Alessandro Turci

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Due episodi distinti ma forse non troppo. Due donne al centro di polemiche. Federica Mogherini per la sua visita in Iran e Brigitte Macron per il mancato incarico ufficiale all’Eliseo.

Due episodi, che pur emersi in contesti diversi, riguardano l’universo definito da Simone de Beauvoir "il secondo sesso", e le sue implicazioni in una società che dal 1949, data di pubblicazione del saggio in Francia, a oggi è probabilmente cambiata più nelle apparenza che nella sostanza.

Il velo di Federica Mogherini

A Federica Mogherini, come d’altronde ai suoi due predecessori nell’incarico (ma chissà perché si cita sempre l’uomo Javier Solana e si dimentica spesso la donna Catherine Ashton) si possono muovere legittime critiche di merito. Ma, al contrario, rimproverarle di aver indossato il velo a Teheran è assolutamente infantile. Molte delle critiche che ha ricevuto sono pretestuose e vengono da figure che per i diritti delle donne hanno fatto poco o nulla.

Se non avesse indossato il velo, Mogherini avrebbe ricevuto critiche per lo strappo diplomatico tra UE e Iran. Mettendolo, secondi alcuni, ha invece avallato la sottomissione della donna. Insomma, avrebbe sbagliato comunque. A rigor di logica il suo problema è essere donna.

Ben si comprende quindi come dietro alle critiche si celi un pregiudizio, o addirittura un tabù, ancora radicato e che investe il tema dell’attribuzione dei ruoli. Insomma, siamo lontani da una visione paritaria, le gabbie culturali appaiono intatte e alle donne sembra rimanere solo il primato spirituale (sempre De Beauvoir) mentre all’uomo spetterebbe il primato sostanziale.

Diverso, e più rispettoso, sarebbe invece chiedersi se la politica estera dell’Europa, che dal 1999 a oggi ha sempre e solo espresso figure dell’area progressista, sia stata all’altezza del compito storico, nell’arco temporale che dal post-Srebrenica arriva a oggi. Probabilmente no, ma questo c’entra con la politica, non con la biologia.

Il ruolo di Brigitte Trogneux

Come c’entra con la politica e non con il familismo, la volontà espressa da Emmauel Macron di formalizzare il ruolo alla moglie, Brigitte Trogneux. Una petizione firmata da 280 mila cittadini (ecco un primato tutto francese: la citoyenneté d’ascendenza giacobina) ha per ora stoppato l’iniziativa.

Macron è stato accusato di opportunismo, per aver promosso da una parte una legge sulla corruzione pubblica incardinata sul divieto di dare incarichi ai famigliari (per un simile scandalo François Fillon ha perso la sua elezione all’Eliseo a favore di Macron e oggi forse parleremmo d’altro) e non aver esitato, dall’altra, alla ricerca di un incarico pubblico per la moglie.

Anche in questo caso la polemica appare pretestuosa. Perché è fuori di dubbio che Brigitte Macron abbia avuto un ruolo decisivo nella formazione umana, psicologica e quindi politica del marito. Come d’altronde continua ad averla, in coerenza con la narrazione che la coppia stessa ha sinora offerto del proprio sodalizio.

Senza un incarico che disciplini le sue attività all’Eliseo, Brigitte verrebbe relegata al ruolo di première dame da rotocalco. Come veste, cosa legge, come arreda le residenze presidenziali sparse per la Francia o quale complimento le ha fatto Trump.

Non si tratta di accordare a Brigitte un privilegio, ma di permetterle di svolgere il proprio ruolo in coerenza col Ventunesimo secolo: non avrà uno stipendio, ma avrà uno staff e una carta intestata con la quale costruire una corrispondenza.

Anche qui, a rigor di logica, per evitare il problema bisognerebbe fare una riforma costituzionale: il candidato alla carica di Presidente della Repubblica solo scapolo. E se fosse donna? Parola ai costituzionalisti.

Per ora la parola rimane alla coscienza individuale. Alla necessità di distinguere il merito dei problemi dall’ingrediente polemico e dai tabù sessuali (Macron è attualmente criticabile per precise ragioni politiche) e soprattutto di liberarsi una volta per tutte dal mito, fuorviante, dell’eterno femminino.

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