Edoardo Frittoli

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Il 5 giugno 1975 accadde il contrario di quanto successo il 23 giugno 2016. Il lungo e difficile cammino della Gran Bretagna dentro l'Unione Europea cominciò proprio con un referendum che registrò una vittoria nettissima del Sì (67%). Ma il cammino verso l'Europa fu tutt'altro che facile e mai del tutto compiuto, minato da ostacoli politici ed economici lungo tutto il percorso cominciato all'indomani della guerra.

Il più convinto sostenitore dell'Europa unita fu sin dall'inizio Winston Churchill, colui che aveva traghettato il Paese dalla "darkest hour" del 1940-41 alla vittoria finale a base di "lacrime e sangue". Tuttavia il vecchio premier dovette incassare la sconfitta elettorale subito dopo la vittoria del 1945, fatto che smorzò non poco la determinazione ed il peso dell'ex primo ministro verso una nuova realtà geopolitica.

Ancora pochi mesi e la decolonizzazione britannica fece il resto. Gli equilibri mondiali erano radicalmente mutati, con gli Stati Uniti leader incontrastati del mondo occidentale e con i quali Londra deteneva, oltre che un debito di riconoscenza, una dipendenza economica assoluta.

Ciò che tenne lontano il Regno Unito dalla costruzione dell'Unione Europea ancora per tutti gli anni '50 fu la l'ondata di malcontento nei confronti degli altri paesi dell'Europa in crescita vertiginosa dopo l'intervento economico proprio da parte degli Usa del piano Marshall, in particolar modo nei confronti dell'ex nemico tedesco.

Fu per questi motivi che Londra mancò nel 1951 l'ingresso nella Comunità Europea del Carbone e dell'Acciaio (CECA) e fu assente alla firma del Trattato di Roma nel 1957. Tre anni più tardi la stagnazione dell'economia nazionale e la perdita di terreno nei confronti degli altri paesi continentali fu determinante per richiedere l'ingresso nella allora CEE. Charles De Gaulle, irritato per l'atteggiamento inglese pose il veto per due volte, accusando Londra di doppiezza per i legami economici mantenuti con gli Stati Uniti.

Dopo le dimissioni di De Gaulle fu il primo ministro conservatore Edward Heath a siglare l'ingresso ufficiale in Europa nel 1973. L'assenza di benefici economico-sociali dipendenti dall'ingresso in Europa ed il rapido deterioramento della crisi spinse il Paese alle urne già nel 1975, quando il "Remain" trionfò supportato allora da quasi tutte le forze politiche.

A differenza del rifiuto del 2016, la più convinta opposizione all'Europa venne allora dall'estrema sinistra laburista che nel 1983 espresse nel manifesto" Labour la promessa dell'uscita di Londra dalla Comunità Europea. Gli anni di Margaret Thatcher non segnarono certo un idillio tra Londra e Bruxelles. La crisi dell'industria britannica non contribuì a migliorare la situazione, e l'Europa del socialista Jacques Delors parve non dare risposte adeguate, privilegiando altre realtà come la Francia.

Fu proprio la Lady di ferro ad allontanare Londra da Bruxelles e dai primissimi progetti di unificazione monetaria alla fine degli anni '80. Il suo atteggiamento farà da guida ai movimenti euroscettici per i tre decenni a venire, anche se il processo di unificazione europea continuò includendo Londra nel Trattato di Maastricht del 1992, siglato dal premier conservatore John Major. La firma del 1992 contribuì a determinare una spaccatura politica ancora più profonda e trasversale in particolare dovuta al timore di perdita della sovranità nazionale.

Momentaneamente ricucito dopo la vittoria di Gordon Brown formulò allora i "5 test" di compatibilità dell'economia britannica con la moneta unica. Il risultato fu l'esclusione del Regno Unito dall'Euro, proseguita per tutti gli anni 2000 e rafforzata dall'elezione dello stesso Gordon Brown a primo ministro nel 2007.

La sostanziale differenza dell'economia britannica da quella del resto della zona Euro fece saltare anche l'ultimo appuntamento con la moneta unica all'indomani della grave crisi finanziaria mondiale iniziata alla fine del 2008. Le forze centrifughe si moltiplicarono alla vigilia del nuovo decennio ed inclusero altri elementi di disgregazione all'interno del Regno Unito, sopra tutti la richiesta di indipendenza della Scozia culminata con il referendum del 2014, fallito dagli indipendentisti per soli 400mila voti.

Gli anni della crisi e delle spinte anti-europeiste sono state caratterizzate dalla crescita del Partito per l'Indipendenza del Regno Unito (UKIP), fondato nel 1993 e guidato dal 2010 da Nigel Farage, il controverso leader ex Tory che ha guidato il fronte del Brexit fino alla vittoria del 23 giugno 2016.

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