Fatti di Colonia: che cosa rischia ora l'Europa

Sembra mancare la lucidità a intellettuali e governi per reagire di fronte a un fenomeno che potrebbe rivelarsi fatale per il futuro dell'Unione

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Immagini da un video sulle violenze a Colonia la notte di Capodanno, 1 gennaio 2016

Luciano Tirinnanzi

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Per Lookout news

Che cosa si può scrivere dei gravi fatti di Colonia, quando ancora oggi la polizia tedesca non si capacita né chiarisce ciò che è davvero accaduto per le strade di Germania la notte di capodanno? La questione non è facile.

 Anzitutto, bisogna stare attenti alle scorciatoie analitiche e alla faciloneria di chi in ogni storia vuole applicare sempre e solo il manicheismo, ovvero vuole dividere e identificare in due principi assoluti, il Bene e il Male in perpetuo e insanabile contrasto tra loro, ogni grave fatto di cronaca. Perché, come noto a tutti, la vita e le azioni degli uomini sono fatte di sfumature e dunque le condanne o le assoluzioni aprioristiche sono un esercizio pericoloso.

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Un primo fatto è che tali aggressioni sono avvenute, sia pure in numeri che spetta solo al governo tedesco ricavare. Il negazionismo, in questo caso, è ancor più pericoloso del razzismo. Se oggi nei telegiornali si citano solo i fatti di Germania, vale la pena ricordare che in tutto il Belgio e la Francia negli stessi giorni sono andate in scena devastazioni di presepi, alberi di natale dati alle fiamme e persino un’automobile lanciata per le scale della metropolitana di Bruxelles, che solo per miracolo non ha fatto una strage.

 

Il ruolo dei social network
Su tali aggressioni, di grandi o piccoli gruppi, non si può dividere il campo tra una totale casualità e un’estrema organizzazione strategica. Certo siamo ai tempi di Facebook, Whatsapp e d’idee o iniziative quotidiane (non di rado idiote) che si diffondono più rapide di una moda.

 Ricordo che a scuola di giornalismo insegnavano la sostanziale differenza tra battere a macchina e scrivere al computer. Nel primo caso, si doveva prima pensare e poi buttare giù il prodotto di quella riflessione, pena ricominciare da capo sprecando l’intero foglio. Nel secondo caso, quello odierno, intanto si scrive e poi semmai ci si ripensa.

Così, chi ha lanciato questi “appuntamenti” razzisti - già, perché il razzismo non esiste solo nei confronti degli immigrati, ma è insito in ogni sentimento di disprezzo per le comunità che non coincidono con la nostra - non deve aver riflettuto poi molto, lasciando che un’idea vile e stupida si diffondesse in maniera abnorme e virale. Tuttavia, questa è solo una parte della realtà.

 Ricordate le Primavere Arabe? Si disse che quelle rivoluzioni erano frutto di un malessere esploso grazie ai social network. Ben presto, però, abbiamo scoperto che c’era dell’altro e oggi ci ritroviamo con la più grande guerra che il Medio Oriente e l’Africa abbiano vissuto da lungo tempo.

 Così, se l’impulso di un’azione coordinata è stato veicolato attraverso i social network, al tempo stesso essa ci racconta ben altro. Quello che è importante notare è che siamo di fronte a un fenomeno antropologico ancor prima che culturale. Una massa di uomini - che s’immaginano essere immigrati africani e mediorientali, presumibilmente tutti arabi e musulmani, secondo i verbali della polizia - che organizza una sorta di “flash mob” però di natura violenta e sessuale. Perché?

 

La questione femminile
Senza applicare anche qui il manicheismo, dobbiamo riconoscere che tali azioni sono derivate da una cultura fortemente caratterizzata in senso anti-femminile. Poiché la reale e completa emancipazione della donna non esiste a certe latitudini. E questo è un fatto innegabile, piaccia o meno.

 Il che penalizza le donne, le vere vittime di una simile cultura, ma anche gli uomini che, cresciuti in paradigmi così estremi di segregazione sessuale e costretti dalla religione - o da una sua distorsione, fate voi - a una visione così castrante del ruolo della donna (una visione che peraltro non ammette trasgressioni), si trovano a compiere con allarmante leggerezza atti vandalici e assalti anche a sfondo sessuale, in una spirale non può che generare odio.

Se affibbiare la condanna spetta ai tribunali, a tutti gli altri occorre riflettere lucidamente sul problema. E non si cerchi di interpretare queste parole in chiave anti-islamica: di “uomini che odiano le donne” è piena l’Europa quanto il resto del mondo occidentale. Ma bisogna pur aprire gli occhi: il problema c’è. Le analisi politicamente corrette sono ormai decedute.

Il fenomeno migratorio
Nel nostro continente è in corso una crescita esponenziale di quella che i promotori dell’Islam radicale chiamano “Eurabia”, non senza una velleità di conquista culturale: una migrazione permanente che reca con sé i semi di una visione intollerante nei confronti non solo della donna ma, più in generale, di ciò che è altro rispetto alla cultura islamica, di cui la maggior parte dei migranti si ritiene parte.

 Un fenomeno che sta portando a un mutamento numerico, sociale, dunque culturale, dove si tende - sia pure inconsapevolmente - a innestare la propria cultura su quella precedente, ritenuta obsoleta o, peggio, sbagliata, fino a imporla. Un po’ come il cristianesimo ha sconfitto il panteismo dell’impero romano.

 Vale la pena citare Umberto Eco che, in proposito, scrive: Si ha solo “immigrazione” quando gli immigrati (ammessi secondo decisioni politiche) accettano in gran parte i costumi del paese in cui immigrano, e si ha “migrazione” quando i migranti (che nessuno può arrestare ai confini) trasformano radicalmente la cultura del territorio in cui migrano.

 In Europa siamo di fronte al secondo caso: una vera e propria migrazione che, nell’intenzione di pochi radicali, punta a creare davvero l’Eurabia a dominazione islamica e che, nell’intenzione di molti, è semplicemente un fenomeno naturalmente connesso con la migrazione stessa.

 I dati lo confermano in maniera netta: nell’ultima metà del Novecento i musulmani sono cresciuti di oltre il 200% e le percentuali sono aumentate inesorabilmente anche negli ultimi quindici anni, mentre la società europea tradizionale decresce insieme con il numero dei figli.

 Secondo Eurostat, se oggi la popolazione dell'Europa cresce è soprattutto per il contributo dell'immigrazione, con ben l'80% dell'incremento demografico dovuto ai flussi migratori. Se pensiamo che l’età media della popolazione in Italia è di 44 anni e che ad esempio in tutto il continente africano si attesta tra i 16 e i 28 anni, si capisce come e quanto questo tipo d’immigrazione inciderà sul nostro presente e sul nostro futuro.

 

La posizione di Angela Merkel
Ciò detto, se da un lato non si può far finta di niente, dall’altro è indispensabile capire come si possa agire nettamente da un punto di vista giudiziario e di ordine pubblico, prima che si arrivi al peggio. Ma il peggio non è, come molte cassandre credono e preconizzano, la conquista dell’Europa da parte dell’Islam. L’islamizzazione è sì un fenomeno reale, ma non così radicale da far temere un Califfato imminente.

 Il rischio incombente che corriamo è quello di nuove e feroci forme di razzismo che ci potrebbero piegare le leggi fino alle estreme conseguenze, sul modello che i totalitarismi hanno delineato fino al secolo scorso.

 Il cancelliere tedesco, Angela Merkel, si trova di fronte alla più difficile sfida del suo longevo governo: schierarsi sui fatti di Colonia, senza farsi prendere dal panico e dall’isteria anti-islamica, che ormai dilaga ovunque e senza criterio. Ma è in buona compagnia. Tutti i governi europei dovranno presto prendere una posizione sul tema e, finora, abbiamo visto quale: nessuna. Che è la madre di ogni sconfitta.

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