Esteri

Euroleader, chi sale e chi scende

Dal premier irlandese alla cancelliera tedesca, dal presidente francese al primo ministro austriaco, gradimento e prospettive diverse per i capi di governo

Mappa Europa

Vittorio Emanuele Parsi

-

Sono trascorsi pochi mesi dalle elezioni tedesche che avrebbero dovuto rafforzare la leadership infinita di Frau Merkel. Invece, mai la sua guida è apparsa più incerta e la stessa Germania sembra marciare pericolosamente sull'orlo di un baratro politico.

Con lei, anche l'altra signora della politica europea, Theresa May, dopo la sostanziale sconfitta elettorale ha dovuto incassare lo schiaffo di Westminster, che ha rivendicato l'ultima parola sulle modalità della Brexit, ridimensionando di parecchio la rilevanza strategica del primo "preaccordo" faticosamente raggiunto tra la premier May e il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker.

Se il lungo ciclo di Angela Merkel non si è forse ancora definitivamente concluso, quel che è certo è che Angela non è più la incontrastata signora della politica tedesca. Se la sua strategia di logorare i socialdemocratici, gli antagonisti storici dei popolari nel sistema partitico della Repubblica federale, ha avuto successo, ha lasciato però che sul proprio lato destro si affermasse una formazione molto più insidiosa non solo per la democrazia tedesca (e, in prospettiva, per la serenità europea) ma soprattutto per la Cdu/Csu.

Merkel paga sicuramente i 12 anni consecutivi di cancellierato e in particolare la sua generosa politica sull'immigrazione, non condivisa da molti tedeschi, con la quale, oltre ad affermare i valori in cui crede e su cui è stata formata, intendeva mantenere la propria leadership in Europa.

Incredibilmente, però, la ragazza venuta dall'Est ha sottovalutato che gli umori e il quadro politico della Germania riunificata non erano interamente riconducibili a quelli della maggioritaria parte occidentale del Paese. Ed è proprio nel "suo" Est che si è consolidato il consenso per AfD (Alternativa per la Germania), che si rafforza man mano che il partito si radicalizza.

Non è mai apparso né sicuro né duraturo il potere di Theresa May nel Regno Unito. Dopo aver ereditato la guida dei Tories, in seguito al suicidio politico di David Cameron legato al referendum sulla Brexit, la premier inglese si è ritrovata incatenata alla stessa Brexit, che ne sta scandendo il destino al ritmo di sconfitte elettorali e agguati parlamentari.

I pretendenti alla successione non mancano (a cominciare dal suo vulcanico ministro degli Esteri, Boris Johnson), ma la sensazione è che tutti preferiscano far rosolare il più a lungo possibile May con le trattative per la Brexit.

Un'uscita, tra l'altro, che oggi la maggioranza degli elettori britannici non voterebbe più.

Mariano Rajoy, il "vendicatore della hispanidad violata" dal farsesco referendum indipendentista catalano, è un altro leader le cui sorti appaiono molto incerte, senza peraltro che siano mai state troppo in auge.

La Spagna, del resto, al di là dell'economia in ripresa, è da anni in una crisi sistemica che ha coinvolto non solo i partiti politici, ma l'assetto costituzionale delle autonomie e persino la forma istituzionale monarchica (vacillante quasi quanto ai tempi di Alfonso XIII).

Paradossalmente, è proprio la gravità della situazione che potrebbe assicurare a Rajoy la sopravvivenza.

Ma se molti scendono, qualcuno sale. Innanzitutto, l'enfant prodige della politica francese, il presidente Emmanuel Macron, per il quale i sondaggi di opinione si confermano positivi e che all'establishment europeo appare il solo leader rassicurante ancora saldamente in sella.

Anche in politica estera Macron sta dimostrando un attivismo e uno standing che ne potrebbero fare il portabandiera di un'Europa non più piegata e ripiegata su se stessa.

La mediazione sull'esplosivo dossier libanese, che ha riportato il premier Sa'd Hariri a Beirut nonostante la contrarietà dei suoi protettori sauditi, è stata la mossa più eclatante nella direzione di una maggiore assunzione di responsabilità europea in Medio Oriente, oltremodo necessaria per rimediare al disastro americano.

Il suo vero punto debole è da ricercarsi oltre confine, ovvero nell'incertezza che domina il quadro politico tedesco: perché senza la Germania la Francia è troppo debole (soprattutto finanziariamente) per poter guidare una politica europea di ampio respiro.

Leo Eric Varadkar, il 38enne premier irlandese di origini indiane e gay dichiarato, si è congratulato via Twitter con il 31enne neopremeir austriaco Sebastian Kurz, popolar-conservatore, ostile agli immigrati e alleato con l'ultradestra.

L'austriaco ha nostalgie asburgiche e vuole riprendersi i sudtirolesi (se non il Sudtirolo/Alto Adige). L'irlandese vuole molto più civilmente mantenere aperta la frontiera con l'Ulster. Che cosa i due abbiano in comune, a parte la giovane età, sembrerebbe difficile da stabilire. Eppure entrambi incarnano, su fronti diversi, la voglia di cambiamento di due sistemi politici imbalsamati. E infine, non poteva mancare almeno un accenno a Paolo Gentiloni. Il placido premier italiano, portato alla ribalta dal suicidio assistito del suo mentore Matteo Renzi, ci sta ora prendendo gusto. Lo stile sobrio e concreto, a volte un tantinello soporifero (ma rassicurante dopo tre anni di fanfaluche e televendite da far rabbrividire il Gabibbo e Giorgio Mastrotta) rischia di farne l'erede di se stesso.

Oltre a piacere a un numero crescente di italiani, convince in Europa: cosa che non capitava da molto tempo. 

© Riproduzione Riservata

Commenti