Etiopia: Obama tra diritti umani e guerra al terrorismo

Nonostante le polemiche, la seconda tappa della visita del presidente Usa in Africa mira a rafforzare i legami con Adis Abeba nella guerra contro Shebab

 

Primo presidente americano della Storia che abbia mai messo piede in Etiopia, Barack Obama è giunto questa mattina, dopo la tappa kenyana, ad Adis Abeba, capitale di uno Stato che non solo ospita la sede dell'Unione africana ma è anche considerato come un partner strategico nella lotta contro il terrorismo jihadista, con circa 4.400 uomini dispiegati nell'ambito della forza africana presente in Somalia (Amisom).

La necessità di rafforzare i legami politici con un governo impegnato da anni nella lotta agli Shebab è  la ragione vera della visita del Presidente americano in Etiopia, un Paese dove solo qualche mese fa il partito di governo è stata riconfermato con il 99% dei voti e non passa giorno senza che qualche associazione dei diritti umani (come la stessa Amnesty International) non denunci vessazioni contro gli esponenti dell'opposizione e i giornalisti. Non che Obama intenda inviare truppe di truppe di terra, perché - ha detto - «gli etiopi sono combattenti molto valorosi». Ma l'occasione è proprio quella di rafforzare i legami con alcuni governi-chiave della regione, come il Kenya e la stessa Etiopia, senza i quali qualsiasi linea di azione degli Stati Uniti andrebbe incontro a un fallimento.

Nel corso della consueta conferenza stampa alla presenza del primo ministro etiope Hailemariam Desalegn, Obama non ha comunque eluso il tema della libertà di stampa e dei metodi eterodossi utilizzati da Adis Abeba per reprimere il dissenso, di cui sono stati in molti - in Africa ma anche negli Stati Uniti - a chiedere conto. Ma ha preferito adoperare un linguaggio - per così dire -  diplomatico, allegorico:  «Quando tutte le voci vengono ascoltate, quando la gente sa di essere inclusa nel processo politico, allora ciò rende un Paese di maggiore successo» ha dichiarato Obama alla domanda di un giornalista. Insomma: le polemiche sulla visita a uno o più Paesi dove i diritti umani vengono sistematicamente violati, per il presidente, non devono distogliere gli Stati Uniti dall'impegno strategico nella lotta contro il qaedismo: «Nessuno mette in discussione la nostra necessità di parlare con Paesi anche più grandi dell'Etiopia con cui pure abbiamo posizioni diverse su questi temi. Ma perché questo non deve valere  anche per l'Africa?» ha tagliato corto il presidente statunitense, all'insegna della più decisa realpolitik.

È previsto anche un mini-summit dedicato alla crisi in Sud Sudan, che vedrà coinvolti i leader di Etiopia, Kenya e Uganda, così come il ministro degli Esteri del Sudan, Ibrahim Ghandour. L'intento di Washongton è ottenere il via libera a sanzioni più severe e a un possibile embargo sulle armi, qualora le parti in conflitto non accettino di firmare un accordo di pace entro il prossimo 17 agosto. Ai leader del Sud Sudan - ha sottolineato un funzionario dell'amministrazione - verrà fatta «l'ultima offerta». «Non abbiamo molto tempo da perdere. Le condizioni sul terreno stanno diventando molto molto peggiori. I leader in Sud Sudan non devono guardare solo ai loro interessi» ha detto Obama. L'intento degli Stati Uniti è quello di far leva sulle parti, e tutti gli attori regionali, per arrivare a un accordo.  Le zone franche e le zone di guerra sono, per gli Stati Uniti, il terreno di coltura preferito per il radicamento dell'estremismo islamico. Trovare un accordo tra tutti gli attori della regione per pacificare il Sud Sudan dventa per Washongton un obiettivo strategico.


 


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