Esteri

Farnesina, qualcosa si muove. Il ministro Gentiloni tra ONU e Libia

Il ministero degli Esteri alla ricerca di consensi alle Nazioni Unite. In ballo, un seggio italiano nel Consiglio di Sicurezza Onu e la questione libica

Flags flutter in the wind outside United

Luciano Tirinnanzi

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Il ministero degli Esteri dà nuovo impulso alla diplomazia italiana e affida nuove speranze alle Nazioni Unite. Dalla candidatura dell’Italia per ottenere un seggio nel Consiglio di Sicurezza ONU alla questione libica, il ministro Paolo Gentiloni si è rivolto questa settimana al Palazzo di Vetro per far pesare il ruolo dell’Italia nel maggiore consesso diplomatico internazionale.

Durante la missione diplomatica a New York, sede dell’Organizzazione, il ministro e la delegazione italiana hanno iniziato a tessere la trama per assicurare al nostro Paese i voti necessari a ottenere il seggio nel 2017-2018, definita dallo steso ministro “un’iniziativa che riguarda l’interesse del Paese e che deve vederci tutti mobilitati”. La votazione è prevista alla fine del 2016, quando l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite si riunirà per designare i dieci Paesi che, insieme ai cinque membri permanenti (Stati Uniti, Russia, Cina, Francia, Regno Unito), comporranno il prossimo Consiglio di Sicurezza.

 

Come funziona il Consiglio di Sicurezza

L’Assemblea Generale, infatti, vota i membri non permanenti del Consiglio che ruotano ogni due anni, secondo criteri che devono tenere conto del contributo offerto dai membri dell’ONU al mantenimento della pace e della sicurezza internazionali, nonché agli altri fini generali dell’Organizzazione e al criterio dell’equa distribuzione geografica.

“Siamo il settimo contributore all’ONU in termini finanziari, e il primo Paese occidentale fornitore di truppe. Abbiamo una tradizione d’impegno riconosciuta su terreni importanti come il peacekeeping, lo sviluppo, l’ambiente e i diritti umani” ha affermato Gentiloni in merito, sottolineando come la nostra candidatura sia scontata e come gli altri Paesi non potranno non tenere conto del peso dell’Italia nel meccanismo delle Nazioni Unite, quando si voterà.

A tal fine, la delegazione italiana ha calendarizzato una serie di colloqui bilaterali orientati soprattutto ai Paesi mediterranei, a quelli insulari e ai Paesi africani, che da soli valgono oltre 50 voti.

Al Consiglio di Sicurezza, come noto, è attribuita la responsabilità principale del mantenimento della pace sulla base del sistema di sicurezza collettiva imperniato sui capitoli VI (soluzione delle controversie) e VII (azioni rispetto alle minacce e violazioni della pace, e agli atti di aggressione) della Carta (Sicurezza Collettiva). Scrive la Treccani: “In base al cap. VI, il Consiglio ha poteri di natura esclusivamente conciliativa, che si estrinsecano nel fare raccomandazioni alle parti di una controversia suscettibile di mettere in pericolo la pace o la sicurezza internazionali (Controversia Internazionale). Il cap. VII conferisce invece al Consiglio poteri di natura coercitiva, che possono estrinsecarsi, sulla base dell’accertamento di una minaccia alla pace, di una violazione della pace o di un atto di aggressione (art. 39 della Carta), nell’adozione di misure preventive (art. 40) o di misure dirette contro gli Stati trasgressori, sia di natura economica (art. 41 della Carta) sia comportanti l’uso della forza militare (art. 42 della Carta)”.

 

La questione libica

Dunque, un seggio italiano in seno al Consiglio di Sicurezza costituirebbe una promozione internazionale della politica estera italiana che, negli ultimi tempi, è stata purtroppo offuscata e appiattita da scelte inconcludenti e incerte da parte dei precedenti governi. Un esempio su tutti? La Libia. La nostra ex colonia, con la quale abbiamo mantenuto ottimi rapporti fino alla defenestrazione del Colonnello Gheddafi e alla conclusione del suo quarantennale regime, nel 2012 aveva con l’Italia un interscambio commerciale pari a 15.273 milioni di euro. Ma agli inizi del 2014 - complice la guerra civile in corso tra le forze laiche e militari del Paese contro le milizie islamiche - la variazione percentuale di interscambi ha conosciuto un brusco calo, pari a un -47,7%, con un saldo a soli 1.275 milioni di euro. Considerato che l’Italia è il primo partner commerciale della Libia per import-export, il danno è evidente.

Anche in ragione di queste considerazioni, il ministro Gentiloni ha speso parole importanti sulla Libia, anche ma non solo, relativamente alla soluzione della crisi. Le sue frasi, affidate a La Stampa, sembrano ricalcare le considerazioni che anche Lookout News ripete da tempo: “Alla speranza delle Primavere è subentrata nel mondo arabo un’atmosfera in cui si mescolano paura e disillusione. Certo, l’esperienza tunisina è ancora lì a dimostrare che non tutte le promesse sono andate perdute. E l'attuale stabilità di un grande paese come l'Egitto mette l'intera regione al sicuro da rischi maggiori. Ma è difficile chiudere gli occhi di fronte alla realtà. […] Al progressivo ripiegamento delle speranze «rivoluzionarie» è presto subentrata una spinta di tutt'altro genere. Dalla democratizzazione dei regimi si è passati nel giro di quattro cinque anni alla messa in discussione dei confini” ha affermato.

Ma è il suo giudizio negativo sulla cancellazione del regime di Gheddafi a essere apprezzabile e a rilanciare un successivo ragionamento: “Un intervento forse inevitabile, probabilmente subìto da un'Italia che attraversava uno dei momenti di sua maggiore debolezza, certamente privo di qualsiasi progetto di ricostruzione di una capacità statale. Oggi ne paghiamo le conseguenze con il vuoto istituzionale nel quale affiorano anche vere e proprie enclaves di terroristi islamici”. Da ciò ne consegue che, come Italia, “abbiamo un ruolo da giocare, e questo ruolo ci viene riconosciuto anche dai nostri alleati e da tutti i Paesi della regione”.

 

Le soluzioni della Farnesina

La soluzione del ministero degli Esteri italiano è presto detta: una sola Libia da riconciliare sotto le bandiere delle Nazioni Unite: “Se pensare a una Cirenaica «buona» è un azzardo, rassegnarsi all'idea di una Tripolitania trasformata in una sorta di «bad company» ostello di gruppi estremisti e terroristi sarebbe un incubo. Anche perché la Tripolitania è la regione più vicina alle nostre coste e dove maggiore è la presenza d’interessi economici nazionali. Dunque, una sola Libia”.

Secondo il rappresentante del governo italiano “siamo pronti a collaborare ad attività di monitoraggio o di peacekeeping sotto le bandiere delle Nazioni Unite” e nel frattempo appoggiamo “gli obiettivi individuati dall'inviato dell'ONU Bernardino Leon, che sta cercando di avviare il percorso di una riconciliazione nazionale […] anche grazie alla presenza della nostra Ambasciata, unica ancora aperta a Tripoli tra i Paesi occidentali”.

 Se sapremo agire con efficacia in Libia, dunque, il seggio dell’ONU sarà certamente più vicino. Tornare in prima linea nella politica estera, migliorare la percezione dei nostri sforzi internazionali e orientare gli obiettivi stessi delle nostre azioni all’interesse nazionale è fondamentale per affermare il nostro ruolo agli occhi del mondo e contribuire a far crescere il nostro Paese. La nostra credibilità nel panorama mondiale passa anche per questo.

 

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