minuscole anche per chi, come me, è sul metro e  sessanta – ancora non ci sono. Pulisco un po’ meglio il pavimento  allora, chissà mai che la gente si debba sedere per terra in mancanza di  alternative.

Mando  il mio braccio destro – nonché colonnello in pensione – sig. Nawabi a  comprare quello che ancora manca. O meglio, tutto. Dai tovaglioli alla  frutta, dalle posate alle bibite passando per tovaglie, caramelle e  piatti. Meno male che Leonardo De Virgilio – che nella vita di tutti i  giorni lavora alla sezione visti presso la nostra ambasciata – il giorno  prima ha impastato biscotti e taralli a volontà. E arriva a scuola  anche in anticipo, così mi aiuta a inchiodare la lavagna alla parete,  sistemare la cattedra e finire con i preparativi.

Mi  consegnano intanto anche le panche, tutte traballanti perché per  alzarle hanno aggiunto dei pezzi di ferro alle gambe, e il risultato è  quello che è. Mi innervosisco, dico qualcosa in un Dari sgangherato e  poi decido di lasciar perdere. C’è ancora tanto da fare, troppo anzi,  per perdersi in queste cose.

Con  venti minuti di anticipo, si presentano due signore tedesche,  incontrate un paio di giorni prima. La sig.ra Schwittek e il marito,  matematico di fama internazionale, lavorano in Afghanistan da oltre 40  anni. Gestiscono da anni programmi di alfabetizzazione basica e  matematica presso diverse moschee, anche negli anni bui dei talebani.  Per l’efficacia del loro lavoro, hanno ricevuto l’encomio del ministro  talebano dell’istruzione, controfirmato dal Mullah Omar in persona.  Nonostante oggi siano in visita, si mettono subito a dare una mano per  preparare la tavola del rinfresco, che adesso ha tutto l’occorrente,  portato dal sig. Nawabi.

Poi,  uno dietro l’altro, cominciano ad arrivare i nostri ospiti, una ventina  in tutto. Ci sono amici, funzionari del Ministero degli Affari Esteri –  compreso il Capo Dipartimento per la Cultura e il Capo Dipartimento per  i Diritti Umani – rappresentati di centri culturali e ONG. Sono  contenta di scorgere il viso conosciuto di Andrea Trevisan anche, che  oltre a essere un amico, gestisce un’organizzazione umanitaria a  supporto dei rifugiati e ci ha generosamente donato tutto il materiale  scolastico.

Do  il benvenuto  ai nostri ospiti e presento brevemente la scuola e il  nostro lavoro, ringraziando i nostri sostenitori principali, che hanno  creduto in un’idea bizzarra prima ancora di chiunque altro: la  Fondazione Only the Brave di Renzo Rosso e i Rolex Awards for  Enterprise, dove sono Young Laureate. Passo poi la parola agli insegnati  per presentarsi e dire la loro. Poi arriviamo alla performance di  Suleiman, il nostro insegnante di Performing Arts, che per l’occasione  sceglie di recitare un pezzo di Dario Fo. E’ strano lo so, ma dice che  il pezzo gli piace moltissimo, e che tradotto in Dari è finito anche  alla televisione nazionale. Miracolo della globalizzazione, anche  questo.

Dopo  l’esibizione, c’è spazio per qualche commento entusiasta dei nostri  ospiti, qualche domanda e le foto di rito. Poi via, tutti al buffet per  quattro chiacchiere e un bicchiere di tè in compagnia, fino al congedo  di tutti.

Per quanto possa essere difficile, si sa, il più è iniziare.

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