Ferguson e gli Usa rifanno i conti con il razzismo

L'omicidio di Michael Brown non è certo una novità perché la discriminazione in una certa parte del paese c'è - Foto - Video - Tutte le rivolte

I genitori di Michael Brown – Credits: Getty Images

Mattia Ferraresi

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Dopo la notte in cui le violenze fra polizia e manifestanti a Ferguson hanno raggiunto un nuovo, inquietante record, il governatore del Missouri, Jay Nixon, ha deciso di mandare sul campo i soldati della guardia nazionale. Fra domenica e lunedì il coprifuoco imposto dalle autorità sul sobborgo di St. Louis è crollato sotto una pioggia di lacrimogeni, molotov e pietre, rinfocolando il senso di sproporzione fra la polizia in assetto da guerra e i manifestanti che con le braccia alzate chiedono giustizia per Michael Brown, il ragazzo afroamericano di diciott’anni ucciso oltre una settimana fa da un poliziotto in circostanze ancora da chiarire.

Il capo della polizia stradale, che ha preso la guida delle operazioni di sicurezza in queste giornate di tensione, ha parlato di “atti criminali premeditati” da parte della gente del posto, nel tentativo di ritoccare almeno un po’ la rappresentazione che si è affermata in questa settimana di scontri: la lotta degli innocenti oppressi per motivi razziali contro i fucili d’assalto dei poliziotti bianchi, iniqui amministratori della giustizia. Nel frattempo i primi risultati dell’autopsia sul corpo di “Big Mike” dicono che è stato colpito da sei proiettili, nessuno dei quali sembra essere stato sparato da distanza ravvicinata (non sono state trovate tracce di polvere da sparo sul corpo); il procuratore generale degli Stati Uniti, Eric Holder, ha disposto comunque un’autopsia indipendente.

L’elemento razziale è il motore della tensione di Ferguson, tragica vicenda locale che è entrata a forza in tutte le case degli americani perché tutti hanno una Ferguson a poche miglia da casa. Tutti conoscono, magari solo per sentito dire, un angolo di degrado urbano, segregazione e povertà dove abbonda la tensione a sfondo razziale fra autorità e popolo. “Racial profiling” e “stop-and-frisk” sono espressioni note in qualunque periferia metropolitana, da New York a Los Angeles.

Quando un ragazzo di diciott’anni disarmato (questo è l’unico dettaglio su cui le versioni della polizia e dei manifestanti concordano) viene abbattuto con sei colpi di pistola, antiche braci coperte di polvere si infiammano all’improvviso. Non ci sono dati nazionali che documentano in modo sistematico un pregiudizio razziale dei poliziotti verso le minoranze etniche, ma il database del dipartimento di giustizia del Missouri – stato dove il sud e il midwest confluiscono, un crogiolo di elementi razziali mai del tutto amalgamati – dice che gli afroamericani sono oggetto di fermi e perquisizioni più di quanto non lo siano i bianchi.

Esiste un “indice di disparità” per misurare la differenza di trattamento su base etnica da parte della polizia: quando l’indice è vicino a 1 significa che il rapporto fra i controlli della polizia e i crimini accertati è equo; se il coefficiente è superiore vuol dire che le forze dell’ordine esercitano controlli non necessari, quindi potenzialmente animati da pregiudizi. Nel Missouri l’indice per gli afroamericani è 1,59, per i bianchi 0,96. Nella contea di Ferguson il dato è leggermente più basso (1,37). I numeri della polizia stradale parlano di un trattamento più equo, e non a caso il dipartimento è stato messo a capo delle azioni di sicurezza. Nel 2013 l’86 per cento dei fermi e il 92 per cento delle perquisizioni è avvenuto ai danni di afroamericani, che costituiscono il 67 per cento della popolazione. I bianchi subiscono meno controlli e arresti, ma la percentuale dei criminali fra gli abitanti sottoposti a controlli è enormemente più alto rispetto a neri e altre minoranze.

Secondo la procura generale, significa che i bianchi vengono fermati e perquisiti sulla base di indizi e segnalazioni, mentre per i neri si applicano controlli a strascico che hanno a che vedere più con il colore della pelle che con le ipotesi investigative. Non c’è bisogno tuttavia dei dati della polizia per capire che la percezione di un pregiudizio razziale da parte delle autorità domina gli abitanti di Ferguson. Che una parte consistente dell’America sia insorta a fianco dei manifestanti del Missouri mostra che la segregazione razziale non è un problema del passato.

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