Netanyahu in conferenza stampa
Esteri

Etichette sui prodotti delle colonie: Israele si infuria con la Ue

Azione discriminatoria ispirata dai movimenti di boicottaggio, dice il governo Netanyahu. Questione tecnica, replica Bruxelles. Interessate meno dell'1% delle esportazioni in Europa

Scoppia la 'guerra' delle etichette tra Unione Europea e Israele.

La decisione dell'Unione Europea di contrassegnare in modo specifico i prodotti che provengono dalle colonie ebraiche nei Territori occupati ha fatto infuriare Israele che ha minacciato "implicazioni" nei rapporti con Bruxelles, convocandone l'ambasciatore.

Boicottaggio
"Ci rammarichiamo che l'Ue abbia scelto, per ragioni politiche, di compiere un passo così discriminatorio ed eccezionale, ispirato dai movimenti di boicottaggio, specialmente in un momento in cui Israele sta affrontando un'ondata di terrorismo contro i suoi cittadini", ha messo nero su bianco il ministero degli Esteri israeliano.



Questione tecnica, non politica
Si tratta di "una questione tecnica e non politica", ha replicato il commissario europeo per l'Euro, Valdis Dombrovskis, "l'Ue non sostiene in alcun modo boicottaggi o sanzioni verso Israele".

A sollecitare il marchio dei prodotti provenienti dagli insediamenti ebraici erano stati, ad aprile, 16 Paesi Ue fra cui l'Italia.

Oggi la Commissione ha annunciato di aver adottato le apposite linee guida che consentiranno ai consumatori europei di sapere se una merce acquistata è stata prodotta in una colonia ebraica.

In una prima fase, il provvedimento riguarderà il settore alimentare e altre industrie. La decisione della Commissione europea si inquadra nel principio di armonizzazione normativa europea, ha spiegato Dombrovskis, sottolineando che le regole esistenti prevedono l'obbligo di indicazione d'origine per il cibo.

A dimostrazione che non si tratta di un'istigazione al boicottaggio, ha proseguito il commissario, vi è il non mutato trattamento delle merci "made in Israel" che continueranno a godere di tariffe agevolate in base all'accordo di associazione.

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Una mappa di Israele e dei territori occupati (particolare) – Credits: Google Maps/elaborazione Pixlr

Israele non ci sta
L'etichettatura "potrebbe anche avere implicazioni per le relazioni Israele-Unione europea", ha avvertito il ministero degli Esteri dello Stato ebraico, "e non fa avanzare alcun processo di pace tra Israele e palestinesi"; anzi, "rafforzerà gli elementi radicali che negano il diritto di esistere d'Israele".

E il ministro della Giustizia israeliano, Ayelet Shaked, ha puntato il dito contro "l'ipocrisia degli europei" per la loro mossa "anti-israeliana e anti-ebraica".

Va detto che già Gran Bretagna, Belgio e Danimarca hanno adottato un'etichettatura ad hoc per i prodotti delle colonie.

Meno dell'1% delle esportazioni in Europa
Secondo le stime più recenti, riferisce l'Ansa - meno dell'1% delle esportazioni da Israele verso l'Europa - che nel 2014 sono state di circa 13 miliardi di euro - riguarda i prodotti sui quali la Ue intende applicare le etichette per segnalare al consumatore i beni prodotti da aziende israeliane, dai pomodori al vino ad altro, nei Territori Occupati palestinesi.

Una mossa che tuttavia rischia di avere pesanti ricadute occupazionali sulle circa 10.000 famiglie palestinesi che traggono reddito da quelle produzioni. "Se la Ue vuole vedere la reale coesistenza - tuona Avi Roeh, presidente di Yesha l'organizzazione che raggruppa tutte le comunità israeliane in Giudea e Samaria (Cisgiordania) - venga a visitarci e gli sarà chiaro che stanno etichettando le persone sbagliate". "Attività come queste nelle quali arabi ed ebrei lavorano insieme - insiste - dovrebbero essere come monete d'oro per la pace e non boicottate".

Non solo agricoltura
L'agricoltura è una sorta di fiore all'occhiello della produzione degli "insediamenti illegali" ebraici - come vengono definiti dalla Comunità internazionale - ma non c'è solo verdura, frutta, olio ed altro.

A Barkan - insediamento fondato nel 1981 nella Cisgiordania centrale a circa 25 chilometri da Tel Aviv - oltre a produrre uno dei migliori vini del paese, esportato ovunque - sorge una zona industriale di 160 stabilimenti che impiegano 7100 persone, metà israeliani e metà palestinesi.

Un polo di avanguardia in molti settori
Tra questi l'azienda Lipski che produce plastica, che esporta molto in Europa e che e' stata una delle strutture nella quale il viceministro degli esteri Tzipi Hotovely ha invitato i giornalisti stranieri alla vigilia della decisione della Ue.

"Un simbolo di coesistenza", ha detto Hotovely sottolineando che il 60% dei dipendenti sono palestinesi ed hanno posizioni di responsabilità e di direzione.

"Qui - ha aggiunto - c'è un Medio Oriente tranquillo, di speranze, di pace e di cooperazione economica". Fatto sta che la decisione della Ue, a giudizio di Israele, non potrà non avere ricadute nonostante l'esiguità del totale delle esportazioni in Europa dei prodotti che provengono dagli insediamenti.

E già a Barkan, dopo le decisioni di Bruxelles, c'è chi pensa che sarà inevitabile ridurre il lavoro lasciando a casa sia israeliani sia palestinesi.

Made in West Bank, in Israeli settlement
Tra le aziende di Barkan c'è anche 'Hummus Shamir' che esporta il 6% della sua produzione in Europa.
Finora - come ha raccontato il suo direttore Ami Guy - sui beni c'era scritto 'Made in Israel' mentre in futuro la dicitura dovrà essere 'Made in West Bank, in Israeli settlement'.

Tra i suoi dipendenti ci sono 110 palestinesi e, se le vendite caleranno, teme di essere costretto a licenziare.

A sud di Barkan, in direzione di Ramallah, sempre in Cisgiordania, c'è la 'Psagot Winery': "noi - ha detto alla Radio militare Yaacov Berg - esportiamo il 70% dei nostri prodotti e il 25% va in Europa.

L'etichettatura ci arrecherà danno: un po' come succede per le sigarette, chi la applica vuole dissuadere". Ma Berg non pensa di mollare, anzi.

"Dobbiamo e possiamo reagire. Dobbiamo creare una rete di smercio per i sostenitori di Israele che vogliono identificarsi con noi. Dare loro la possibililità di acquistare proprio i nostri prodotti". "E sono sicuro - ha concluso - che se riusciremo a farlo entro un anno le nostre vendite cresceranno del 30%".

 

(Agi, Ansa)

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